(MAURO TAGLIABUE,
Gli Umiliati a Viboldone, da L'ABBAZIA DI VIBOLDONE,
Milano, Banca Agricola Milanese, 1990, p. 9-33)
Viboldone alle
origini dell'Ordine Umiliato
Una città umiliata, vilipesa,
distrutta è la Milano che si fece incontro
al suo nuovo arcivescovo Galdino, rientrato in sede
nel 1167 dopo la distruzione del temibile comune lombardo
decretata dal Barbarossa nel 1162.
Ma è in questa stessa città che, ben
presto, si assiste a una ripresa dello spirito civile
e religioso per merito del suo incrollabile arcivescovo,
non estraneo forse - come pare di poter intuire da
qualche indizio cui faremo riferimento in seguito
- alla stessa accoglienza, se non all'insorgere, delle
prime comunità di fratres et sorores che proprio
nel decennio dell'episcopato trascorso da Galdino
a Milano cominciano a diffondersi nella città
lombarda, e che costituiscono la base anonima, indistinta,
inafferrabile eppure intuibile del movimento degli
Umiliati, così chiamati "perchè
- attesta il domenicano Umberto de Romans - conducono
l'umile vita dei lavoratori", o anche, secondo
lo scrittore del Chronicon universale di Laôn,
per il loro dismesso modo di vestire.
Di loro quest'ultimo anonimo cronista scrive infatti,
verso la fine del XII o nei primi anni del secolo
successivo: "In quel tempo - la data di riferimento
è il 1178, ma ovviamente il quadro del discorso
va contestualmente esteso ad almeno tutto il decennio
precedente, poichè nel 1178 gli Umiliati già
emergono nella documentazione - alcuni cittadini,
cives quidam, nella varie città lombarde, pur
rimanendo nelle case con le loro famiglie, adottarono
una determinata forma di vita religiosa, astenendosi
dalle menzogne, dai giuramenti e dalle liti nei tribunali,
usando vesti semplici, cioè non tinte, e consacrandosi
alla difesa della fede cattolica, pro fide catholica
se opponentes".
Proprio come Galdino, verrebbe da dire, strenuo difensore
del dogma cattolico al punto da morire sul pulpito
- così vuole la tradizione - al termine di
un'infuocata predica contro gli eretici che a Milano,
fovea hereticorum, pullulavano come in nessun'altra
città, secondo quanto attesta Giacomo da Vitry
ancora nei primi decenni del Duecento.
Gli storici si sono divisi nel tentativo di caratterizzare
le origini degli Umiliati, accostati da alcuni all'eresia
catara, imparentati da altri con i Valdesi. In verità,
è piuttosto un movimento da considerarsi come
"una efflorescenza spontanea d'evangelismo laicale
lombardo", originatosi - occorre sottolineare
- nella piena ortodossia, per quanto difficile possa
risultare l'analisi dei caratteri specifici dei moti
laicali della fine del XII e del successivo secolo,
dati gli assai labili confini con l'eresia.
Infatti la regolare sistemazione canonica degli Umiliati
nella Chiesa avvenne per opera di Innocenzo III allo
schiudersi del XIII secolo, dopo però uno sbandamento
eterodosso culminato nella condanna di Lucio III,
che nel 1184 aveva accomunato gli Umiliati ai Valdesi
nella scomunica lanciata da Verona contro ogni setta
ereticale. Ma questo sconfinamento nell'eresia, motivato
piuttosto da ragioni disciplinari che dottrinali,
non coinvolse l'intero movimento, che non smarrì
del tutto l'impronta ortodossa delle origini; anzi,
tra le comunità umiliate, nella quasi generalità,
prese ben presto impulso un movimento di ritorno alla
gerarchia ecclesiastica, se già nel 1199 si
avvertì, da parte dello stesso Innocenzo III,
la necessità di operare una distinzione tra
gli Umiliati che non si erano ancora sottoposti alle
disposizioni apostoliche e quelli che invece apparivano
ormai pienamente ortodossi per la loro adesione alla
fede, confermata persino con un giuramento nelle mani
del presule veronese al quale era rivolta la lettera
del papa.
Si trattò pertanto di una "breve avventura
ereticale - come recentemente l'ha qualificata uno
dei maggiori esperti dei movimenti ereticali del medioevo
- sulla quale ebbe tuttavia il sopravvento il processo
che favorì il rientro degli Umiliati nell'alveo
dell'ortodossia, e che si concluse con la definitiva
approvazione papale del movimento e la sua costituzione
canonica in tre rami o famiglie: "Il primo ordine
clericale, con fraternità monastica propriamente
detta di professi e professe; il secondo ordine laicale
di uomini e donne che vivono monasticamente in case
religiose; il terzo ordine di quelli che rimangono
nel mondo presso le loro famiglie; ciascun gruppo
con una propria regola o propositum, promulgata da
Innocenzo III - come s'è appena detto - ai
primi del secolo XIII.
La storia immediatamente successiva è quella
di un ordine che, nonostante l'ondeggiare di alcune
frange fra ortodossia ed eterodossia, non disconosce
l'impegno della lotta antiereticale.
Lo sostiene, ancora una volta, il vescovo Giacomo
da Vitry, quando afferma: "In tutta la città
di Milano, fovea hereticorum, a stento si sarebbe
potuto trovare chi fosse in grado di opporsi al dilagare
dell'eresia, ad eccezione di alcuni santi uomini e
religiose donne, che dai maligni e dai profani sono
designati col nome di patarini (eretici). Dal sommo
pontefice però, dal quale hanno l'autorità
di predicare e di confutare gli eretici, e dal quale
anzi la loro religione venne approvata, sono chiamati
Umiliati".
E' su questo sfondo che si stagliano
le origini e i primordi di una delle quattro più
importanti comunità umiliate, preposte nel
1201 da Innocenzo III al governo del nuovo ordine.
Si tratta della domus de Vicoboldono, con l'attigua
chiesa di S. Pietro, eretta nel 1176 nell'omonimo
villaggio alle porte di Milano in pieve di S. Giuliano,
presso la via Emilia, l'antica strada romana che dal
capoluogo lombardo si spinge verso Lodi attraversando
la vasta e pingue pianura rigata dal Lambro e scorrendo,
per un buon tratto, in parallelo con un altro corso
d'acqua che lambisce quel territorio, la Vettabbia.
La fondazione, nel 1176, di questa primitiva chiesa
degli Umiliati insediatisi a Viboldone - non si trattava
ancora della grande chiesa tuttora esistente, la cui
costruzione venne realizzata nel 1348 - non sfuggì
all'attenzione degli annalisti milanesi, i quali segnalano
l'episodio ponendolo in concomitanza con altri due
significativi avvenimenti occorsi proprio in quel
medesimo anno, la morte dell'arcivescovo Galdino (18
aprile) e la vittoria del risorto comune cittadino
sul Barbarossa a Legnano: "Anno Domini 1176,
de mense aprilis obiit beatus Galdinus archiepiscopus
Mediolani. Eodem anno facta fuit ecclesia de Vicoboldono.
Et eodem anno, mense iunii (29 maggio, in realtà)
disconfitus fuit imperator Federicus ad Legnanum a
Mediolanensibus". L'affermazione trova conferma
in un atto notarile del 4 febbraio 1176, dal quale
emerge in tutta chiarezza che all'iniziativa per la
costruzione della chiesa di S. Pietro "que debet
edificari in loco Vicoboldono", che cioè
si sarebbe dovuta edificare a Viboldone, non era estraneo
l'ambiente - nè poteva esserlo, poichè
si trattava pur sempre dell'erezione di una chiesa
- della curia arcivescovile di Milano, che diede il
proprio assenso tramite l'arcidiacono Uberto Crivelli
(il futuro papa Urbano III), nella cui casa, e alla
cui presenza, venne redatto l'atto che permise di
superare le plausibili resistenze del pievano di S.
