L’atto di nascita
"Anno Domini 1176, de mense aprilis obiit beatus
Galdinus archiepiscopus Mediolani. Eodem anno facta
fuit ecclesia de Vicoboldono. Et eodem anno, mense
iunii disconfitus fuit imperator Federicus ad Legnanum
a Mediolannsibus".
(Annales Mediolanensis Minores)
("Nell’anno del Signore
1176, nel mese di aprile morì il beato Galdino,
arcivescovo di Milano. Nello stesso anno fu fatta
la chiesa di Viboldone. Ancora nel medesimo anno,
nel mese di giugno (in verità a fine maggio)
l’imperatore Federico fu sconfitto dai Milanesi
presso Legnano")
La fondazione, nel 1176, della primitiva
chiesa a Viboldone non sfugge all'attenzione dell’anonimo
annalista milanese che la segnala assieme ad altri
due avvenimenti accaduti in quel medesimo anno e da
lui ritenuti di assoluta importanza: la morte di Galdino
(il grande Arcivescovo che tanto aveva operato per
la unificazione e il ritorno dei milanesi nella città
distrutta) e la vittoria del risorto comune di Milano
sul Barbarossa a Legnano.
Anonimo di Laon
(Chronicon universale sec XII-XIII)
"Nelle città di Lombardia vi furono allora
(1179) alcuni cittadini i quali, continuando a rimanere
nelle case con le loro famiglie, avevano scelto un
modo particolare di vivere religiosamente, si astenevano
da menzogne, giuramenti, liti (giudiziarie), contenti
di una veste semplice, impegnandosi nella difesa della
fede cattolica. Essendosi recati dal Papa (Alessandro
III), costoro chiesero che venisse confermato questo
loro proposito (di vita). A questi il papa concesse
che ogni loro cosa fosse fatta secondo umiltà
e onestà; ma vietò specificamente che
fossero tenute da loro riunioni (di culto) e proibì
rigorosamente che osassero predicare in pubblico.
Non rispettando il mandato apostolico, divenuti disobbedienti,
costoro si fecero per questo scomunicare. Essi si
autodefinirono Umiliati sulla base del fatto che,
non vestendo indumenti tinti, si accontentavano di
una veste semplice.
Giacomo di Vitry,
così ricorda nel 1216 gli Umiliati conosciuti
in un suo recente passaggio attraverso l’Italia
settentrionale:
"Dopo queste cose arrivai nella
città di Milano, che è un covo di eretici,
dove rimasi per qualche giorno e predicai in alcuni
luoghi la parola di Dio. A stento trovai in tutta
la città qualcuno che si opponga agli eretici,
a eccezione di certi uomini santi e donne religiose,
che individui maliziosi e secolari chiamano "Patarini",
mentre dal sommo pontefice, che ha concesso loro l’autorità
di predicare e combattere gli eretici – e che
ha anche approvato la loro "religione" -,
sono chiamati "Umiliati". Questi sono coloro
che, lasciando ogni cosa per Cristo, si radunano in
diversi luoghi, vivono del lavoro delle loro mani,
predicano con frequenza la parola di Dio e volentieri
l’ascoltano, perfetti e stabili nella fede,
efficaci nelle opere. Siffatta religione si è
tanto moltiplicata nell’episcopato milanese
che ha creato centocinquanta congregazioni conventuali
di uomini da una parte, di donne dall’altra,
senza contare coloro che rimangono nelle proprie case".
"Vivono poi in comune, in gran
parte del lavoro delle loro mani"
(Lettres de Jacques de Vitry, évêque
de Saint-Jean d’Acre)
Umberto di Romans (sec XIII),
così descrive l’impegno nel lavoro degli
Umiliati:
"Bisogna notare che alcuni sono
religiosi che hanno possedimenti ampi e redditi più
che sufficienti per vivere. Altri sono coloro che,
non avendo alcuna di queste cose, vivono di sole elemosine:
costoro però vivono del proprio lavoro secondo
la forma della chiesa primitiva. Infatti non hanno
possessi, se non pochi in rari casi; ma vivono con
rigorosa coerenza del lavoro che uomini e donne esercitano
personalmente soprattutto nella produzione dei panni,
e distribuiscono elemosine e accolgono in modo devoto
i religiosi poveri".
L'arte di lavorare
la lana
Il lavoro al quale attendevano gli
umiliati e per il quale furono giustamente famosi
era la lavorazione della lana.
Tutte le fasi di tale lavorazione erano eseguite dagli
Umiliati "propriis manis laborando": dalla
scelta della materia prima, alla battitura, alla cardatura,
alla pettinatura, alla filatura, alla tessitura, fino
alla vendita dei tessuti, come viene documentato dalle
raffigurazioni della cronaca manoscritta di Giovanni
da Brera, conservata alla Biblioteca Ambrosiana.
