La vicenda degli Umiliati si estende
per quattro secoli: parte dagli anni settanta del
XII secolo per terminare nel febbraio del 1571 quando
Pio V soppresse il ramo maschile. E’ una plurisecolare
vicenda non facile da riassumere e da valutare. Inizia
spontaneamente al centro della Lombardia secondo modalità
differenziate: senza che si riesca a individuarne
uno o più fondatori, senza che si possa identificare
un luogo che prevalga sugli altri. Così troviamo
le prime comunità umiliate in Milano, Lodi,
Pavia, Como, ma anche in Verona, Piacenza, Bergamo,
Brescia, Monza, Cremona. Fenomeno cittadino? Forse
sì, forse no, perché in origine i frati
umiliati sono così in città come nelle
campagne, anche se si può pensare che gli insediamenti
rurali si siano sempre collegati in modo stretto con
le realtà urbane: a segnare un’unità
tra città e campagna che nel XII secolo ancora
era viva e operante.
Quali furono i protagonisti? Non riusciamo a individuare
personaggi e personalità di particolare spicco.
All’origine degli Umiliati non vi è il
singolo, il santo che altri celebrerà. All’’origine
degli Umiliati ci sono gli Umiliati: ossia vi sono
esperienze religiose di carattere esteso, i cui protagonisti
si presentano con un volto collettivo e composito,
laici e chierici, uomini e donne. Siffatti caratteri
originari incideranno non poco sulla successiva storia
degli Umiliati, agli inizi tanto entusiasti quanto
ingenui: entusiasti in riferimento alla scoperta di
strade religiose innovative, che si distanziavano
e si distinguevano dai consueti percorsi del monachesimo
e della tradizione canonicale; ingenui nel credere
che quelle strade potessero essere riconosciute subito
come pienamente legittime dalle autorità ecclesiastiche.
Il desiderio di sperimentare più direttamente
il rapporto con il Dio cristiano li conduce a illudersi
che ciò possa trovare pronto, immediato riconoscimento
da parte del vertice della cattolicità romana,
al quale si rivolgono con fiducia e dal quale ricevono
una risposta fortemente limitativa rispetto all’immensa
speranza di essere accolti come componente costitutiva
del corpo ecclesiale ed ecclesiastico. Dopo pochissimi
anni dalla “nascita”, nel 1179, si rivolgono
al papato e dopo pochissimi anni, nel 1284, sono proiettati
nell’area dell’eterodossia. Le ragioni
stanno nella fretta e nell’improvvisazione con
cui affrontano l’incontro con gerarchie di chiesa
del tutto impreparate a trovare forme istituzionali
atte a soddisfare alle richieste di “laici”
che, facendosi umili per il Cristo, avevano scoperto
il diritto-dovere dell’annuncio evangelico.
Le ragioni stanno anche nel carattere composito delle
esperienze che si avviano sotto il comune denominatore
di una parola, Umiliati appunto. Il carattere composito
significa mancanza di una precisa fisionomia, di una
specializzazione religiosa, oltre che di un orientamento
verso forme determinate di testimonianza cristiana.
Ciò è ragione di forza e, al tempo stesso,
di debolezza. La forza sta nella novità, nel
non essere condizionati da modelli consolidati e irrigiditi
– monastici e chiericali -, per aprirsi alla
creatività e alla vitalità di un evangelismo
semplice, efficace e attrattivo. Ma il carattere sperimentale,
nel contempo, è ragione di debolezza rispetto
al potere sacerdotale con la sua volontà di
esclusivismo sacramentale e di monopolio della Parola,
e rispetto alle costrizioni definitorie e consequenziali
della cultura canonistica.
Pur quando la comunione con la chiesa romana fu ristabilita
sotto il lungimirante papato di Innocenzo III, gli
Umiliati pagarono la pesante eredità “ereticale2,
da un lato, e, d’altro lato, si trovarono ad
affrontare l’inopinata concorrenza di altre
nuove formazioni religiose, ben più determinate
nelle loro finalità e strutturate sul piano
istituzionale, senza il peso di un ambiguo passato.
La prepotente comparsa e la rapida espansione degli
ordini dei frati Predicatori e dei frati Minori costituirono
un oggettivo ostacolo alle possibilità di imporsi
da parte degli Umiliati, sempre alle prese con la
loro costituzione composita e con gli intrinseci limiti
di una mancata specializzazione. Non è che
gli Umiliati non abbiano moltiplicato le loro sedi
e non si siano diffusi anche al di fuori della pianura
padana. Però non furono in grado di collegarsi
in modo robusto e organico col papato né con
gli ambienti della cultura superiore. Continuarono
a mostrare il loro aspetto collettivo a più
facce, senza far emergere personalità di rilievo
a livello direttivo e sul piano della “santità”.
Si potrebbe dire che gli Umiliati, quasi paradossalmente,
iniziarono la loro parabola discendente dopo pochi
decenni dalla loro nascita; per ragioni così
strutturali, come storicamente contingenti.
1. MITO E REALTA’ DELLE
ORIGINI
Gli inizi della storia degli Umiliati, ancor oggi,
non risultano chiari. Né chiari erano per chi
nei secoli XIV e XV rinviava in modo leggendario l’origine
degli Umiliati a un gruppo di nobili milanesi e com’aschi
“confinati” in Germania da un non meglio
precisato imperatore. Nella condizione di prigionieri
essi avrebbero maturato una conversione religiosa,
decidendo di abbandonare il secolo con i suoi disvalori
e di servire Dio in umiltà. Ritornati in patria,
essi avrebbero perseverato nel loro proposito di vita
evangelica, ottenendo adesioni di altre persone. Quando
ciò sarebbe avvenuto? Qui le versioni sono
due: l’una rinvia agli inizi dell’XI secolo,
l’altra ai tempi di Federico I di Svevia. La
diversità temporale è notevole, circa
un secolo e mezzo. La leggenda è comunque suggestiva,
non meno di quella che attribuisce a san Bernardo
di Clairvaux, negli anni trenta del XII secolo, il
ruolo di “legislatore” della primitiva
esperienza umiliata di tipo “laicale2. ogni
versione leggendaria, per quanto fantasiosa e inverosimile
nel suo complesso, lascia trasparire qualche elemento
di connessione con quella che dovette essere la realtà
degli inizi degli umiliati.
Innanzitutto, attendibile è l’indicazione
dei luoghi d’origine che indubbiamente vanno
individuati, tra pochi altri, in Milano e Como. In
secondo luogo, gli assai scarsi documenti anteriori
al 1184 – data della decretale Ad abolendam
di Lucio III con cui gli Umiliati vengono colpiti
da perpetuo anatema - consentono di intravedere la
provenienza sociale dei primi Umiliati da ambienti
dell’aristocrazia cittadina. In terzo luogo,
esiste una corrispondenza cronologica – anni
sessanta-settanta del XII secolo – tra la datazione
di età federiciana e le prime attestazioni
documentarie relative agli Umiliati. Infine, non è
del tutto errato il riferimento alla presenza milanese
di Bernardo di Clairvaux, se noi la colleghiamo con
la notizia di una massiccia conversione evangelica
di uomini e donne in quella circostanza spinti, sotto
le suggestioni della predicazione bernardiana, a indossare
il cilicio e vesti di lane vivissime e ad assumere
uno stile di vita religioso. Queste ultime informazioni
vanno inserite nella generale considerazione secondo
cui le origini degli Umiliati devono essere collocate
nel più ampio contesto delle spontanee manifestazioni
di religiosità che nel corso del XII secolo
coinvolgono laici (di entrambi i sessi) e chierici,
impegnati nella ricerca di un rapporto più
diretto, personale e comunitario, con il Dio cristiano,
da viversi in forme povere e semplici e in collegamento
più o meno stretto con chiese e monasteri.