Giuliano.
Prendeva così avvio, sotto i carismi delle
autorità diocesane, la costruzione di una delle
prime chiese umiliate, seconda soltanto, stando alla
tradizione dell'Ordine, a quella di Rondineto in Como,
della quale tuttavia non si è ancora trovata
documentazione anteriore al 1189. Un'origine pienamente
ortodossa, dunque, resa tra l'altro evidente dalla
stessa intitolazione petrina della chiesa, non certo
casuale, per non dire della testimonianza che fornirebbe
un documento di Galdino, oggi perduto ma del quale
si ha notizia in un processo del 1322.
Un'ortodossia non smentita neppure negli anni successivi,
non appena si ponga mente a due conferme papali, di
Alessandro III l'una e di Urbano III l'altra, le quali,
essendo la prima anteriore e la seconda posteriore
alla nota condanna veronese di Lucio III (1184), allontanano
ogni sospetto di deviazione ereticale dalla fondazione
umiliata di Viboldone.
A differenza di quanto avviene nel
caso di un'altra importante fondazione umiliata milanese,
la casa di Brera, ritenuta la più antica del
secondo ordine, nella quale, fin dal suo primo emergere
nella documentazione, troviamo una fraternità
di uomini e di donne "qui et que sunt humiliati
per Deum", nei più antichi documenti sulla
"domus de Vicoboldono" non si rinvengono
espressioni che ne determinino esplicitamente la genesi
umiliata, fino al suo apparire nella bolla con la
quale Innocenzo III, subito dopo le conferme del terzo
ordine (7 giugno) e del secondo (10 giugno), approvò
il primo ordine degli Umiliati il 16 giugno 1201,
assegnando a Viboldone, accanto alle case di Rondineto,
di Vigalone e di Lodi, una posizione preminente e
di guida al vertice dell'Ordine stesso.
Né il documento del 4 febbraio 1176, né
quello del 18 luglio 1181, rogati entrambi dal notaio
milanese Giovanni Coallia, e tanto meno la bolla di
Urbano III del 1186 - unici superstiti di una documentazione
naufragata quasi in toto o dispersa nei più
svariati fondi archivistici dopo la soppressione dell'Ordine
nel 1571 - rendono esplicita l'appartenenza di Viboldone
al movimento umiliato, anche se non mancano di rivelarci
la presenza di una comunità di religiosi, "congregatio
fratrum", impegnata nella costruzione di una
chiesa (S. Pietro) incardinata in un organismo istituzionale
(così lascia intuire l'espressione "secundum
vestram istitutionem", ricorrente nella bolla
del 1186) e protesa all'ampliamento del patrimonio
fondiario che quei "fratres", fin dal 1176,
già possedevano "in ipso loco" di
Viboldone.
Ma proprio questo primo documento del 4 febbraio 1176
contiene la prova inoppugnabile che la "congregatio
fratrum", insediatasi verosimilmente a Viboldone
ancor prima che si desse avvio in quell'anno alla
chiesa, era emanazione del movimento di cui presto
sarebbe divenuta una delle principali e più
significative espressioni. Nel suo progetto edilizio
e di ampliamento patrimoniale, tale comunità
o "congregatio" trova infatti ampia disponibilità
e sostegno economico in Guido da Porta Orientale,
che del movimento umiliato milanese è il principale
esponente, se non addirittura il promotore. Pur prescindendo
dal titolo di beato con il quale verrà venerato
presso gli Umiliati dei secoli successivi e dal fatto
che venga ricordato anche quale "fundator ordinis
nostri", Guido da Porta Orientale è senz'altro
figura di primo piano nel contesto del movimento che
portò all'istituzione del tripartito ordine
degli Umiliati.
Basti dire che a lui, in primo luogo, è indirizzata
la lettera innocenziana del 7 giugno 1201, con la
quale il papa disciplinava la "forma vitae"
o "propositum" cui intendevano ispirarsi
gli Umiliati del terzo ordine, dei quali Guido si
era fatto portavoce in precedenti abboccamenti con
i delegati papali, recandosi anzi a Roma per chiarire
con il pontefice quel progetto di vita. Non solo,
ma a capo di tutto l'Ordine egli si presenta ancora
nel 1209: a nome di Guido da Porta Orientale e di
tutti gli Umiliati e Umiliate del regno d'Italia agiscono
infatti i ministri della braida del Guercio e della
casa di S. Maurilio in Milano che il 3 luglio di quell'anno
sovrintesero alla vendita di un sedime in Pioltello
alle "sorores" umiliate di Rancate in Milano,
per poi acquistare, con le 26 lire ricavate, una casa,
sempre a Pioltello, per le Umiliate ivi residenti.
Ma Guido è anche l'esponente di una nobile
famiglia milanese di origini capitaneali, i da Porta
Orientale, al vertice della vita cittadina fin dal
XI secolo, quando con Arnolfo (1093-97) si imposero
persino sulla cattedra arcivescovile di Milano. Lungo
tutto il XII secolo, poi, vari membri di questo gruppo
familiare appaiono attivi sul mercato immobiliare
quali acquirenti di decime o come esecutori testamentari,
a segno del grande prestigio raggiunto dalla famiglia.
In tale veste incontriamo il 6 giugno 1152 lo stesso
padre di Guido, di nome Guido come il figlio. Un'omonimia,
questa, che ha provocato notevole confusione sull'origine
del movimento umiliato, ricondotta da alcuni cronisti
del Quattrocento al tempo del soggiorno milanese di
san Bernardo di Chiaravalle, quando per certo il padre
di Guido era vivente, mentre si sa con pari certezza
che il 1° giugno 1174 era già morto: in
tale data i fratelli Aderardo e Guido sono infatti
ricordati come "filii quondam item Guidonis qui
dicebatur de Porta Orientale", in una investitura
beneficiaria di terre nel territorio di Linate in
favore di Corrado Menclozzi, che le aveva precedentemente
permutate con i due fratelli.
Anteriore di un biennio, peraltro, è la sua
ultima citazione da vivo, in un documento rogato nel
palazzo arcivescovile di Milano il 1° dicembre
1172, allorché "Guido figlio di Guido
da Porta Orientale" rimise le decime su alcuni
luoghi del Varesotto nelle mani dell'arcivescovo Galdino
che, dietro compenso di 160 lire d'argento, le concesse
a Pietro da Bussero, arciprete di S. Maria di Monte
Velate sopra Varese. Ma attraverso la testimonianza
del documento appena citato vediamo profilarsi rapporti
di estremo interesse - e in grado forse, se approfonditi,
di gettar nuova luce sulle origini del movimento umiliato
- tra lo stesso arcivescovo Galdino e l'omonimo figlio
di Guido, che, alla distanza di un quadriennio da
questa sua prima attestazione documentata (l'ultima
è del 1209), ritroviamo presente nell'atto
rogato il 4 febbraio 1176 in Milano nella casa dell'arcidiacono
Uberto Crivelli, quando furono poste le premesse per
la costruzione della chiesa di S. Pietro di Viboldone.
In quella circostanza svolse un ruolo di grande rilievo:
"dedit guadiam", ossia il "nobilis
et potens vir" Guida da Porta Orientale, "qui
fuit magnus capitaneus timens Deum et qui construxit
quamplures domus religiosorum et maxime domus fratrum
humiliatorum", si fece garante della promessa
di pagamento con la quale, liberamente, i "fratres"
di Viboldone si impegnavano a versare un fitto a Giuliano,
prevosto della pieve di S. Giuliano, in riscatto della
decima dovutagli in forza dell'appartenenza di Viboldone
a quel piviere.
