l ritorno della vita
monastica a Viboldone . Dal 1941 a oggi Giorgio Picasso
I lunghi anni del silenzio
Con la soppressione del 1773 si avviò lentamente,
ma in modo irreversibile, anche la dispersione del
patrimonio monastico. L'antica sede conventuale di
Viboldone con l'annessa chiesa monumentale dovette
servire in un primo momento come residenza del sacerdote
che, pagato ancora dal commendatario, aveva tra l'altro
il ruolo di maestro per i bambini del paese.
Nel 1773 il sacerdote fu don Paolo Cattaneo, della
cui presenza a Viboldone si ha ancora notizia fino
al 1788. A lui ne successero altri, ma in condizioni
ambientali sempre più precarie, se già
nel 1797 il maestro don Raimondo Rodolfi, in una lettera
ai deputati comunali di Viboldone, lamentava di essere
costretto a tenere lezione nella cucina della sua
casa.
Di fatto in quegli anni si verifìcò
una vera devastazione dell'antico insediamento monastico,
che fu in gran parte demolito, lasciando spazio a
piccole e modeste abitazioni che gli abitanti del
luogo si costruirono servendosi abbondantemente di
materiale recuperato dalla demolizione dell'antico
monastero.
Quando nel 1941 arrivarono le monache, alcune di quelle
abitazioni si affacciavano ancora sul piazzale della
chiesa, nel lato ove oggi sorge il nuovo monastero.
Anche se è difficile seguire le vicende del
patrimonio monastico come per esempio quelle dello
stesso edifìcio conventuale superstite - la
cosiddetta Casa del priore, ex residenza del preposito,
che ancora rimane sul lato sinistro di chi guardi
la facciata della chiesa - con i terreni circostanti,
attraverso episodi che solo ulteriori ricerche in
archivi privati potrebbero forse chiarire, si sa per
certo che finirono in proprietà della nobile
famiglia Castelbarco Albani. Da essa la comunità
monastica femminile, nel 1941, ebbe in affitto l'antica
residenza conventuale.
Con il ritorno della comunità monastica ebbe
fine, dopo più di un secolo e mezzo, l'oscuro
periodo in cui in pratica Viboldone non ebbe storia,
se non per qualche provvidenziale restauro del monumento
avviato dall'Ufficio regionale per la conservazione
dei monumenti di Lombardia fin dal 1896.
La comunità di Madre
Margherita Marchi
Fu questa la comunità che riportò la
vita monastica a Viboldone il 1° maggio 1941,
ma la genesi di tale nucleo era stata lunga e travagliata,
e strettamente connessa alle vicende personali della
vocazione della madre priora.
Margherita Marchi era nata a Bologna il 6 giugno 1901
in una famiglia dove non si praticava più la
fede cattolica: la madre proveniva da una famiglia
di tradizioni cattoliche poi divenuta agnostica; la
nonna paterna era passata alla confessione battista
e il padre, di principi morali integerrimi, era agnostico.
Margherita chiese e ricevette il battesimo solo all'età
di 17 anni, dopo aver incontrato durante il corso
degli studi medi alcuni sacerdoti che l'avevano educata
alla fede. Determinante fu poi, nel 1922, l’incontro
con monsignor Giulio Belvederi, allora ancora professore
al seminario di Bologna. A lui Margherita si rivolse
perché aiutasse la madre nel desiderio di riaccostarsi
ai sacramenti, e perché fosse vicino al padre
gravemente ammalato e in quel momento ben disposto
verso la fede. Di fatto però monsignor Belvederi,
ben presto trasferitosi a Roma perché nominato
da papa Pio XI segretario del Pontifìcio istituto
di archeologia cristiana, diverrà come un padre
per Margherita, che nel 1924, dopo avervi conseguito
a pieni voti il titolo di direttrice didattica, entrò
nel noviziato delle Sorelle dei poveri a Fontebecci
(Siena). Erano le suore conosciute a Bologna nell'Istituto
S. Elisabetta per studentesse, diretto da monsignor
Belvederi. L'anno dopo, emessa la professione religiosa,
fu inviata a Roma come maestra delle novizie nella
casa che le Sorelle dei poveri avevano presso le catacombe
di S. Sebastiano, e poi come superiora nella casa
Gesù Crocifisso di via Braveria, sempre a Roma.