Il più antico documento riferibile alla realtà
umiliata in Milano è del febbraio 1176, quando
nella casa di Uberto Crivelli, arcidiacono della chiesa
milanese, Guido di porta Orientale a nome della “congregazione
dei frati della chiesa di San Pietro che deve essere
edificata in Viboldone” perviene a un accordo
sulle decime col preposito della pieve di S.Giuliano,
nel cui distretto si trovano i beni dei suddetti frati.
La data del 1176 è assai importante e significativa
se un anonimo annalista milanese può scrivere:
“nell’anno del Signore 1176, nel mese
di aprile morì il beato Galdino, arcivescovo
di Milano. Nello stesso anno fu fatta la chiesa di
Viboldone. Ancora nel medesimo anno nel mese di giugno
(in verità, a fine maggio) l’imperatore
Federico fu sconfitto dai Milanesi presso Legnano”.
(Annales Mediolanenses minores, a cura di O. Holder-Egger,
in Monumenta Germaniae historica, Scriptores rerum
Germanicarum in usum scholarum, XXVII, Hannover 1892,
p. 70 ss.).
Nel 1176 l’annalista registra tre avvenimenti
da lui ritenuti di assoluta importanza, dei quali
egli trasmette la memoria: l’erezione della
chiesa di Viboldone è segnalata tra la morte
dell’arcivescovo Galdino e la vittoria dei milanesi
su Federico I di Svevia a Legnano. E’ dunque
un fatto non secondario né trascurabile nella
vita e nelle vicende della città di Milano.
Dieci anni dopo, nell’aprile 1186 Uberto Crivelli,
nel frattempo eletto papa nel 1185 col nome di Urbano
III, rinnova al “preposito di San Pietro di
Viboldone e ai suoi frati, tanto presenti quanto futuri,
che fanno professione di vita regolare”, un
privilegio già in precedenza loro concesso
da Alessandro III (la cui morte risaliva alla fine
dell’agosto 1181): tale rinnovo si giustifica
forse come atto di difesa e salvaguardia della comunità
di Viboldone rispetto al provvedimento repressivo
assunto nel novembre 1184 da Lucio III con la decretale
Ad abolendam.
In Viboldone era nata dunque una comunità regolare,
assunta sotto la protezione del successore di san
Pietro, destinata a rappresentare uno dei centri eminenti
del mondo umiliato di orientamento clericale. Analogo
destino avrà la “mansio” degli
Umiliati di Pavia ubicata in Violone (nell’attuale
territorio comunale di Sant’Alessio con Violone).
La prima attestazione è nel maggio 1183 in
un documento (pervenuto in duplice originale) nel
quale è riportato il nome di sei “ministri”
umiliati pavesi: tra loro, che sono tutti qualificati
con l’appellativo di “donnus” (variante
grafica di “dominum”) – a segnalare
o un’elevata condizione sociale, o un’attestazione
di rispetto in quanto membri di un ente religioso
di prestigio -, vi è un prete (“presbiter”)
e, al primo posto nell’elenco, c’è
il “donnus Trancherius filius Iohannis de Braida”
che, con ogni probabilità, è da identificare
con il “Tancredus de Mealono” (recte:
Vigalono)”, il preposito di Violone che è
uno dei propositi umiliati ai quali Innocenzo III
indirizzerà la Non omni spiritui del 16 giugno
1201.
Del 1178 è la prima menzione dei “religiosi
homines” che stavano dando vita alla casa milanese
detta di Brera, poiché si trovava “nella
braida (spazio piano e aperto) che era stata di Guercio
da Baggio”. Interessante che nel documento del
1178 compare esplicitamente il termine umiliati: “da
parte dell’arcivescovo Algisio (da Pirovano)
prete Guglielmo concesse e cedette questa decima a
Suzone Bagutano a nome di quegli uomini e donne (ad
partem illorum dominum et feminarum), i quali e le
quali sono umiliati per Dio in quella casa che è
edificata sulla predetta terra (la braida di Guercio
da Baggio)”. La coesistenza di uomini e donne
nella stessa “casa” testimonia dell’originalità
della comunità di Brera, che apparterrà
al cosiddetto secondo ordine dopo i provvedimenti
di Innocenzo III del 1201, ma che cercherà
di conservare per alcuni decenni i propri caratteri
peculiari.
Assai difficile è rintracciare attestazioni
documentarie intorno agli Umiliati che non vivevano
in comunità, o in gruppi, “chiericali”
o “laicali”: coloro che, a quanto pare,
costituivano la componente più autentica e
originale del composito universo degli Umiliati dell’ultimo
quarto del XII secolo; coloro che, in generale, non
possono trovare posto nella documentazione notarile,
poiché non avevano necessità patrimoniali
né di sussistenza, e dunque non abbisognavano
della redazione di atti attestanti proprietà
e diritti. A tale componente potrebbero appartenere
gli “Humiliati” che nel palazzo episcopale
di Piacenza sono presenti alla concessione della chiesa
e dell’ospedale ubicati lungo la strada romea
presso un corso d’acqua detto Bardonezza (nell’attuale
comune di Arena Po). La concessione da parte di Tebaldo,
vescovo di Piacenza, ha come destinatario Pietro “Cabacie”,
un umiliato che si è fatto converso di quell’ospedale,
e viene fatta “a richiesta e preghiera degli
Umiliati”, rappresentati alla stesura dell’atto
da Attone Calvo, Alberto Vicedomino, Ugezzono di Beccaria,
Oliverio Mancasola e Oberto Basto. Il fatto che i
loro nomi non siano altrimenti qualificati che da
un collettivo “Humiliati2, può far pensare
che davvero essi fossero individui – alcuni
sicuramente di ceto elevato – che avevano assunto
uno stile di vita religioso senza abbandonare le loro
case e senza raccogliersi in una comunità “chiericali”,
o “laicale”, o mista. Invece l’umiliato
Pietro, in qualità di converso di un ospedale,
sembra il promotore di una comunità destinata
al “sostegno dei poveri”, che forse potrà
avere il supporto esterno degli Umiliati piacentini,
quelli che continuavano a vivere in famiglia. D’altronde,
Piacenza compare unicamente nelle lettere innocenziane
del 1201 come luogo in cui sono diffuse soltanto esperienze
disciplinabili nel cosiddetto terzo ordine.