L'erezione di una nuova chiesa, affiancata da una
comunità di religiosi, nel territorio della
pieve, poteva rappresentare un grave rischio per l'integrità
della giurisdizione plebana: a seguito delle protezioni
che senz'altro non sarebbero mancate, anzi già
si intravedevano, e ancor più per l'attrazione
spirituale della comunità stessa, ben presto
ne sarebbe derivata una "diminutio capitis"
nella persona del pievano o, quanto meno, una forte
sottrazione nei compensi economici legati alle oblazioni,
ai diritti di primazia, di sepoltura o di decima qualora
se ne fosse ottenuta l'esenzione - cosa nient'affatto
improbabile - per altre vie.
Tutte preoccupazioni che indussero il pievano a un
primo diniego, in ottemperanza, altresì, al
principio per cui "nulla ecclesia in preiudicium
est alterius construenda". poi, però,
le resistenze del pievano furono vinte. Egli cedette
di fronte alla disponibilità di Guido, che
generosamente garantiva per quelli di Viboldone, ma
ancor più, forse, perchè toccato dai
profondi sentimenti religiosi di quel "civis
Mediolanensis": "Pia ductus intentione",
dice di lui la lettera contenente l'approvazione papale
concessa da Benedetto XI nel 1304 a seguito di precedenti
conferme dell'accordo stipulato nel 1176 in casa dell'arcidiacono
milanese Uberto Crivelli.
Da un lato il pievano rinunciò allo "ius
decimationis" su Viboldone; in compenso ottenne
dalla liberalità dei "fratres", o
meglio di Guido, un fitto proporzionale all'aumento
dei beni che avrebbero acquistato nel territorio di
Viboldone, nonchè il tacito riconoscimento
della propria supremazia giurisdizionale nell'ambito
del piviere.
L'importanza di quell'accordo, oltre che dal luogo
e dalla presenza di Guido che si fa garante, traspare
dalla partecipazione di personaggi di tutto rilievo
e assai vicini agli ambienti della curia arcivescovile:
Alberico da Soresina, prete ordinario del capitolo
maggiore del duomo, o ancora il noto ed esperto giurista
Anselmo dell'Orto, assi vicino agli arcivescovi Galdino
(1166-76) e Algisio (1176-85), dai quali venne frequentemente
utilizzato come delegato o consigliere in operazioni
economiche e sentenze. Vi compare, quale fideiussore,
anche un da Busnate, Giovanni, personaggio di spicco
- aveva ricoperto il consolato di giustizia nel 1172
- di una famiglia vicinissima all'ambiente dei "fratres"
di Viboldone, se a essa appartiene il primo membro
della nuova comunità di cui ci sia stato tramandato
il nome: Obizone da Busnate, "canonicus suprascripte
ecclesie Sancti Petri", intervenuto il 18 luglio
1181 all'atto con il quale "illi de Vicoboldono",
delle 105 lire pattuite cinque anni prima, versavano
al prevosto Giuliano 83 lire e mezza per i beni già
acquistati, riservandosi di pagare le rimanenti 21
lire e mezza quando avessero acquistato "omnes
alias res que sunt in ipso loco de Vicoboldono".
Sulla base di questi ampi consensi, al centro di un
patrimonio in rapida crescita se già nel 1181
più di tre quarti dell'intero territorio di
Viboldone era stato acquistato, col favore nondimeno
dell'esenzione dalla decima, si delinea la primitiva
costruzione di quella che sarà la chiesa di
S. Pietro.
Quando un tardo cronista del Quattrocento afferma
a proposito degli Umiliati che erano soliti investire
i proventi dell'attività laniera - largamente
praticata, com'è noto, tra le loro comunità
- in acquisti di beni immobili, sembra trovare nei
capitali investiti a Viboldone dai da Porta Orientale,
tramite Guido, e con la partecipazione dei da Busnate,
un precoce modello di riferimento, alla base peraltro
del fenomeno che in seguito "provocò il
decadimento dello stesso lanificio presso gli Umiliati,
i quali, trasformatisi spesso in grossi proprietari
terrieri, non vedevano più la necessità
del lavoro manuale quale fonte di sostentamento e
di conseguenza le comunità monastiche finivano
con l'assumere sempre più forme canonicali".
A una forma di vita canonicale si ispirò,
da subito, la "congregatio fratrum" di Viboldone.
Canonica è definita, nel 1181, la chiesa di
S. Pietro, ormai ultimata; canonico è l'appellativo
che distingue sempre nel 1181, un membro di quella
comunità; prepositi sono chiamati i suoi superiori
e fratres i fratelli che intervengono alle convocazioni
capitolari. Il titolo di "canonica", isolato
o in combinazione con "domus" o "ecclesia",
perdurerà a lungo nella documentazione notarile,
prima di venir soppiantato, tra Quattro e Cinquecento,
dal semplice titolo di "domus" abbinato
a "monasterium", oramai inflazionato, o
a "prepositura", divenuto di uso comune
per designare tutte le case di religiosi governate
da prepositi.
Al suo interno viveva una comunità composita:
dei "fratres", chierici e laici che, abbandonata
la vita mondana ed emessi i voti religiosi, si proponevano
di condurre una vita di conversione, come attesta
nel 1186 la bolla di Urbano III. Con questa stessa
bolla il papa prendeva sotto la protezione apostolica
la fondazione da lui stesso favorita - da arcidiacono
della Chiesa milanese - un decennio innanzi, la confermava
nel possesso dei beni sino ad allora acquisiti, la
liberava dalle ingerenze laicali per quanto poteva
concernere la riscossione della decima, la dotava
di un cimitero e dei connessi diritti di sepoltura
e soprattutto acconsentiva che alla morte del preposto
in carica, Uberto, i successori venissero eletti dalla
comunità secondo il criterio della maggioranza
stabilito dalla Regola di S. Benedetto.
Quest'ultima disposizione fu, poi, perfezionata e
adattata alle comunità del primo ordine da
Innocenzo III, il quale nel 1201 stabilì che
all'elezione di un nuovo preposto partecipassero tutte
le componenti comunitarie, "fratres" e "sorores",
che eletto dovesse considerarsi il chierico prescelto
dalla maggioranza; che la scelta fosse sottoposta
all'approvazione dei quattro preposti maggiori (o
degli altri tre, ovviamente, qualora si trattasse
dell'elezione di uno di loro), prima della conferma
del vescovo diocesano. Non è il caso di addentrarci
ulteriormente nell'analisi dei testi innocenziani.
Basti dire che la regola "Omnis boni principium",
unica per i primi due ordini degli Umiliati, unisce
esigenze proprie della vita canonicale regolare, cui
sembrano ispirarsi prevalentemente le comunità
del primo ordine, a istanze tipicamente monastiche
presenti nel secondo ordine, composto unicamente da
"fratres" laici, i quali professavano di
seguire una regola senza accedere agli ordini clericali.
La differenza tra i due rami del medesimo Ordine si
riflette anche nell'appellativo usato per designare
i superiori delle rispettive "domus": i
prelati, di durata annuale o biennale, governavano
le comunità del secondo ordine; i prepositi,
il cui ufficio, invece, era vitalizio, quelle del
primo.
Verosimilmente, il primo preposito di Viboldone fu
Uberto, destinatario della bolla urbaniana del 1186.
L'avara documentazione del primo secolo di vita di
questa comunità non consente l'integrale ricomposizione
della serie dei suoi successori. Se ne conoscono tuttavia
alcuni: Lanfranco, citato tra i quattro prepositi
maggiori cui venne indirizzata l'approvazione innocenziana
del primo ordine nel 1201; Ambrogio, documentato nel
biennio 1214-15; Algisio, attestato in una permuta
con il prevosto Arderico di S. giuliano, dal quale
il 27 luglio 1241 ottenne il diritto di decima su
terre che la "canonica" di Viboldone possedeva
nel territorio di Rancate.