Il prodotto veniva commercializzato col nome di "panni
umiliati" (panni qui dicuntur umiliati) in tutta
l'Italia settentrionale, fino alla Toscana e oltre.
A Firenze, uno dei mercati di tessuti più ricchi
dell'epoca, gli Umiliati possedevano una domus molto
prestigiosa, collegata alla Chiesa d'Ognissanti.
E' forse grazie a questa trama di conoscenze che Giovanni
da Villa potrà chiamare artisti toscani a collaborare
con gli artisti lombardi nella costruzione di Viboldone
e di Brera.
L'arte di coltivare
i prati
Noti principalmente per la loro attività
nel campo della lavorazione della lana, gli Umiliati
ebbero un ruolo determinante anche nella formazione
del paesaggio lombardo e nell’introduzione o
nello sviluppo di colture particolari, quali l’uso
delle marcite e la coltivazione del gelso, da cui
deriva la tipica immagine della “piantata lombarda”.
Facendo scorrere in continuazione un sottile velo
d’acqua sul terreno leggermente inclinato, si
verificava una crescita continua dell’erba,
che consentiva un taglio d’erba ogni 30-40 giorni.
L’ultimo taglio veniva lasciato sul terreno
dove marciva (da qui forse il nome di “marcite”)
producendo ottimo nutrimento per la terra.
Tali innovazioni verranno poi lentamente assimilate
anche dalla società civile e diventeranno uno
dei fattori di crescita economica e culturale dell’intera
Lombardia
L'arte di amministrare
I monaci umiliati furono molto apprezzati
e richiesti dalle autorità civili come contabili
della finanza pubblica, anche al di fuori della Lombardia,
per la loro capacità e la loro integrità.
Tale capacità di AMMINISTRARE CON ARTE è
confermata – ad esempio - dalla presenza di
monaci umiliati ai massimi livelli della magistratura
finanziaria che gestiva le entrate e le spese del
comune di Siena nella prima metà del XIV secolo.
Tali figure, scelte per capacità professionale,
integrità di vita ed assoluta estraneità
alle vicende politiche locali, sono raffigurate su
alcune Biccherne di Siena (Biccherne erano i libri
contabili, con rilegatura dipinta, contenenti gli
atti finanziari del comune a Siena):
Don Magino, monaco degli Umiliati,
Camerlengo, (Biccherna del 1307)
Libro di Frate Iacomo degli Umiliati,
Camerlengo (Biccherna del 1314)
Libro di Frate Grigorio degli Umiliati
(Biccherna del 1324).
Un colpo d'archibugio
L'ordine degli Umiliati, di venuto
ormai ricco epulone corrotto e incorreggibile, viene
soppresso il 7 febbraio del 1571 da Papa Pio V in
seguito a un avvenimento insieme tragico e oscuro.
Nella notte del 26 ottobre 1569, un
certo Gerolamo Donato detto il "Farina",
dell'ordine degli Umiliati, entra in Arcivescovato
nascondendo sotto la mantella un archibugio, coglie
Carlo Borromeo intento a pregare in una cappella,
circondato dal consueto stuolo di domestici e di guardie:
sfodera l'archibugio, prende la mira ed esplode il
colpo.
Archibugio difettoso? Mira scarsa? Distanza eccessiva?
Forse tutte queste cose insieme, o altro ancora...
Fatto sta che l'Arcivescovo esce miracolosamente indenne
dall'attentato.
Il Donato, avvantaggiandosi dello scompiglio
e dell’oscurità svanisce nel nulla. E
qui vi rimarrebbe forse per sempre, protetto da familiari
mandanti e fiancheggiatori se, dopo lunghe e meticolose
indagini, non fosse tradito dai pentiti di turno.
Individuato, catturato e rinchiuso nelle carceri vescovili
di Milano con altri quattro frati compromessi nella
congiura, venne giustiziato il 2 agosto 1570 a pochi
passi dall’Arcivescovado, nella Piazza di S
Stefano in Brolo: al Legnani (preposito S. Cristoforo
in Vercelli) e al Campagna (preposito di S. Bartolomeo
di Levata in Verona) furono mozzate le teste nelle
prime ore del mattino. Li altri due (il Mirisio, preposito
di S.Maria di Fornovo), e il Donato, (designato alla
prepositura di Porta Comasina) poco prima del hora
del desinare passarono sopra un carro menandoli intorno
alla piatta del duomo, et giunti dinanti alla porta
del palatto del Arcivescovado, tagliarono la mano
dritta che tirò l’archibusata al Cardinale.
Gli menarono dove haveno fatto morir gli altri dui
(…) tutti morsero contantissimamente. (lettera
spedita lo stesso giorno del supplizio dall’Ambasciatore
Tomaso Zerbino al Duca di Ferrara)