E’ da considerare infine l’importante
figura del nobile milanese Guido da Porta Orientale
– di famiglia capitaneale -, che, a partire
dal 1176, per decenni troviamo vicino agli Umiliati
milanesi e che nella innocenziana Incumbit nobis del
7 giugno 1201 è indicato come primo destinatario.
In un atto non databile, ma anteriore al 1209, egli
sembra mantenere una posizione eminente, visto che
beni fondiari erano stati acquisiti “a nome
di Guido da Porta Orientale e di tutti gli Umiliati
e le Umiliate del regno d’Italia”. Tuttavia,
nella documentazione mai è qualificato come
umiliato e come “frater”. Eppure nel quattrocento,
in un catalogo dei santi dell’ordine, si parla
di lui come “fondatore” della “religione”
degli Umiliati; e nel secolo precedente si era pensato
a lui come chi, con papa Innocenzo III, aveva dato
vita al terzo ordine, quello che meglio perpetuava
i caratteri “originari” della “primitiva”
esperienza umiliata. L’incerta collocazione
“istituzionale” di Guido da Porta Orientale
costituisce un utile spunto per aprire il discorso
sull’inopinata collocazione degli Umiliati nell’area
dell’eterodossia, a meno di un decennio dalla
loro comparsa nelle fonti documentarie.
2. LA BREVE AVVENTURA ERETICALE
Il momento discriminante dell’iniziale vicenda
degli Umiliati coincide con il terzo concilio lateranense
del 1179, sotto il pontificato di Alessandro III (1159-1181),
quando una loro delegazione riesce a incontrare il
papa al fine di ottenere dal vertice della cattolicità
romana il riconoscimento della loro scelta di vita
cristiana e del connesso diritto dovere dell’annuncio
del Vangelo. Leggiamo quanto ne scrive in proposito
uno storiografo, indicato tradizionalmente come Anonimo
di Laon, al volgere dal XII al XIII secolo (prima
del 1219, si può affermare) nella composita
opera che va sotto il titolo di Chronicon universale.
“Nelle città di Lombardia vi furono allora
(1179) alcuni cittadini i quali, continuando a vivere
nelle case con le loro famiglie, avevano scelto un
modo particolare di vivere religiosamente, si astenevano
da menzogne, giuramenti, liti (giudiziarie), contenti
di una veste semplice, impegnandosi nella difesa della
fede cattolica. Essendosi recati dal papa (Alessandro
III), costoro chiesero che venisse confermato questo
loro proposito (di vita). A questi il papa concesse
che ogni loro cosa fosse fatta secondo umiltà
e onestà; ma vietò specificamente che
fossero tenute da loro riunioni (di culto) e proibì
rigorosamente che osassero predicare in pubblico.
Non rispettando il mandato apostolico, divenuti disobbedienti,
costoro si fecero per questo scomunicare. Essi si
autodefinirono Umiliati sulla base del fatto che,
non vestendo indumenti tinti, si accontentavano di
una veste semplice”. (ANONYNI LAUDUNENSIS Chronicon
universale, a cura di A. Cartellieri, W. Stechele,
Leipzig-Paris 1909, p. 29).
Le informazioni dell’Anonimo
di Laon sono un contributo assai prezioso per comprendere
la successiva, repentina caduta degli Umiliati nell’eresia,
sanzionata dalla lettera Ad abolendam di papa Lucio
III del 1184. Insomma, nel 1179, in occasione della
generale riunione dei prelati della cristianità
occidentale avvenuta in Roma nella chiesa di S.Giovanni
in Laterano, gli Umiliati si erano recati da Alessandro
III per chiedere il riconoscimento della loro forma
di vita religiosa che comprendeva l’attività
di predicazione. Il papa non ha incertezze nel riconoscere
il valore della loro scelta di semplicità evangelica.
Tuttavia pone due limiti, inibendo loro i “conventicola”
e l’esercizio della predicazione. E’ interessante
al riguardo che il cronista transalpino si riferisca
agli Umiliati come a laici, cittadini a pieno diritto
(“cives”) delle città di “Lombardia”
– grosso modo l’attuale Italia settentrionale
– che, pur scegliendo “un modo particolare
di vivere religiosamente” (“quendam modum
religiose vivendi eligentes”) che implicava
di seguire valori non-mondani e di assumere un’immagine
pubblica dimessa e priva di ogni esteriorità,
non si erano staccati dalle loro famiglie né
si erano allontanati dalla convivenza civile. Non
deve stupire che la predicazione esercitata da tali
laici abbia provocato la reazione negativa del vertice
della cattolicità romana, poiché essa
rompeva e sconvolgeva la rigidità del modello
chiericali e le chiusure del “genius clericorum”:
il “genere dei chierici” che, nettamente
distinto dal “genere dei laici”, pretendeva
di riservare a sé e di monopolizzare tutto
quanto riguardava la salvezza delle anime. Qualche
perplessità può nascere intorno alla
proibizione papale di tenere “conventicola”,
incontri e occasioni di preghiera, di culto e di vita
comuni. Ogni perplessità cade se si pensa che
proprio nei “conventicula” sarebbe avvenuta
l’attività di predicazione da parte di
individui non appartenenti al “genere dei chierici”.
Anche se l’universo degli Umiliati risultava
più composito di quanto volesse l’Anonimo
di Laon – un cronista transalpino che vede le
cose di lontano, sottolineando soprattutto ciò
che più lo colpisce, in quanto peculiare e
diverso -, non c’è dubbio che fu soprattutto
la predicazione esercitata da laici a spingere papa
Lucio III (nel settembre 1181 succeduto ad Alessandro
III) verso l’estremo provvedimento di scomunica
degli Umiliati nella decretale Ad abolendam dell’autunno
1184. con essa venivano confusi nell’indistinto
cosmo dell’eterodossia gruppi e movimenti religiosi
tra loro per niente coerenti e omogenei: “In
primo luogo decidiamo che siano colpiti da perpetua
scomunica Catari e Patarini e coloro che, mentendo,
si dicono con falso nome Umiliati e Poveri di Lione,
Passagini, Giosefini, Araldisti”. (Texte zur
Inquisition, a cura di K. – S. Selge, Gütersloh
1967, p. 26).
Per il papa le due formazioni o aggregazioni
religiose degli Umiliati e dei Poveri di Lione portano
indegnamente un nome “evangelico” che
non spetta loro: ossia non sono affatto gli uni “umiliati”
e gli altri “poveri”, la loro è
una simulazione semantica e verbale, non un’autentica
e genuina sequela degli insegnamenti del Cristo. Tali
gravissime accuse e relativo drastico provvedimento
canonico di perpetua scomunica derivano dall’assunzione
del diritto-dovere della predicazione, a cui gli Umiliati
(e i Poveri di Lione) non erano stati chiamati né
autorizzati dalle gerarchie della chiesa. Delle reazioni
ecclesiastiche a siffatta situazione è testimone
prezioso il preposito premonstratense Burcardo di
Ursberg nel suo Chronicon, compilato nei primi decenni
del XIII secolo, anteriormente al 1231: “In
quel tempo – il mondo già dava segni
di senescenza – nella chiesa, quali aquile per
rinnovarne la gioventù, sorsero due ordini
religiosi, i frati Minori e i frati Predicatori, approvati
dalla sede apostolica. Tali ordini religiosi furono
approvati probabilmente per questa circostanza, cioè
perché perduravano due sette sorte in precedenza
in Italia, che si definiscono l’una degli Umiliati,
l’altra dei Poveri di Lione: papa Lucio III
aveva inserito entrambe tra gli eretici, perché
in esse si individuavano dottrine e comportamenti
devianti. Nelle predicazioni occulte, che tenevano
per lo più in luoghi nascosti, screditavano
la chiesa di dio e il sacerdozio(…).