E arrestiamoci per il momento qui nell'elencazione,
anche perchè diverso è il ruolo svolto
da questi primi prepositi rispetto a quelli posteriori
al 1246, quando venne introdotto l'ufficio di maestro
generale, con giurisdizione e conseguente diritto
di visita sulle case di tutti gli ordini, compresa
la convocazione annuale del capitolo generale e la
conferma dei superiori eletti nelle singole "domus".
Sino ad allora tali prerogative erano state espletate
dai quattro prepositi maggiori, tra cui quello di
Viboldone, in rotazione quadriennale con i prepositi
di Rondineto, Vigalone e Lodi.
Questi conserveranno tuttavia una posizione preminente
anche in seguito, in quanto consiglieri del maestro
generale nei provvedimenti disciplinari, o delegati
alla convocazione delle assisi generali per l'elezione
di un nuovo maestro, come attesta ancora nel 1468
una ducale di Galeazzo Maria Sforza indirizzata "dominis
prepositis Vicoboldoni, Rondaneti, Brayde et Gambare",
significativamente designati "promotoribus ordinis
humiliatorum", perchè riuniscano il capitolo
generale nella prepositura di S. Calimero, fuori Porta
Romana di Milano, per procedere all'elezione di un
nuovo maestro generale essendo morto il precedente.
Nel tardo Quattrocento sopravvive ancora, dunque,
la chiara coscienza che le origini degli Umiliati
passavano per Viboldone.
La coesistenza di frati e di suore
nella stessa "domus", vietata in via generale
dai canoni, ma ammessa presso gli Umiliati, pur con
le opportune precauzioni, è documentata anche
per Viboldone, benché tardivamente, a partire
dalla seconda metà del Duecento.
E' del 1276 un documento, sul quale ritorneremo, che
vede un intero nucleo familiare, quello dei Polvale,
con padre, madre, figli e nipoti, fare un atto di
dedizione alla "ecclesia seu canonica seu domus
humiliatorum" di Viboldone, per condurvi la propria
vita "sicut fratres et sorores illius domus".
Un decennio dopo, nel 1287, sarà ancora uno
di costoro a ricordare la propria madre, Belfiore,
come "devota" vivente nella casa di Viboldone.
Più tardi, nel 1310, è addirittura la
nipote di un maestro generale, Benvenuta, "professa
dicte domus", a venir ricordata dallo zio, fra
Guidotto Riboldi, che dimessosi dal generalato si
era ritirato a Viboldone e, prossimo verosimilmente
a morire, volle disporre della rendita derivantegli
da un mulino sul Lambro a Melegnano in favore della
comunità, oltre che della prediletta nipote:
della porzione a lei riservata, "soror"
Benvenuta avrebbe potuto disporre con piena libertà
per l'acquisto di vestiti o per cure in caso di malattia,
previa licenza tuttavia del preposito.
Del permanere di "sorores humiliatae" a
Viboldone si ha notizia ancora dopo che, nel 1327,
Giovanni XXII non solo vietò l'ulteriore convivenza
di frati e di suore nello stesso edificio, ma persino
la contiguità di monasteri maschili e femminili.
L'ultima indicazione ci viene da un elenco di case
umiliate risalenti al 1344: nella "domus de Vicoboldono"
dimoravano 28 "fratres", 7 "sorores",
8 "famuli". Poi più nulla. Presumibilmente,
anche questa comunità femminile, al pari di
quelle esistenti in altri luoghi, venne estinguendosi
nel corso del secolo XIV; il Tiraboschi, infatti,
ci attesta che all'inizio del Quattrocento non esistevano
più conventi comuni di frati e di suore.
Sull'organizzazione e il tenore di vita della comunità
femminile di Viboldone siamo assai poco informati.
Si può tuttavia presumere, in analogia ad altre
comunità doppie, che a essa fosse preposta
una "ministra o magistra" e vi si praticasse
una vita di preghiera scandita dalle ore canoniche
in alternanza con il lavoro manuale, "pro sustentatione
vitae suae".
Lo "exercitium manuale" di maggior assorbimento
dovette essere senz'altro quello della lavorazione
della lana, specialmente nelle sue fasi più
delicate. A suore dedite all'opus lanae, dalla pettinatura
alla filatura, alla tessitura, rimanda tra l'altro
la preziosa serie di quadretti, stupendi nella loro
semplicità espressiva, che istoriano nei codici
ambrosiani la cronaca minore di fra Giovanni di Brera
del 1421.
In una parola, delle "sorores" di Viboldone
potremmo ripetere quanto scrive Umberto di Romans
delle Umiliate in generale: "De lana et lino
operantur assidue et fusum manibus apprehendunt".
I pannilani inviati alla comunità cistercense
di Morimondo, distrutte e saccheggiata dai Pavesi
nel 1237, sono un'ulteriore conferma dell'impianto
di un lanificio anche tra gli Umiliati e le Umiliate
di Viboldone.
Si sa per certo che all'elezione del preposto partecipavano
anche le "sorores", almeno fino al 1247,
insieme alla componente maschile della comunità,
chierici e fratelli laici. Questi ultimi, esclusi
dagli atti capitolari soltanto a partire dal 1374,
costituiscono un gruppo assai consistente entro la
"domus" di Viboldone. Nel 1258 se ne contano
almeno 35; a essi vanno aggiunti 12 chierici (di cui
sei sacerdoti, due diaconi e quattro suddiaconi) per
non avere che un quadro comunitario ancora lontano
- pensiamo - dalla sua completezza. La rivela, invece,
un capitolo del 1302, al quale intervennero. "preter
novem", tutti i frati professi con diritto di
voto: siccome i presenti risultano 29, a 38 membri
doveva ascendere l'intero nucleo comunitario. E di
altri 29 frati, "omnes professi", costituenti
"plus quam due partes", ossia i due terzi
del capitolo conventuale, risulta formata la comunità
nel 1310. Mentre, verso la metà del Trecento,
il numero di "fratres" dove essersi stabilizzato,
come si è visto, intorno alle 28 unità
di essi, almeno 16 dovevano essere chierici, secondo
quanto nel frattempo erano venute stabilendo le costituzioni
dell'Ordine.
Tra le prerogative per essere ammessi allo stato chiericale
vi era quella di saper leggere e cantare. Ma a seguito
delle disposizioni costituzionali emanate dal maestro
generale Beltramo (1309-17), l'accesso al chiericato
da parte dei fratelli laici non venne più consentito
e, di riflesso, negato il passaggio a fratello laico
professo da parte dei conversi. Quest'ultima categoria
è documentata anche per Viboldone: sono tali
il frate Monte e il frate Ambrogio, entrambi conversi,
che l'8 settembre 1276 intervengono in rappresentanza
della "domus de Vicoboldono" a un contratto
di permuta con il monastero di Chiaravalle, dando
in cambio del diritto di decima sulle terre di Civesi
e Rancate un bosco nel territorio di Sestogallo (l'attuale
Cascina Sestogallo), dove Chiaravalle intendeva portare
un acquedotto e dove voleva trasformare le terre in
prato. Accanto ai conversi spuntano i "famuli"
o "familiares" ad arricchire ulteriormente
il già variegato quadro della comunità
che, pur obbedendo a una concezione verticistica della
scala sociale, integrava al suo interno personalità,
categorie, mentalità e culture tanto diverse,
riunendo comunque tutti nel momento cardine dell'elezione
del preposito, anche - almeno nel periodo iniziale
- le componenti femminili.