Da qui erano facili i contatti con i monaci benedettini
della vicina abbazia di S. Girolamo; d'altra parte
l'interesse di suor Margherita e di alcune sue novizie
per la vita monastica fu propiziato anche dal fatto
che il direttorio delle Sorelle dei poveri era stato
formulato dalla fondatrice, madre Savina Petrilli,
ora beata, con la collaborazione del benedettino padre
Odilone Otten. Margherita Marchi è sempre più
attratta da questa componente monastica: insieme ad
alcune consorelle pensa che dovrebbe essere la caratteristica
principale della loro vita. La ricerca interiore lentamente
conduce alla persuasione, per cui, nel 1936, si arriva
alla separazione: con l'autorizzazione della Sacra
Congregazione dei religiosi, un gruppo di suore esce
insieme a madre Marchi - ormai possiamo chiamarla
cosi, perché il gruppo fu affidato a lei -
dall'Istituto delle Sorelle dei poveri e dà
origine alla comunità delle Oblate benedettine
di Priscilla, perché presso quelle catacombe
avevano trovato una casa ospitale messa a loro disposizione
da monsignor Belvederi. Da quella casa provvisoria
si trasferirono presto nell'antico convento cappuccino
di Montefiolo, dove il Belvederi voleva far nascere
un centro di spiritualità. Qui, tra il 1936
e il 1940, avvenne la vera formazione monastica del
gruppo di madre Marchi, tanto più che all'inizio
il sottopriore dell'abbazia benedettina di Monserrato
(Barcellona) concederà come cappellano alla
comunità il giovane monaco Aurelio Maria Escarré,
esule dalla Spagna, che si trovava allora a Roma per
far da punto di raccordo tra i membri della dispersa
comunità catalana.
La vocazione monastica maturò in tutta la sua
pienezza al punto che alcune suore, memori della primitiva
formazione tra le Sorelle dei poveri, non si sentirono
di seguire il programma che ormai madre Marchi proponeva
senza alcuna restrizione: essere monache benedettine
in senso vero, essere monache come lo erano i monaci.
Era inevitabile una nuova divisione e fu ancora una
volta la madre a scegliere di lasciare Montefiolo
in cerca di un nuovo riparo con le numerose consorelle
decise a seguirla. Sul momento, nel giugno 1940, il
gruppo venne accolto presso la comunità benedettina
di S. Clemente a Prato, ma già nei primi giorni
dell'anno seguente avvenne la grande dispersione della
comunità. Alcune suore tornarono provvisoriamente
in famiglia; altre, sempre in attesa di tempi migliori,
per poter vivere si recarono, come infermiere, nell'ospedale
militare di Bologna. Finalmente affiorò la
possibilità di porre fine all'esodo ritrovandosi
tutte nell'antica casa di Viboldone, di proprietà
del conte Aldrighetto di Castelbarco Albani, che volle
aprire generosamente i suoi locali alla comunità
monastica. Il 1 ° maggio 1941 vi arrivò
madre Marchi con alcune sorelle, e fu successivamente
raggiunta da tutte le altre. Come per miracolo le
31 sorelle del gruppo in diaspora si ritrovarono in
questa nuova terra promessa, dove il Signore le aveva
condotte dopo tante prove. Si riprese a vivere e la
vita che vi si condusse fin dal primo giorno, sia
pur tra tanta comprensibile precarietà, non
potè essere che la vita monastica trasmessa
dalla Regola di S. Benedetto per i monaci e le monache
I nuovi primordi di Viboldone
Proprio come era avvenuto verso la fine del XII secolo,
quando i primi Umiliati si organizzarono attorno all'erigenda
chiesa di S. Pietro, così ora le monache, attorno
a quel medesimo centro, divenuto uno dei più
celebri monumenti dell'arte medievale lombarda, dovettero
ricominciare da capo a organizzare la vita monastica
che già, per quasi duecento anni dopo la soppressione
degli Umiliati, vi avevano condotto i monaci benedettini
di Monte Oliveto. Una circostanza agevolò certamente
questo nuovo insediamento: dal 1929 era arcivescovo
di Milano un monaco benedettino, il cardinale Ildefonso
Schuster, che si mostrò subito premuroso e
paterno verso la comunità monastica affidata
alla sua giurisdizione. La presenza del cardinale
Schuster fu provvidenziale in due sensi: da una parte
le monache poterono godere fin dall'inizio di una
guida sicura, di un maestro esperto; dall'altra, tramite
la persona del vescovo-monaco, fu più agevole
l'inserimento della comunità monastica all'intemo
della Chiesa locale.
Quanto si sta scoprendo ancora oggi sulla funzione
della vita religiosa nella Chiesa diocesana a seguito
delle riflessioni suscitate dal Concilio Vaticano
II, a Viboldone avvenne come segno profetico fin dai
primi giorni della nuova stagione monastica.
Già il 21 dello stesso mese di maggio il cardinale
Schuster riceveva in udienza madre Marchi: da allora
si instaurò un rapporto paterno da parte del
vescovo nei confronti della priora e delle monache
di Viboldone, che durò fino alla sua morte.
Ne conosciamo alcuni significativi particolari. Fin
dall'inizio il cardinale Schuster volle che la comunità
si impegnasse in un lavoro stabile, "serio",
come lui diceva, per poter provvedere al proprio sostentamento.