Si crede che gli altri, ossia i frati Predicatori,
abbiano sostituito gli Umiliati. Non avendo avuta
alcuna autorità o licenza dei prelati, gli
Umiliati, mettendo la falce nella messe altrui, predicavano
alle popolazioni e si sforzavano di guidarne la vita
e di ascoltarne le confessioni e di annullare le funzioni
ministeriali dei sacerdoti. Volendo porre rimedio
a tali cose, il papa istituì e confermò
l’ordine dei Predicatori. Essendo rudi e illetterati,
quelli persistevano nel lavoro manuale e predicavano,
ricevendo il necessario dai loro credenti”.
(BRUCHARDI PRAEPOSITI URSPERGENSIS Chronicon, a cura
di O. Older-Egger, B. von Simson, Hannover-Leipzig
1916, p. 108).
Il cronista transalpino – al di là del
suo schema interpretativo, non si sa quanto attendibile,
che vede i frati Minori sostituire i Poveri di Lione
e i frati Predicatori subentrare agli Umiliati nei
disegni pontifici – mette in evidenza, accanto
alla predicazione, un’iniziale attività
pastorale degli Umiliati: i quali si sarebbero impegnati
in forme di cura d’anime concorrenti con quelle
che rane proprie ed esclusive del ministero sacerdotale,
dei sacerdoti della chiesa cattolico-romana. Ciò
era tanto più grave poiché si trattava
di individui “rudi e illetterati”, senza
cultura biblica e teologica, che nel contempo continuavano
a dedicarsi ad attività lavorative manuali,
mentre predicavano e ne ricevevano in cambio sostegno
materiale dai loro fedeli. Siffatto è uno tra
i possibili profili del multiforme volto degli Umiliati,
che nei quindici anni tra l’emanazione della
decretale Ad abolendam del 1184 e l’elezione
pontificia di Lotario di Segni, consacrato col nome
di Innocenzo III il 22 febbraio 1198, non cessano
d’essere comunque in collegamento con gli ambienti
e le gerarchie di chiesa nella prospettiva di pervenire
ad annullare gli effetti devastanti del provvedimento
di scomunica emanato da Lucio III.
3. IL RICONOSCIMENTO PONTIFICIO
E LA STRUTTURAZIONE NEI TRE ORDINI
L’arcivescovo di Milano Uberto Crivelli viene
eletto papa il 25 novembre 1185, lo stesso giorno
della morte del suo predecessore Lucio III. Durante
il suo brevissimo pontificato, nell’aprile 1186
– egli muore a Ferrara il 20 ottobre del medesimo
anno – emana una lettera a favore del preposito
e dei “fratres tam presentes quam futuri regulari
vita professi” di San Pietro di Viboldone (nell’attuale
territorio comunale di san Giuliano Milanese), confermando
un precedente privilegio di Alessandro III, non pervenuto
sino ai giorni nostri. La comunità di Viboldone
era sicuramente umiliata e il papa di origine milanese
ben lo sapeva, per aver ospitato addirittura nella
sua casa nel 1176, quand’era arcidiacono della
chiesa milanese, la redazione di uno dei primissimi
atti di quella “congregazione”. Tuttavia,
nel 1186 si limita alla formula “frati che hanno
fatto professione di vita regolare”, con ogni
probabilità poiché ostava all’impiego
del termine Umiliati il provvedimento della Ad abolendam
di Lucio III. D’altronde, lo stesso Innocenzo
III (1198-1216), al quale si deve la riconciliazione
definitiva e la strutturazione istituzionale degli
Umiliati, eviterà di ricorrere a questa denominazione,
che ricomparirà nei documenti ecclesiastici
nel 1211.
Siffatte rapide informazioni bastino a testimoniare
come la rottura tra i vertici della cattolicità
romana e il composito mondo degli Umiliati sia momentanea,
mantenendosi tra gli uni e l’altro collegamenti
più o meno espliciti, benché raramente
documentabili. All’inizio del suo pontificato
Innocenzo III, convinto che anche nei gruppi condannati
come eretici vi siano tensioni autenticamente evangeliche,
apre nuove prospettive di riconciliazione e, diremmo,
di intervento più mediato e articolato rispetto
alla radicalità delle decisioni luciane. Già
nel licet in agro del dicembre 1199 Innocenzo III
afferma con nettezza, proprio in riferimento agli
Umiliati, la necessità di distinzioni e prudenza
di giudizio: “Benché la sollecitudine
del pastore debba vigilare per abolire l’eretica
gravità, tuttavia sollecitamente deve attendere
affinché non capiti o di condannare degli innocenti,
o di assolvere i colpevoli”. Passato un anno,
nel dicembre 1200, con la Licet moltitudini lo stesso
papa pone le premesse per le decisioni istituzionali
che egli prenderà sei mesi dopo nei confronti
della questione umiliata: la Licet multitudini è
indirizzata ai prepositi di Viboldone e di Violone
presso Pavia, alle comunità di Rondineto di
Como e di San Cristoforo di Lodi, al capitolo di Brera
con i “fratres eiusdem professionis” e
al nobile Guido di Porta Orientale con tutti i “fratres
eiusdem professionis”. Viboldone, Brera e guido
da Porta Orientale, in quanto comunità le prime
due e in quanto personalità eminente il terzo,
rappresentano in modo esemplare le tre principali
componenti che saranno strutturate sul piano canonico
secondo un triplice ordinamento corrispondente al
diverso stato di chierico, di “laico”
(uomo e donna) vivente in comunità e di “laico”
(uomo e donna) abitante in casa propria.
Nei giorni 7, 12 e 16 del giugno 1201 Innocenzo III
emana tre importanti lettere, rispettivamente la Incumbit
nobis, la Diligentiam pii patris e la Non omni spiritui.
La Incumbit nobis ha come primo destinatario, tra
gli altri (il cui nome è riferito soltanto
con la lettera iniziale), Guido di Porta Orientale
ed è quella che costituisce e regolamenta il
cosiddetto terzo ordine: la cui diffusione, oltre
che a Milano, è indicata nella lettera papale
in Monza, Como, Pavia, Brescia, Bergamo, Piacenza,
Lodi e Cremona, dove esistono gruppi di “fratres”
e “sorores” con i loro “ministri”.
Si tratta di un documento di grande spessore evangelico,
assai pensato sotto ogni profilo: teologico, ecclesiologico,
religioso, canonistica. Esso dà solido fondamento
a un’esperienza cristiana assai innovativa.