Di questa microsocietà potremmo tranquillamente
ripetere, senza timore di errare, quanto papa Alessandro
IV, il 23 novembre 1258, scriveva al re di Francia
per indurlo ad accogliere anche nel suo regno gli
Umiliati, "in provincia Lombardie potissimum
dilatati"; si guadagnano da vivere con il lavoro
delle proprie mani, distribuiscono le elemosine, praticano
l'ospitalità, predicano la parola di Dio.
Dedizione di
famiglie a Viboldone: il caso dei Polvale
La grande forza di attrazione esercitata
a lungo dalle comunità umiliate sulle aspettative
sociali e religiose di ampi strati della popolazione
si coglie assai bene nella dedicazione a esse di intere
famiglie, che per quanto riguarda Viboldone trova
un'esplicita conferma nel caso dei Polvale, una famiglia
di Torrevecchia, nel Pavese. Offrendo se stesso e
i suoi beni a Viboldone, Ambrogio Polvale, nel 1276,
portava con sé la moglie Contisia, i tre figli,
Pasino, Pierino e Miranetto, i nipoti Albertino, Martino
e Zanino, figli di suo fratello Porro, defunto, e
un abbiatico, Ambrogino, anch'egli orfano del padre
Giovanni.
L'entrata dei genitori nella comunità come
professi non comportava l'automatica adesione dei
sette minori, ai quali era data la possibilità
di una scelta definitiva con la maggiore età:
potevano cioè scegliere se dedicarsi anch'essi
alla vita religiosa o se ritornare al secolo, portando
in tal caso, con sé parte del capitale guadagnato
con il loro lavoro.
La scelta religiosa venne effettuata, per certo, da
Ambrogio, il figlio del defunto Giovanni: il 15 aprile
1287, infatti, fece atto di donazione alla "canonica"
di Viboldone di tutti i beni ereditati nei territori
di Torrevecchia, Landriano e S.Ambrogio in Zibido,
alla condizione di ricevere sostentamento dalla casa,
al cui servizio si proponeva di rimanere insieme alla
madre, donna Belfiore, per il resto della vita.
Anche Pasino rimase a Viboldone, quale fratello laico
professo: in tale veste lo segnalano documenti del
1321-22, e ancor prima un atto di procura del 5 agosto
1302, a seguito del quale tre giorni dopo sovrintese
alla vendita di un sedime con casa nella città
di Lodi, pervenuto a Viboldone mediante l'unione della
casa umiliata di Roncole Lodigiano e venduto per far
fronte alle difficoltà economiche in cui versava,
in quel momento, Viboldone.
Se da una parte l'esempio dei Polvale ci indica a
quale inesauribile serbatoio di forze sempre fresche
e nuove attingesse la comunità per il proprio
irrobustimento, dall'altra il fenomeno delle dedizioni
può senz'altro ritenersi significativo dell'incidenza
esercitata sulla società dal cosiddetto "nuovo
monachesimo" (che non era necessariamente soltanto
quello cistercense) nei secoli centrali del medioevo.
La tendenza degli Umiliati a insediarsi
nelle vicinanze di un corso d'acqua ha un esempio
emblematico in Viboldone, che infatti sorse in posizione
un poco sopraelevata, quasi ai bordi di una via d'acqua
che ebbe importanza già nell'alto medioevo:
la Vettabbia.
Fin dal 1214 un tratto del fiume, oggi una roggia
che confluisce nel Lambro oltre Melegnano, fu ceduto
agli Umiliati di Viboldone dalla canonica plebana
di S. Giuliano. L'importanza di queste acque emerge
chiaramente dagli statuti concordati con gli utenti
della Vettabbia intorno al 1256, e da tutta una serie
di cause tra vari enti a proposito di mulini, di chiuse
e di fossati collegati con il medesimo corso d'acqua.
Ma ciò che gli Umiliati di Viboldone non vollero
assolutamente accettare fu l'imposizione di una tassa
sui redditi delle acque, che il comune di Milano aveva
decretato nel 1289 per le spese militari da sostenere
per prevenire aggressioni da parte del marchesi del
Monferrato Guglielmo VII. Viboldone ricorse al re
Rodolfo I d'Asburgo, la cui suprema autorità
era stata riconosciuta dai milanesi, e il 3 giugno
1289 ottenne non solo l'esenzione dalla odiosa tassa,
ma la piena padronanza dl fiume, precedentemente goduto
in feudo; il privilegio fu in seguito confermato nel
1304 da papa Benedetto XI. Consolidato in tal modo
il possesso della Vettabbia, il riferimento alle sue
acque è costante nelle carte patrimoniali dei
secoli successivi, poiché si trattava di una
indubbia fonte di ricchezza per la nostra comunità.
Quelle acque costituivano infatti un insostituibile
forza idrica per i mulini, alimentavano canali di
irrigazione in un territorio caratterizzato da un'ampia
superficie prativa, fornivano nondimeno occasione
- almeno allora - di ottima pesca. Occorre inoltre
ricordare che l'importanza di questa via d'acqua nella
vita economica di Viboldone si estese ben oltre il
periodo storico degli Umiliati. Altra tipica tendenza
di numerose case umiliate fu la creazione di un consistente
patrimonio terriero su cui investire i proventi dell'attività
manifatturiera e commerciale. Questo orientamento,
nel caso di Viboldone, portò ben presto alla
costituzione di un ingente patrimonio fondiario, non
senza l'apporto di donazioni sul tipo di quella dei
Polvale, ricordata poco sopra.
Alla vigilia della crisi economica sopravvenuta con
la peste del 1348, le pertiche di terra possedute
dagli Umiliati di Viboldone nella sola pieve di S.
Giuliano sommavano a quasi 5.000, come risulta dal
prospetto (tab.1) ricostruito sulla base del più
volte citato processo del 1322, dal quale è
stato possibile ricavare indicazioni sufficientemente
esaustive sia in ordine all'estensione sia in ordine
alla produzione. In assenza di studi preliminari non
è possibile seguire oltre l'evoluzione di questo
patrimonio. Qui basti dire che nel Quattrocento, secolo
di profonde trasformazioni per le proprietà
fondiarie ecclesiastiche, non si ha più notizia
di ulteriori acquisti di immobili, quanto piuttosto
di investiture livellarie a tutto vantaggio di grandi
famiglie dell'aristocrazia milanese, come i da Landriano,
che con l'appoggio di membri della stessa famiglia
assunti all'ufficio di preposito, ebbero modo di gestirne
gli ampi profitti.
Ma - per non citare che qualche altro esempio - anche
i Trivulzio si affacciano nella seconda meta del Quattrocento
tra quanti ambivano alle acque di risorgive e di rogge
di proprietà della nostra prepositura, data
la loro fondamentale importanza per l'irrigazione
delle terre che la potente famiglia milanese, prima
al servizio degli Sforza, a poi dei Francesi, stava
ammassando nel Lodigiano.
Parallelamente, unità fondiarie compatte e
di vasta portata, come le terre del villaggio di Viboldone
acquistate in blocco fin dal tempo di Guido da Porta
Orientale, dovettero subire un processo di sgretolamento,
se tra Quattro e Cinquecento le troviamo ormai in
possesso di altri enti, come il monastero maschile
di S. Celso, quello femminile del Lentasio, la canonica
di S. Calimero, nei cui confronti l'antica "domus"
umiliata era divenuta semplice livellaria. Rapporti
contrattuali furono instaurati, altresì, con
altri robusti enti monastici quali Chiaravalle e la
Certosa di Pavia, o con rettori di chiese milanesi,
tra cui la parrocchia di S. Tommaso in Terra Amara,
proprietaria di beni posseduti a Montone. Nel suo
insieme tuttavia si trattò di un patrimonio
consolidatosi tra le rogge e i fontanili della bassa
pianura irrigua del Milanese e del Lodigiano, con
prevalente estensione entro i confini della pieve
di S. Giuliano, anche se non mancano notizie di case
possedute in Milano, o di tenute in zone più
lontane: tali, per esempio, le terre allivellate ai
da Terzago nei territori di Trezzo, Colnago e Busnago,
in pieve di Pontirolo, lungo la riva destra dell'Adda.