Nacque subito, pur nella grave penuria di mezzi, la
tipografìa del monastero, che per capacità
e per risultati fu all'altezza del primo committente,
l'Università cattolica di Milano, che affidò
alla nuova tipografìa la stampa di una rivista
come Aevum, specializzata negli studi storici e filologici.
Poi vennero altre committenze piuttosto impegnative
in corrispondenza con l'impegno e la cura diligente
delle monache, che producevano un lavoro di qualità
nella nuova scuola tipografica, dove il mestiere si
tramandava, come avveniva nelle antiche botteghe,
da una monaca anziana a una più giovane.
Da parte sua, madre Margherita osservava in uno scritto
al cardinale: «Se le vestali ci fossero ancora,
dovrebbero fare le commesse di negozio per potersi
dedicare a mantenere il fuoco sacro. Noi facciamo
le tipografe per conservare la possibilità
di dedicarci alla preghiera». Ma il vescovo
non si preoccupava soltanto del lavoro della nascente
comunità. Uomo di Dio, spesso assorto in preghiera,
sapeva bene che questa costituiva l'anima della vita
monastica.
Sapeva che nel nuovo monastero si pregava bene e quando
nell'autunno del 1943, a causa dei tristi eventi bellici,
il Capitolo del duomo di Milano dovette cessare la
pratica tradizionale della preghiera corale, l'arcivescovo
non dubitò di trasferire l'incarico di pregare
per tutta Milano e per l’intera arcidiocesi
alle monache di Viboldone. «Esse - scriveva
in una lettera alla priora e alle monache del I°
novembre 1943 - che già con tanta pietà
e perizia d'arte liturgica solevano celebrare la divina
offìciatura [...], lo facciano adesso anche
in nome nostro e di tutta Milano, perché non
manchi da parte della metropoli quella adorazione
continua e perfetta in spirito e verità che
la liturgia rende all'augusta Triade». Perché
la comunità di Viboldone, «nuova e ricca
di evangelico squallore», potesse assolvere
il compito in nome di tutta la Chiesa diocesana, il
cardinale, «povero sinistrato», univa
l'offérta di lire 25.000. A Viboldone in quel
momento pulsò il cuore della Chiesa ambrosiana.
La comunità celebrava l'Eucarestia quotidiana,
i vespri domenicali e la liturgia della Settimana
santa secondo il rito ambrosiano, mentre per tutto
il resto dell'uffìcio divino seguiva il rito
romano-monastico. Si esprimevano in questa scelta
spinte contrastanti: da una parte il desiderio di
manifestare, anche nella forma della preghiera liturgica,
l'inserimento nella Chiesa ambrosiana e la comunione
con il suo vescovo, desiderio che incontrava quello
del conte Aldrighetto di Castelbarco Albani, profondo
estimatore del rito ambrosiano, di ripristinare nell'abbazia
di Viboldone il rito e il canto ambrosiano. Dall'altra
parte si manifestava la diversa formazione liturgica
ricevuta dalla comunità sui testi del rito
romano-monastico, con il calendario monastico spesso
diverso da quello ambrosiano, per non dire della scarsità
di testi musicali ambrosiani disponibili. Il cardinale
Schuster arrivò a comprendere il disagio della
comunità, che tuttavia continuò l'uso
contemporaneo dei due riti fino al 1956. Con la scelta
del rito romano-monastico integrale si ebbe alla fine
una celebrazione liturgica più organica e senza
incongruenze, ma rimase nelle monache la nostalgia
di qualche bellissimo pezzo ambrosiano (che tuttora
si inserisce in certe celebrazioni liturgiche particolari),
oltre al rincrescimento per aver lasciato cadere un
segno di quella appartenenza alla Chiesa ambrosiana
che rimane un tratto costitutivo della comunità.
L’instabilità della dimora
Un altro problema, però, preoccupò i
responsabili della nuova fondazione monastica, e fu
quello della precarietà della sede. Per venti
anni la comunità ebbe in affitto la casa di
Viboldone, ma senza garanzie per il futuro; d'altra
parte, con l'aumento della comunità e delle
sue attività, l'antico insediamento diventava
sempre più angusto e scomodo. Si cercarono
soluzioni diverse: verso la fine del 1946 lo stesso
cardinale Schuster incoraggiò l'esperienza
di una nuova fondazione nel castello di Monguzzo,
presso Erba. Il nuovo monastero prese il nome di S.Maria
degli Ulivi, ma difficoltà sopraggiunte con
la proprietaria del castello fecero concludere presto
quella esperienza.
Si tentò anche altrove, ma i fondatori del
nuovo monastero di Viboldone morirono - il cardinale
Schuster il 30 agosto 1954 e madre Marchi il 5 gennaio
1956 - senza vedere la soluzione di questo difficile
problema, che fu perciò lasciato in eredità
ai successori.