Della novità il papa è pienamente cosciente:
si impegna a disciplinarla sulla base di un rigoroso
ricorso alle Sacre Scritture e alla tradizione. Tra
l’altro, Innocenzo III giunge a risolvere il
non piccolo, discriminante problema della predicazione
da parte dei laici. Vediamone la consapevole formulazione:
“Sarà vostra abitudine che ogni Domenica
vi raduniate per ascoltare la parola di dio in un
luogo adatto, dove uno o più fratelli di provata
fede e di sperimentata religione, che “siano
potenti nelle parole e nelle opere”, con l’autorizzazione
del vescovo diocesano propongano una parola di esortazione
(verum exortationis) a coloro che si siano radunati
per ascoltare la parola di dio, ammonendoli e incitandoli
a costumi onesti e a opere di pietà, in modo
tale che non parlino degli articoli della fede e dei
sacramenti della chiesa”. (G. TIRABOSCHI, Vetera
Humilatorum monumenta, II, Mediani 1767, p. 133 ss.).
La soluzione innocenziana, che pur non risolveva nella
sua globalità il problema della predicazione
laicale, distingueva formalmente e contenutisticamente
una duplice modalità dell’annuncio evangelico:
una predicazione che doveva limitarsi alla dimensione
esortativa, parenetica intorno ad argomenti di carattere
etico-religioso. Tuttavia, il papa era assai consapevole
della portata innovativa della sua decisione, se nella
stessa Incumbit nobis si premura di vietare ai vescovi
di frapporre ostacoli o impedimenti al libero esercizio
della predicazione etico-religiosa, perché
“secondo l’Apostolo lo spirito non deve
essere estinto” (I Tessal. 5,19).
La Diligentiam pii patris del 12 giugno 1201 viene
diretta ai “diletti figli” di Brera e
della “Domus nova” di Milano, oltre che
a quelli di Monza, Mariano, Pergamo, Brescia, “Vicus
Zerbetensis” (forse presso Como) e della “Domus
nova” di Pavia. In essa si ricorda la procedura
seguita prima della redazione definitiva. I destinatari
della lettera avevano inviato al papa propri delegati
per sottoporgli i loro “proposita”: tali
schemi di “regola” da Innocenzo III erano
stati affidati all’attenta analisi del Vescovo
di Vercelli e degli abati cistercensi di Lucedio e
di Cerreto affinché li uniformassero in un
unico “propositum”. In seguito la “forma
e regola2 di vita era stata esaminata da tre cardinali:
per essere corretta, infine, punto per punto dal pontefice
in persona. La “vivendi forma” non è
precisata se non attraverso espressioni tradizionali
quali “institutio regularis secundum approbationem
apostolicae sedis” o “communiter vivere”,
mentre larga parte occupa il discorso intorno al giuramento
la cui liceità il papa fonda e legittima sulla
base di alcune citazioni scritturali, benché
conceda agli Umiliati di giurare soltanto quando vi
sia una situazione di ingente e urgente necessità.
La Non omnis spiritui del 16 giugno 1201 è
indirizzata a Giacomo di Rondineto, a Lanfranco di
Viboldone, Tancredo di Violone e Lanfranco di Lodi
e agli altri “prepositi eiusdem ordinis”
con i “fratres tam presentes quam futuri regularem
vitam professi”. Questa formula riproduce quella
già usata dalla cancelleria pontificia quindici
anni prima al tempo di Urbano III nella lettera a
favore di san Pietro di Viboldone. Insomma, nonostante
la Ad abolendam del 1184, le variegate realtà
umiliate erano cresciute e si erano diffuse: realtà
variegate, è vero, ma orientate secondo direzioni
comuni che l’articolazione istituzionale nei
tre ordini non fa che confermare e disciplinare, contenendo
però la forza dirompente insita nella spontaneità
apostolica e nella testimonianza cristiana di individui
capaci di impadronirsi in modo relativamente autonomo
del messaggio evangelico. Anche in riferimento al
primo ordine la procedura innocenziana ripropone l’itinerario
già illustrato per il secondo ordine: con la
precisazione che i delegati – di tutti gli Umiliati,
direi – alla trattativa col papato erano i prepositi
Giacomo di Rondineto e Lanfranco di Lodi. La “regola
e forma di vita” aveva subito il triplice vaglio
dei delegati papali, dei cardinali e del papa stesso.
Si trattava di “regola e forma di vita”
di tipo chiericali e sacerdotale nella quale concorrono
tradizioni canonicati mutuate dalle consuetudini della
canonica regolare di Santa Croce di Mortara, che era
da almeno un secolo il punto di riferimento di una
vasta rete di chiese e comunità.
Concorrono pure tradizioni monastiche, là dove
il papa stabilisce che nel primo ordine vi siano quattro
“prepositi principali” – di Rondineto,
di Viboldone, di Violone, di Lodi -, i quali a rotazione
annuale esercitino il potere di direzione e correzione
delle altre case “minori” dell’ordine
umiliato, secondo il modello organizzativo seguito
nel monachesimo cistercense. I quattro “prepositi
principali” dovranno trovarsi, almeno una volta
all’anno, insieme con quattro “prelati”
del secondo ordine e altrettanti del terzo ordine
nel “capitolo generale”. Questo rappresenta
il supremo ordine di direzione, coordinamento e correzione
degli Umiliati, le cui diverse componenti trovano
in esso occasione di riconoscersi in modo unitario,
benché il papa preveda il mantenimento della
distinzione tra “chierici” e “laici”:
la Non omni spiritui stabilisce infatti che delle
“cose temporali” si occupino congiuntamente
“clerici et laici”, mentre alle “cose
spirituali” provvedano unicamente i chierici,
rimanendone esclusi i laici. La “religio”
degli Umiliati conserva dunque il suo carattere composito,
il quale viene riconosciuto istituzionalmente però
senza che venga incrinata la distinzione canonica
tra “genere dei chierici” e “genere
dei laici”, quella distinzione che inizialmente
il multiforme mondo degli Umiliati aveva messo in
discussione attraverso sconfinamenti tra l’uno
e l’altro genere.
4. LA DIFFICILE CONSERVAZIONE
DI UN’IDENTITA’ INCERTA
Il realizzato riconoscimento da parte della sede apostolica
della “nuova religio” quasi certamente
provocò fratture nel mondo degli Umiliati,
alcuni (probabilmente pochi) dei quali non accettarono
l’accordo con la chiesa di Roma e continuarono
a mantenersi nell’autonoma area della “disobbedienza
ereticale” – non parrebbe però
nel milanese e dintorni. D’altro canto, anche
negli ambienti religiosi ed ecclesiastici perdurarono
diffidenze e opposizioni nei confronti di coloro che
erano stati condannati come eretici soltanto un quindicennio
prima. Specialmente in Milano diffidenze e opposizioni
dovettero manifestarsi, in modo tale che un prestigioso
prelato transalpino, Giacomo di Vitry, così
ricorda nel 1216 gli Umiliati conosciuti in un suo
recente passaggio attraverso l’Italia settentrionale:
“Dopo queste cose arrivai nella città
di Milano, che è un covo di eretici, dove rimasi
per qualche giorno e predicai in alcuni luoghi la
parola di Dio. A stento trovai in tutta la città
qualcuno che si opponga agli eretici, a eccezione
di certi uomini santi e donne religiose, che individui
maliziosi e secolari chiamano “Patarini”,
mentre dal sommo pontefice, che ha concesso loro l’autorità
di predicare e combattere gli eretici – e che
ha anche approvato la loro “religione”
-, sono chiamati “Umiliati”. Questi sono
coloro che, lasciando ogni cosa per Cristo, si radunano
in diversi luoghi, vivono del lavoro delle loro mani,
predicano con frequenza la parola di Dio e volentieri
l’ascoltano, perfetti e stabili nella fede,
efficaci nelle opere. Siffatta religione si è
tanto moltiplicata nell’episcopato milanese
che ha creato centocinquanta congregazioni conventuali
di uomini da una parte, di donne dall’altra,
senza contare coloro che rimangono nelle proprie case”.