A proprietà fondiarie concentrate nella zona
di epicentro della prepositura di Viboldone ci riporta,
del resto, la stima effettuata nel 1558, quando da
tempo ormai l'antica "domus" umiliata era
divenuta una commenda della famiglia Arcimboldi (tab.2).
Le complessive 10.899 pertiche di questo patrimonio
ci appaiono, in tale circostanza, ammassate in Roncole
Lodigiano o per lo più intorno alle cascine
che ben presto verranno smembrate dalla prepositurale
di S. Giuliano, capi pieve, per divenire parte integrante
della nuova parrocchia di S. Ambrogio, eretta da san
Carlo Borromeo nel 1578 in Civesio.
In linea con altri grandi latifondisti del tempo,
nella gestione di una proprietà fondiaria tanto
ingente, gli Arcimboldi mirarono alla creazione di
appoderamenti più compatti, ottenuti tramite
scambi e permute, favorirono l'escavazione di nuove
rogge e canali e avviarono la costruzione di cascine,
come quella iniziata nel 1566 "alli boschi de
Viboldono", distante mezzo miglio o poco più
dal villaggio. Soprattutto concentrarono la gestione
nelle mani di un unico amministratore, che negli anni
dei commendatari Ottaviano e Antonello fu il loro
fratello Giovanni: significativo, per la consistenza
della rendita patrimoniale, l'atto con cui il 26 maggio
1563 gli venne affidata la locazione di tutti i beni
della prepositura per 18.500 lire di affitto.
Un'ultima osservazione, di natura paesaggistica. Non
tanto i grandi corsi d'acqua, quanto piuttosto i canali,
i ruscelli e le rogge, serpeggianti lungo il bordo
di prati e campi, sono insieme ai mulini gli elementi
caratterizzanti di questo paesaggio, ancora oggi cromaticamente
variegato (nonostante l'avanzare di una industrializzazione
sempre più inquinante), e tuttora in grado
di rasserenare lo sguardo di chi s'inoltri per queste
campagne, e di offrire scampoli di liberi orizzonti
nel profilo d'ombra di cascinali scoloriti dal tempo,
nella quiete che emana dalla mole solitaria di Viboldone.
Riprendendo qui, per quanto possibile,
la serie dei preposti sopra interrotta, si può
intanto segnalare in tale ufficio Corrado Mantegazza,
saldamente attestato per almeno un biennio, a cominciare
dal 30 aprile 1256 in occasione del capitolo generale
radunato "in palatio ecclesie S. Petri site ad
locum de Vicoboldono", fino al 14 giugno 1258,
quando riunì la comunità per ratificare
precedenti contratti stipulati con il prevosto e i
canonici di S. Giuliano. Bisogna attendere tre decenni
prima di rintracciare un altro preposito, il monzese
Guidotto Riboldi che - secondo Giovanni di Brera -
resse la comunità di Viboldone per sei anni,
dal 1288 al 1294, prima di diventare maestro generale.
Il nuovo secolo vede al governo prima Galvano da Melegnano
(agosto 1302), poi Benedetto, documentato tra l'ottobre
e il dicembre 1303, e di nuovo Galvano, attestato
nell'aprile 1307, mentre non doveva più esserlo
nel 1309, se dobbiamo dar credito al solito Giovanni
di Brera, che indica in Beltramo il preposito di Viboldone
assunto al generalato in quel medesimo anno, a seguito
della rinuncia del Riboldi, ritiratosi a sua volta
a Viboldone. L'ex maestro generale spunta infatti
dal folto di un capitolo conventuale radunato l'11
gennaio 1310, sotto la presidenza di un non meglio
identificato Francesco, in quel momento "praepositus
ipsius domus". Qualche anno più tardi,
un documento dell'8 dicembre 1319, rogato "in
domo de Vicoboldono, in habitacione domini magistri
generalis", ci rivela che aveva eletto la nostra
"domus" a propria residenza lo stesso maestro
generale, fra Giacomo, imposto all'Ordine da Matteo
Visconti, fautore di una colletta di 30.000 lire di
terzoli: alla sua riscossione aveva cercato di opporsi
il maestro generale Beltramo, ma venne per questo
incarcerato dal potente signore di Milano, poi deposto
e sostituito prima con Galvano da Melegnano, quindi
con Giacomo "de Alliate".
Negli anni che videro la signoria viscontea barcollare
sotto i colpi delle martellanti denunce e scomuniche
inflitte ai suoi fautori nei processi loro intentati
dagli inquisitori papali, preposto di Viboldone era
però fra Galvano da Melegnano. Se egli fosse
la stessa persona di cui troviamo traccia nei documenti
che risalgono agli anni tra il 1302 e il 1307, è
difficile dire; non è però del tutto
inverosimile, data la possibilità di un'eventuale
rimozione dall'ufficio e comunque la probabilità
di una delega nell'esercizio del medesimo in altre
"domus". Anch'egli, stando al Tiraboschi,
fu tra i seguaci della politica viscontea; risulta
difficile, del resto, supporre il contrario, in anni
in cui la vicina canonica plebana di S. Giuliano era
nelle mani di Guido, fratello dell'arciprete della
Chiesa milanese Roberto Visconti. Con il potente canonico
egli dovette comunque fare i conti prima di addivenire
a un difficile accordo, il 18 dicembre 1322, che suggellava
il processo promosso dal Visconti nel tentativo di
recuperare i diritti di decima finiti nelle mani di
Viboldone. Ciò è provato dagli atti
riuniti nel folto fascicolo processuale a noi pervenuto,
che ci consente oltretutto di recuperare documenti
preziosissimi sulle origini e i primordi della "domus"
umiliata. La vicenda dovette in ogni caso comportare
compromessi non facili, né certamente mancarono
adesioni ai Visconti all'interno della comunità,
se una scomunica per contumacia piovve addosso, il
1° febbraio 1323, anche a fra Tommaso Naso, citato
più volte quale legato di Viboldone nella lite
con S. Giuliano.
Ma la figura emergente, tra i preposti del XIV secolo,
è certamente quella di Guglielmo Fava o Villa.
Uomo di cultura, è ricordato dal Tiraboschi
tra i pochi scrittori dell'Ordine per aver composto
un commento alla "Regola" di S. Benedetto.
La notizia, ripresa dal "Chronicum Braidense",
che contesta però al Villa l'identità
della Regola umiliata con quella benedettina, trova
conferma nella lastra tombale di questo preposito,
fortunosamente conservatasi. Oltre a segnalare il
titolo esatto del libro composto dal Villa, "Zaphirus
de expositione Regulae beati Benedicti", l'epigrafe
che contorna sul bordo l'insigne scultura, attribuibile
alla scuola di Giovanni di Balduccio da Pisa, lo ricorda
per aver esercitato l'insegnamento "in pluribus
studiis generalibus" quale "decretorum doctor",
ossia come laureato in diritto canonico, indicando
peraltro, insieme alla data della morte (13 dicembre
1365), in 32 anni la durata del suo governo a Viboldone:
sicché la sua elezione a preposto deve essere
fatta risalire al 1333. Fu anche maestro generale,
in successione a Benedetto da Alzate, morto nel 1336.
Siccome però la sua elezione era avvenuta in
deroga alla riserva apostolica sull'ufficio di generale
promulgata da papa Giovanni XXI († 4-12-1334),
il Villa pensò di sanare il caso controverso
ricorrendo alla conferma da parte del nuovo pontefice
Benedetto XII, anche per tutelarsi maggiormente di
fronte alle contestazioni di quanti, mal sopportando
un governo rivelatosi ben presto esorbitante, andavano
ventilando motivi di invalidità sulla sua elezione.
Ma la mossa costò al Villa il generalato. Benedetto
XII, con lettera del 15 luglio 1338, preferì
infatti rimettere la spinosa decisione al capitolo
generale dell'Ordine, che si sarebbe dovuto riunire
ad Alessandria.
L'opportunità di sbarazzarsi del Villa non
fu lasciata passare invano dagli Umiliati: memori
delle prepotenze subite (molti prepositi erano stati
da lui costretti a giurare di dimettersi dopo un biennio),
decisero di eleggere un nuovo maestro generale nella
persona del bergamasco Giacomo da Almenno. La bruciante
sconfitta indusse il Villa a tentare, contro colui
che egli considerava l'usurpatore, le vie della delazione
tramite un suo omonimo adepto, fra Guglielmo "de
Cazzago", professo di Viboldone, come si evince
dal processo in corso nel 1341 davanti al vicario
vescovile di Bergamo. Con Giacomo da Almenno, ingiustamente
sospettato di aver sfruttato lettere papali false
e manipolate, si schierò però l'intero
Ordine e all'ambizioso preposito non rimase che rassegnarsi.
Come, più tardi, dovette rassegnarsi a vedere
invalidata la propria elezione a vescovo di Lodi,
effettuata dai canonici di quella Chiesa nella primavera
del 1343. Essa infatti era stata fatta in deroga alla
riserva generale sulla provvisione delle chiese cattedrali
vacanti della provincia ecclesiastica di Milano, rivendicata
alla Sede Apostolica da papa Benedetto XII: andava
perciò considerata nulla, dichiarò Clemente
VI l'8 luglio di quello stesso anno.
Simili vicende, che sembrano avvalorare la qualifica
di "violento e ambizioso" attribuitagli
da uno studioso come il Mercanti, non impedirono al
Villa di lasciare un segno indelebile della potenza
economica e spirituale cui era pervenuta la canonica
di Viboldone durante la sua prepositura. Alle sue
capacità organizzative e alla sua intelligenza
e sensibilità artistica, esplicatasi nella
scelta di raffinati maestri d'architettura, si deve
la realizzazione dell'attuale, stupenda chiesa di
Viboldone, ultimata nel 1348, come una modesta lapide,
murata sul cotto della facciata a destra del rosone,
sobriamente ricorda: MCCCXLVIII HOC OPUS FACTUM FUIT
TEMPORE DOMINI FRATRIS GUILLELMI DE VILLA PROFESSI
ET PREPOSITI HUIUS DOMUS DECRETORUM DOCTORIS. La data
è ripetuta, ancora, sulla semicolonna a lato
della nicchia con sculture di maestri campionesi.
Una nuova data, 1349, compare sul bordo del sottarco
che incornicia l'affresco sopra l'altare maggiore,
raffigurante la Madonna in trono e quattro santi,
con la figuretta del committente nell'angolo a sinistra:
il nostro preposito secondo alcuni storici dell'arte,
mentre secondo altri questi è piuttosto da
identificare nel frate inginocchiato del "Giudizio
Universale".
Di fronte a questo eccezionale complesso monumentale
non si possono non apprezzare le doti culturali e
spirituali del preposito Villa, emblematica figura
della potenza economica e religiosa dell'istituzione
in cui visse da protagonista.
La comunità, che nei decenni del Villa era
tra le più solide dell'Ordine sia per redditi
sia per consistenza numerica, continuerà a
mantenere alte le proprie rendite anche nei due secoli
a venire: l'estimo di lire 300 che le viene assegnato
dalla "Notitia cleri" del 1398 si troverà
aumentato a lire 750 nel "Liber Seminari"
del 1564, risultando comunque inferiore, in entrambi
i casi, soltanto alla casa di Brera. Non si può
dire altrettanto della consistenza numerica, sicuramente
in progressivo declino, anche se non siamo in grado
di offrire a questo scopo quadri complessivi e continuativi.
Conosciamo però i prepositi che si sono alternati
alla sua guida, dopo il Villa. Successore gli fu senz'altro
fra Nicola, della nobile famiglia "de Gradi",
attestato l'11 maggio 1368 e di nuovo il 23 marzo
1385. A cinque anni da questa data, nell'ottobre 1391,
l'ufficio è ricoperto da fra Giovanni "Chonago",
ancora in carica il 14 dicembre 1396.
I primi tre lunghi e difficili decenni del nuovo secolo
videro invece alla guida di Viboldone un Visconti,
Andrea, figlio di Azzone, creato frate, preposito
e maestro generale in un sol giorno, nel 1401, da
papa Bonifacio IX. Morì nel 1431, lasciando
l'Ordine in condizioni prossime allo sfacelo.
Si cercò di porvi rimedio con un movimento
di riforma culminato nel 1436, quando, da almeno un
anno, preposito di Viboldone era fra Giovanni, tenace
difensore delle tradizioni di fronte alla proposta,
risultata in seguito vincente, di cambiare il sistema
di eleggere il maestro generale.
Segue un quarto di secolo avvolto dal silenzio delle
fonti che non ci segnalano se non il nome di un altro
preposito, fra Stefano "de Arzago", inciso
su una campana della torre campanaria di Viboldone
il 10 marzo 1456. Incerta, al dire dello stesso Tiraboschi,
ne è l'identità con l'omonimo maestro
generale eletto nel 1435 e rimasto in carica fino
al 1443. ma oramai da tempo la collazione della prepositura
di Viboldone doveva essere stata devoluta alla Sede
Apostolica, secondo una prassi che non escludeva il
parallelo controllo dei duchi di Milano, come ben
lascia intendere la procedura seguita per la nomina
del suo successore, un membro, il primo, della famiglia
Landriani, in anni che volgevano sempre più
verso la decadenza dell'antica "domus" umiliata,
coinvolta nel parallelo galoppante declino dell'Ordine.
Dai Landriani,
ultimi prepositi, agli Arcimboldi, primi commendatari
Il fenomeno che ridusse tante istituzioni
religiose a centri di potere economico in balia di
potenti gruppi familiari, avviato già nel Trecento
e vertiginosamente radicatosi nel corso del Quattrocento,
non trova eccezione neppure nella prepositura di Viboldone,
al cui governo si susseguirono esponenti della famiglia
da Landriano, per oltre un settantennio, dal 1459
al 1525.
Primo di essi fu Giacomo, figlio di Accorsino. La
sua candidatura venne proposta dallo stesso duca Francesco
Sforza, come rivelano le lettere del 6 e del 21 febbraio
e ancora dell'8 marzo 1459, indirizzate al proprio
commissario Ottone del Carretto perchè se ne
facesse promotore a Roma, presso il papa, contro la
concorrenza di frate Pietro della Croce, appoggiato
invece dagli Umiliati.