(R.B.C. HUYGENS, Lettres de Jacques de Vitry (1160/1170-1240),
évêque de Saint-Jean-d’Acre. Edition
critique, Leiden 1960, p. 72 ss.).
Nella lettera di Giacomo di Vitry emerge il netto
contrasto tra l’impressione che il prelato transalpino
ha ricavato incontrando la realtà degli Umiliati
e un’opinione circolante in Milano sul loro
conto. Per Giacomo di Vitry essi sono “uomini
santi” e “donne religiose2, da assumere
come esempio, tra l’altro, per il loro impegno
antiereticale in una città che era considerata
addirittura “covo di eretici”. Da “individui
maliziosi e secolari2 gli Umiliati, invece, vengono
detti Patarini, qualifica che al prelato transalpino
appare come diffamatoria. Invero, Patarino assume
generalmente il significato di eretico, è comunemente
sinonimo di eterodosso. Sembrerebbe dunque che in
settori della chiesa e della società milanesi,
nient’affatto sensibili alle novità pauperistico-evangeliche
degli inizi del XIII secolo, gli Umiliati continuino
ad essere visti e considerati come eterodossi: una
considerazione del tutto negativa, poiché si
rifarebbe al passato ereticale, senza tenere conto
che le decisioni di Innocenzo III nel 1201 avrebbero
dovuto seppellire in modo definitivo quel passato
di eterodossia. Tuttavia, questa interpretazione va
sfumata: noi sappiamo che, ad esempio, a Milano –
ma anche in Como e nel Com’asco – la sinonimia
tra Patarini e Umiliati è attestata in documenti
del pieno Duecento senza che se ne possa ricavare
una valenza ereticale e diffamatoria nei confronti
dell’universo umiliato.
Nella documentazione dei vertici ecclesiastici gli
Umiliati ritornano, per dir così, tali, ritornano
cioè alla loro denominazione originaria, quando
nel 1211, dal castello di Trezzo, il legato della
sede apostolica per l’Italia settentrionale,
Gerardo de Sesso, invia una lettera a tutti i prelati
e i chierici delle chiese interessate della sua delegazione,
nella quale raccomanda loro la “religio quae
Humiliatorum appellantur”. Da parte sua, soltanto
nel 1214 Innocenzo III utilizzerà in senso
positivo (e ortodosso) il termine Umiliati: il papa
ricorda alle magistrature delle città e delle
campagne di Lombardia che i “dilecti filii Humiliati,
communem vitam ducentes”, sono “fermamente
radicati nella verità della fede cattolica”,
e si mantengono “lodevolmente nella devozione”
verso la chiesa romana e il pontefice. Può
essere che questo speciale legame con il papato crei
difficoltà agli Umiliati in anni di non sempre
distesi rapporti tra la dirigenza politica milanese
e la sede apostolica. Può essere che una diffusissima
formazione religiosa - per Giacomo di Vitry le “congregazioni
conventuali2 umiliate sono centocinquanta: un numero
assai elevato, al quale va aggiunta la quantità
imprecisabile dei membri del terzo ordine –
generi rivalità, ponendosi, sia oggettivamente
sia soggettivamente, in concorrenza con i centri ecclesiastici
e religiosi preesistenti. Può essere che la
scelta di ortodossia non sia stata di tutti gli umiliati,
mantenendo intorno a loro diffidenze e sospetti. Fatto
sta che l’affermazione umiliata si attua in
modo contrastato sul piano locale e in modo dialettico
a livello generale (rispetto al centro della cattolicità
romana).
Con gli inizi del pontificato di Gregorio IX, eletto
papa nel 1227, gli Umiliati si trovano a rinnovare
e a irrobustire i loro legami con la chiesa di Roma,
ricevendo finalmente nel giugno del 1227 il testo
della loro regola detta Omnis boni principium (dalle
parole iniziali del prologo della regola stessa),
che, dai tempi di Innocenzo III sin allora, era stato
trattenuto e conservato presso la sede apostolica.
L’atto pontificio, tra le altre ragioni, si
giustificava in relazione al perdurare di resistenze
nell’assumere a pieno la normativa innocenziana
da parte di alcune case – fra cui l’antica
e prestigiosa sede milanese di Brera – legate
alle loro originali caratteristiche e peculiari tradizioni.
Da Gregorio IX diversità e articolazioni sono
ritenute non tollerabili, con conseguenti provvedimenti
coercitivi di elevato segno unificatore e normalizzatore:
una normalizzazione unificatrice che tende a mettere
in secondo piano e a superare la divisione tra primo
e secondo ordine, quella divisione istituzionale che
era stata voluta da Innocenzo III. Gregorio IX spinge
a eliminare tale distinzione destinando all’uno
e all’altro ordine la Omni boni principium e
Innocenzo IV, portando alle estreme conseguenze la
linea del suo predecessore, la eliminerà per
mezzo di una serie di provvedimenti presi negli ultimi
mesi del 1246.
Innanzitutto Innocenzo IV opera affinché gli
Umiliati pervengano alla scelta di un preposito o
maestro generale per tutto l’ordine, che nell’ottobre
1246 risulta essere frate Beltramino preposito di
San Luca di Brescia, eletto grazie al suggerimento
e alla mediazione di Ottone, cardinale episcopo portuense.
In secondo luogo, viene confermato che per il primo
e il secondo ordine la regola sia una sola e che il
maestro – si badi che maestro era detto il superiore
generale dei frati Predicatori – sia uno, e
uno solo, per l’insieme degli Umiliati, dotato
di potere disciplinare sulle “case2 del primo
e del secondo ordine e sui “conventi”
del terzo ordine. Infine, il papa, ampliando una concessione
di Gregorio IX del 1236 alle sole sedi milanesi, estende
a tutte le “case2 del secondo ordine il diritto
di possedere una chiesa e un cimitero con relativo
clero per celebrarvi i divini uffici. Si tratta di
un processo di unificazione e, nel contempo, di sacerdotalizzazione
che conduce, quasi inevitabilmente, il primo e il
secondo ordine alla separazione dal terzo ordine,
il quale progressivamente si trova emarginato: dagli
anni settanta del Duecento i rappresentanti del terzo
ordine non sono più convocati al capitolo generale;
i terziari celebreranno un proprio capitolo. Si erano
create le condizioni istituzionali che in poco più
di cinquant’anni condurranno alla fine del terzo
ordine: fine collocabile poco dopo la metà
del Trecento, a quanto sembra.