Ebbe la meglio il Landriani, se il 31 dicembre 1460
risulta lui titolare dell'ambita carica. Venne assunto
pure al supremo ufficio di maestro generale, nel 1469,
e confermato a vita dal papa, in deroga alle costituzioni
dell'Ordine che nel 1436 avevano ridotto al triennio
la durata dell'incarico generalizio. E il doppio ufficio
mantenne fino alla morte, avvenuta l'8 novembre 1485,
dopo 25 anni di governo durante i quali favorì
i propri congiunti nell'assegnazione dei beni patrimoniali
della prepositura: lo dimostrano le licenze ducali
del 5 marzo 1472 e del 3 novembre 1477, concesse per
il rinnovo, al tesoriere ducale Antonio da Landriano,
della locazione novennale su alcune possessioni di
Montone e di Settimo, o la licenza del 18 gennaio
1483 in favore di Pietro da Landriano, consigliere
ducale, che aveva in locazione i prati denominati
del Mulino e del Borgo, la cui estensione era di circa
360 pertiche.
Non dovette discostarsi di molto la politica perseguita,
nella gestione del patrimonio, dal successore Ludovico,
figlio di Antonio, il tesoriere ducale appena ricordato,
il quale rimase al governo della prepositura per quasi
un quarantennio. Investiture livellarie concernenti
le acque della roggia Zerbia, che usciva dalla Vettabbia
e bagnava le terre di Montone, vennero effettuate
per esempio, nel 1493 e di nuovo nel 1510, in favore
di Francesco Brivio, marito di sua sorella Margherita,
anche se i due non andarono del tutto esenti da qualche
screzio, non disgiunto forse da questioni ereditarie
la cui eco ci è pervenuta tramite un compromesso
del 1508.
Al padre, morto assassinato, Ludovico subentrò
comunque nell'incarico di consigliere e tesoriere
ducale con il ritorno di Massimiliano Sforza a Milano,
al quale era molto legato, mentre fu inviso ai Francesi
che, anzi, lo fecero prigioniero e lo rilasciarono
soltanto dietro pagamento di un forte riscatto. Le
vicende familiari e le implicazioni della politica
sforzesca non gli impedirono tuttavia di occuparsi
dell'edificio di cui era preposito e benché
non disdegnasse di risiedere a Milano, or nella casa
di Porta Ticinese in contrada Rugabella, nella parrocchia
di S. Eufemia, fatta riparare nel 1472 dal suo predecessore,
or nella casa di Porta Cumana in parrocchia S. Cipriano,
or in quella di Porta Nuova in parrocchia di S. Eusebio,
non trascurò di "bonificare bona"
e "domus" di quello che ormai veniva chiamato
il suo monastero.
A tale scopo, nel 1509, investì 450 lire imperiali
per le riparazioni, con riguardo particolare alla
"saletta aperta in domibus dicti monasterii",
denominata "Humiliatorio", piuttosto pericolante
nei muri: "Ubi oportet expendere", ribadiva
il preposito, anche perchè "muralie dicti
loci cui dicitur in Humiliotorio minantur ruynam".
Preferì comunque deflettere dalle cure amministrative
affidandone l'incarico a fra Paolo da Corsico (l'unico
professo di Viboldone, tra l'altro, di cui sia emersa
qualche traccia), ricompensato con la prepositura
umiliata di S. Marino di Crema. Seppe inoltre tesaurizzare
in beni artistici, come dimostra l'acquisto, per 80
scudi d'oro, dei celebri arazzi illustranti la battaglia
di Pavia con le imprese del duca di Nemours, Gastone
di Foix (+1512), opera di Bernardo van Orley, ora
conservati nel Museo nazionale di Napoli.
E la comunità? In oblio, ma non estinta, se
alla morte di Lodovico, avvenuta negli ultimi mesi
del 1523, ebbe la forza di opporre un suo preposito,
Giorgio Lurasco, al candidato dei Landriani, Giovanni
Andrea, in un intrecciarsi di vicende che attendono
ancora di essere chiarite.
Tutto ciò avvenne prima che il 28 dicembre
1525 la ricca prepositura, ambita anche dai Trivulzio,
finisse in commenda nelle mani del neoeletto vescovo
di Novara Giovanni Angelo Arcimboldi (1485-1555),
il tristemente noto collettore di lasciti indulgenziali
nella Germania di Lutero. L'ottenne col denaro, come
egli stesso si compiace di ricordare nella sua autobiografia:
al Lurasco, che della prepositura di Viboldone diceva
di essere provvisto "auctoritate ordinaria",
diede in cambio la prepositura umiliata di S. Pietro
di Caravaggio del valore di 550 ducati; riuscì
invece a tacitare il Landriani, che la pretendeva
"auctoritate apostolica", ricompensandolo
con una pensione annua di 540 ducati d'oro, suddivisa
tra lui e suo padre, il cavaliere gerosolimitano Gaspare,
"et sic omnes concordati sunt".
Fu peraltro molto più difficile vincere le
resistenze dei Trivulzio, che con i loro due cardinali,
Scaramuzza e Agostino, "acerrime se opposuerunt"
anche alla nomina dell'Arcimboldi a vescovo di Novara,
"illis solis resistentibus", ma alfine ottenuta
a loro scorno, rimarca soddisfatto l'Arcimboldi, "in
faciem et obbrobrium ipsorum cardinalium Trivultiorum".
Del cardinale Agostino, protettore tra l'altro dell'Ordine
umiliato, si trova traccia anche in un documento del
21 gennaio 1525, nel quale si fregia del titolo di
"commendatario di Viboldone" in occasione
di una ricognizione sui beni di Montone. I documenti
successivi, però, indicano nell'Arcimboldi
il commendatario: anche in questo caso dev'essere
riuscito a smorzare le ire del potente cardinale con
qualche pensione, pattuita per vie processuali, e
che sappiamo essergli stata versata in 200 ducati
nel 1542, e ancora ad altri membri della famiglia
in seguito.
Molto meno bastò invece per i frati rimasti
in comunità alle dipendenze di un priore per
il loro sostentamento, l'ex accaparratore di decime
e indulgenze papali stabilì, nel 1532, che
dovesse bastare la rendita di 700 pertiche di terra
suddivise in più parcelle. magra porzione se
rapportata alle oltre 10.000 pertiche cui assommava
il patrimonio fondiario della prepositura (tab.2),
ma più che sufficiente evidentemente per lo
spregiudicato e avido commendatario, che non pensava
certo a rivitalizzare la vita religiosa di una comunità
che, per quanto immiserita, riuscì a tirare
avanti, conoscendo anzi nuove adesioni, prima di naufragare
nel tracollo generale dell'Ordine.
L'Arcimboldi si preoccupò piuttosto di mantenere
la ricca prepositura in appannaggio alla famiglia.
Già nel 1548, alla vigilia della sua nomina
ad arcivescovo di Milano (1550), la trasmise al maggiore
dei figli maschi, Ottaviano, morto nel 1563. Gli subentrò
allora il fratello minore, Antonello, letterato di
certa fama, in contatto con Carlo Borromeo per le
vite degli arcivescovi di Milano, divenuto anche titolare
della prevostura di Crescenzago.
Fu durante la sua amministrazione da commendatario
di Viboldone che, nel 1571, all'indomani della celebre
archibugiata scoccata da un Umiliato contro il santo
arcivescovo di Milano, venne decretata da Pio V, il
7 febbraio, la soppressione del ramo maschile dell'Ordine
degli Umiliati.
Si concludeva così, dopo quattro secoli, l'avventura
storica della comunità umiliata di Viboldone,
nella quale, alla vigilia della soppressione, vivevano
ancora sei sacerdoti, due chierici e alcuni conversi.
Continuò però a sussisterne il patrimonio,
grazie alla commenda, pervenuta, dopo la morte di
Antonello (1578), nelle mani di un altro Arcimboldi,
di nome Giovanni Angelo come il primo commendatario,
suo nonno. Sarà lui a progettare una nuova
soluzione per la vetusta prepositura, affidandola,
dopo lunghe trattative, a una comunità di monaci
benedettini di Monte Oliveto.