5. I LIMITI DELL’AFFERMAZIONE
UMILIATA
Quando si consideri uno degli elenchi delle fondazioni
umiliate sul finire del XIII secolo (precisamente
quello del 1298), se ne ricava un’immagine insediativi
nient’affatto coerente all’interno di
una rilevante dimensione quantitativa. Le “case
degli Umiliati sono suddivise per “fagiae”,
articolazioni geografiche non ancora del tutto chiare
nel loro significato istituzionale e organizzativo.
E’ indubbio che la maggiore concentrazione di
“case” sia in Milano e nel suo territorio
comprendente le “fagiae”, oltre che di
Milano stessa, di Monza, Seprio, Martesana “de
medio”, Martesana “de ripa Abdue infra”
e “Insula Fulcherie ultra Abduam”. La
linea dell’intensità abitativa segue
un andamento che va dalla molteplicità all’unicità
di sede: in alcuni luoghi le case sono decine, per
arrivare in altri in cui vi è un’unica
casa. Occorre dunque mettere in rapporto il numero
di fondazioni esistenti in una stessa città
o in un medesimo borgo con la distanza da Milano e
con l’antichità della presenza umiliata:
se ne potrà ricavare una prima importante indicazione
circa la cronologia insediativa e la rilevanza della
presenza degli Umiliati nelle diverse realtà.
Del discorso astratto passiamo alla concretezza, vedendo
quali e quante fossero le case umiliate nella “fagia”
di Milano, seguendo l’elenco del 1298:
“Prima erat domus Brayde
domus de Vicoboldono
domus Porte Vercelline que dicitur de Oltaziis
domus Sancti Spiritus
domus de Monteforti
domus Porte Horientalis
domus de Mirasole
domus de Glaxiate
domus de Casirate
domus Nova
domus de Sancto Calimero
domus Sancte Trinitatis
domus de la Canonica
domus de Modoetia Mediolani
domus de Gardano
domus Omnium Sanctorum
domus de Marliano
domus de Galarate
domus de Sesto
domus de Carugate
domus de Gerenzano
domus de Concorezio
domus de Migloe».
(M. MOTTA BROGI, Il Catalogo del 1298, in Sulle tracce
degli Umiliati, a cura di M.P. Alberzoni, A. Ambrosioni,
A. Ludioni, Milano 1997, p. 18 ss.).
Alle ventitré case maschili
e miste occorre aggiungere altre trentacinque “domus
sororum”, case femminili che hanno assunto una
propria identità (per quanto complessa da determinare
di volta in volta) e un’autonomia che le porterà
a sopravvivere (talora per secoli) quando nel Cinquecento
il ramo maschile verrà soppresso:
“Prima erat domus de Sesto
domus de Bagnera
domus de Sancta Eufemia
domus de Sancto Luca
domus de Cavalino
domus fratris Montenarii
domus de Landriano
domus de Rozeno
domus de Pobiano
domus domine Roxe
domus de Vigivino de Burgospisso
domus de Verano
domus de Senadochio
domus de Vigivino de la Vale
domus de Dexio magna
domus de Uboldo Pusterle Sancte Eufemie
domus de Sancto Maurilio
domus de Vimodrono
domus de Vigivino Porte Horientali
domus de Sambugo
domus de Sachelis
domus de Blasono
domus de Sancto Marcelino
domus de Sancto Protaxio
domus de Sancto Nabore
domus de Cabiate
domus de Circullo
domus de Vigivino de la Clusa
domus de Udrugio
domus domine Beldie de Uboldo
domus de Lacterela
domus de Aziis Porte Cumane
domus de Thurate
domus de Campanili
domus de burgo Mediolani
(M. MOTTA BROGGI, Il Catalogo, p. 19 s.).
In Milano (e nelle zone limitrofe)
le case sono assai numerose e antiche. Man mano che
ci si allontana dal centro della pianura padana, diminuiscono
sin a ridursi a una sola città – quest’ultimo
caso è un indizio che di norma la domus risale
non prima degli anni cinquanta e non dopo degli anni
sessanta del XIII secolo, a lasciar intravedere che
i decenni centrali del Duecento costituiscono la fase
di maggior attività insediativi. Prendiamo
come esempio la “fagia” di Vercelli:
“Domus Sancti Christofori
(di Vercelli)
domus Sancti Martini ibi
domus sororum Sancte Agate ibi supra
domus fratrum de Casale Sancti Evaxii (Casale M.)
domus sororum ibi supra
domus fratrum de Clavaxio (Chivasso)
domus fratrum de Turino (Torino)
domus fratrum de Monchalerio (Moncalieri)
domus fratrum de Ast (Asti)
domus de Sancto Quirico ibi
domus fratrum de Pinarolo (Pinerolo9
domus fratrum de Alba (Alba)
(M MOTTA BROGI, Il Catalogo, p. 31 ss.).
La complessiva geografia dell’ordine
degli Umiliati, nella loro piena espansione, copre
la Lombardia e si dilata in parti del Piemonte, del
Veneto, dell’Emilia, della Romagna, della Toscana,
con singoli insediamenti in Genova, Venezia e Roma.
Quest’ultima località costituisce il
limite meridionale dell’espansione umiliata:
un’espressione che con tutta probabilità
venne contenuta, tra l’altro, dal progressivo
imporsi della presenza dei nuovi ordini religiosi,
in particolare – in una valutazione di medio
e lungo periodo – degli ordini mendicanti dei
frati Minori e dei frati Predicatori. In proposito
molto rimane da studiare: come da chiarire sono le
ragioni per le quali gli Umiliati non si siano spinti,
o non siano riusciti a spingersi, nel Mezzogiorno
d’Italia e nelle regioni al di là delle
Alpi. In verità, secondo quanto si legge in
una lettera di papa Alessandro IV a Luigi IX datata
al 13 novembre 1258, gli Umiliati avrebbero espresso
la volontà di diffondersi nelle terre transalpine
del regno di Francia. Perché ciò non
sia avvenuto, non sappiamo. Sappiamo invece che secondo
la lettera di Alessandro III l’ordine degli
Umiliati si connota per la sua diffusione nell’Italia
padana (“in provincia Lombardie potissimum dilatati”)
e che i suoi membri si presentano come “coloro
che, lavorando con le proprie mani, si procurano da
vivere senza pesare sugli altri, distribuiscono elemosine,
ricevono ospiti e predicano la parola di Dio”
L’espressione “propriis manis laborando”,
contenuta nella lettera di Alessandro IV del 1258,
opportunamente introduce al problema dell’attività
lavorativa presso gli Umiliati, sulla quale le acquisizioni
della ricerca storica non sono così sicure
come invece normalmente si crede. L’impegno
nel lavoro viene descritto nel seguente modo dal frate
Predicatore Umberto di Romans nel pieno Duecento:
“ Bisogna notare che alcuni sono religiosi che
hanno possedimenti ampi e redditi più che sufficienti
per vivere. Altri sono coloro che, non avendo alcuna
di queste cose, vivono di sole elemosine: costoro
però vivono del proprio lavoro secondo la forma
della chiesa primitiva. Infatti non hanno possessi,
se non pochi in rari casi; ma vivono con rigorosa
coerenza del lavoro che uomini e donne esercitano
personalmente soprattutto nella produzione dei panni,
e distribuiscono elemosine e accolgono in modo devoto
i religiosi poveri”. (L.Zanoni, Gli Umiliati
nei loro rapporti con l’eresia, l’industria
della lana ed i comuni nei secoli XII e XIII, Milano
1911 [rist. anast., Roma 1970], p. 262).
La lettera di Alessandro III e il
testo di Umberto di Romans convergono nel sottolineare
come l’impegno lavorativo si giustifichi con
finalità così di sostentamento, come
di carità, nel quadro del mitico modello della
chiesa primitiva, della chiesa dei tempi apostolici.
Insomma, tra gli Umiliati sembra circolare una ideologia
del lavoro ispirata a valori evangelici. In realtà,
non molte sono le informazioni a nostra disposizione
per precisare caratteri, modi e tempi delle attività
manuali e produttive presso gli Umiliati. Per quanto
è noto, possiamo dire che soprattutto presso
il secondo ordine e il terzo ordine nel XIII secolo
ci si sia dedicati alla produzione tessile con conseguente
commercio dei panni di lana. Non è escluso
che le attività economiche degli Umiliati,
in campo manifatturiero e agricolo, abbiano offerto
una disponibilità di denaro da reinvestire
in operazioni di prestito (non usuraio) a favore di
chi necessitava di aiuti finanziari. Insomma, le varie
componenti dell’ordine umiliato si integrano
nella società a diversi livelli, non ultimo
in compiti di fiducia sul piano finanziario e amministrativo
ricevuti da parte di numerosi comuni dell’Italia
settentrionale.
Il processo di integrazione nella società non
significa in modo meccanico possibilità di
crescita continua dell’organismo umiliato: il
quale deve fare progressivamente i conti con la propria
mancanza di specializzazione religiosa, che, ad ogni
tentativo di porvi rimedio, sembra rivitalizzare una
latente e perdurante difficoltà di rapporti
con parti del mondo ecclesiastico.
Inoltre, dal punto di vista strutturale, l’ordine
degli Umiliati presentava un enorme elemento di debolezza,
pronto a precipitare quando particolari contingenze
l’avessero portato alla luce: le frammentate
forme insediative non facilitavano certamente le possibilità
di sopravvivenza delle numerosissime sedi in riferimento
alle risorse sia economiche sia umane e alle ovvie
necessità di reclutamento e di ricambio dei
membri delle singole comunità. Non è
qui il caso di inoltrarsi sul terreno della “crisi”
e della “decadenza” dell’Ordine
che solo di recente sta attirando l’attenzione
degli studiosi.
Limitandoci alla finale constatazione che l’ordine
degli Umiliati venne soppresso per decisione di papa
Pio V nel febbraio 1571. il grave e drastico provvedimento
papale arrivava dopo anni di durissimi contrasti con
l’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, il quale,
nella difficoltà di protettore dell’ordine
umiliato per nomina pontificia, aveva agito con estrema
decisione nel suo compito di riformatore dell’antica
compagine religiosa milanese, non esitando a ricorrere
all’uso della forza militare. Nella componente
maschile degli Umiliati le resistenze e il malcontento
rispetto all’operato del presule si moltiplicarono,
tanto che alcuni giunsero a organizzare, nell’ottobre
1569, un complotto per eliminare l’arcivescovo.
I congiurati non riuscirono nel loro intento e furono
messi a morte. La soppressione da parte di Pio V fu
l’ultimo atto dello scontro e determinò
la fine del ramo maschile degli Umiliati: a estrema
testimonianza di una storia, che risaliva all’ultimo
quarto del XII secolo, rimasero le case del ramo femminile,
che nel 1569 erano state già staccate dai loro
confratelli.
BIBLIOGRAFIA
I riferimenti iniziali degli studi sugli Umiliati
sono N. SORMANI, Breve storia degli Umiliati tessuta
col testo de’ codici, manoscritti e diplomi,
Milano 1739, e l’ancora insostituibile lavoro
di G. Tiraboschi, Vetera Humiliatorum monumenta, I-III,
Mediolani 1766-1768, che si avvalse delle inedite
ricerche condotte nel secolo precedente in particolare
da Gian Pietro Puricelli e da Placido Puccinelli.
Occorre aspettare un secolo e mezzo perché
vi sia una nuova opera di valore innovativo, che è
dovuta a L. Zanoni, Gli Umiliati nei loro rapporti
con l’eresia, l’industria della lana ed
i comuni nei secoli XII e XIII, Milano 1911 (rist.
anast., Roma 1970): molte delle sue interpretazioni
e conclusioni vanno ora riviste e corrette, oppure
del tutto rifiutate, sulla base di ricerche successive
e, in modo specifico, degli assai validi contributi
contenuti in Sulle tracce degli Umiliati, a cura di
M. P. Alberzoni, A. Ambrosioni, A. Lucioni, Milano
1997. Utili e aggiornate introduzioni alla storia
generale degli Umiliati sono contenute in: K-V. Selge,
Humiliaten, in “Theologische Realenzyklopädie”,
XV, Berlin – New York 1986, pp. 691-696; A.
Ambrosioni, Umiliate-Umiliati, in Dizionario degli
Istituti di perfezione, IX, Roma 1997, coll. 1487-1507
(con amplissima bibliografia).
Sul periodo delle origini: M. P. ALBERZONI, Gli inizi
degli Umiliati: una riconsiderazione, in La conversione
alla povertà nell’Italia dei secoli XII-XIV,
Spoleto 1991, pp. 187-237; EAD., San Bernardo e gli
Umiliati, in San Bernardo e l’Italia, a cura
di P. Zerbi, Milano 1993, pp. 101-129.
Sulla breve avventura ereticale: G. G. Merlo, Eretici
ed eresie medioevali, Bologna 1989, pp. 57-61. Sulle
comunità miste umiliate: Uomini e donne in
comunità, Verona 1994 (“Quaderni di storia
religiosa”, 1)
Una sintetica introduzione alla presenza umiliata
in Milano è data da M. P. ALBERZONI, Gli Umiliati
e san Bernardo, in Storia illustrata di Milano, a
cura di F. Della Peruta: Milano antica e medievale,
II, Milano 1992, pp. 521-540. Importante monografia:
L’Abbazia di Viboldone, Milano, Banca Agricola
Milanese, 1990.
Sulla fase finale della storia umiliata vi è
ora la dissertazione dottorale di M. LUNARI, Contributo
ad un profilo politico-costituzionale dell’ordine
degli Umiliati nel secolo XV, datt. (1993) presso
Università Cattolica del S. Cuore di Milano.
(testo di una Conferenza del
Prof. G. G. Merlo tenuto in Abbazia a Viboldone)