In particolare fu proprio quello della stabilità
della sede l'argomento che affronterà monsignor
Giovanni Battista Montini, nuovo arcivescovo di Milano,
nei suoi rapporti con la comunità di Viboldone.
Se il cardinale Schuster invitava le monache a un
completo abbandono nelle mani della provvidenza, ripetendo
loro; «Et de nido quid solliciti estis? Scit
enim pater vester quia his omnibus indigetis»,
l'arcivescovo Montini da parte sua avvertì
tutta l'urgenza del caso, anche perché ci si
avvicinava alla scadenza ventennale del 1961. Nella
ricerca della soluzione di questo problema il cardinale
Montini inserì un profondo insegnamento monastico
che amava impartire alla comunità ogni qualvolta
ebbe occasione di sostare a Viboldone.
Il nuovo arcivescovo fu vicino alle monache nel momento
del dolore per la morte di madre Marchi: confortò
le consorelle con una sua visita, rivolgendo loro
paterne espressioni di incoraggiamento. Il 10 febbraio
poi fu nuovamente a Viboldone per presiedere il capitolo
della elezione della priora, madre Maria Angela Solari
- che poi sarebbe divenuta la prima abbadessa nel
1966, quando la comunità ebbe raggiunto la
stabilità — e anche in quella occasione
non mancò di esortare la comunità a
una scelta sapiente nella carità.
Sarebbe lungo elencare tutti i segni della premura
dell'arcivescovo Montini per la famiglia monastica
di Viboldone: basti dire che il 20 marzo 1957, vigilia
della festa di san Benedetto, monsignor Montini si
recò a Viboldone quasi a scusarsi di non poter
partecipare l'indomani alla festa del santo patriarca
del monachesimo.
«In questo luogo - disse - tanto caro che mi
tiene costantemente occupato per tutto il bene che
fate, per le preghiere che continuamente elevate a
lode di Dio, per le vostre necessità e per
le angustie di cui ancora non vediamo la soluzione,
ma che speriamo che la provvidenza solleverà».
Era il problema della stabilità della comunità
che tanto preoccupava l'arcivescovo.
Finalmente, in occasione di una visita alla comunità,
il '26 luglio 1960, il cardinale Montini potè
recare alle monache la lieta notizia a lungo attesa:
«Ecco la soluzione del problema che teneva in
attesa e apprensione tutta la comunità: Viboldone
era una sede di passaggio. Il Signore vi teneva nell'incertezza:
staremo qui? Dove andremo? Dove avere un monastero
nostro? E ora è divenuto una sede stabile.
Il Signore ha sciolto tutti gli interrogativi della
grossa e annosa questione, e la risposta è
venuta, risposta che è stara molto combattuta,
varia, drammatica in molte vicende, ma che ora è
venuta affermativa e speriamo per secoli, perché
quel che voi fate è. sempre per secoli».
Infatti, qualche giorno prima, in arcivescovado era
stato firmato l'atto di donazione della casa di Viboldone
alla comunità.
Ora finalmente si poteva pensare alla costruzione
di un nuovo monastero adeguato agli sviluppi della
comunità. Il cardinale Montini, come fu instancabile
promotore della donazione, così divenne il
principale ispiratore e benefattore del nuovo monastero:
a lui, divenuto il 21 giugno 1963 papa Paolo VI, la
comunità di Viboldone deve la sua stabilità
nella abbazia e la costruzione del nuovo monastero.
Il nuovo monastero e l’influsso
del Vaticano II
Nel disegno dell'architetto Luigi Caccia Dominioni
il nuovo monastero si doveva collocare a fianco della
chiesa, dalla parte opposta alla Casa del priore.
Ampio e funzionale alle esigenze di una moderna comunità
monastica doveva come adagiarsi accanto alla grande
chiesa monumentale, senza creare alcun contrasto,
anzi rappresentandone per forme e colore quasi un
prolungamento. I tradizionali spazi monastici, i chiostri,
la sala capitolare, il refettorio, la biblioteca,
le officine del monastero trovarono in quel progetto
sapiente collocazione.
I mezzi, con l'impegno della comunità e dei
benefattori, cominciarono ad affluire e 1'8 luglio
1962 il cardinale Montini potè benedire la
pietra di fondazione dell'erigendo monastero, pronunciando
un discorso che diceva tutta la fiducia dell'arcivescovo
nell'istituzione monastica e, ancora una volta, tutta
la sua dedizione alla realizzazione dell'opera. Eletto
sommo pontefice l’anno dopo, non potè
assistere al completamento del nuovo monastero, ma
continuò a interessarsene e a favorirlo. Fu
l'arcivescovo Giovanni Colombo a inaugurare il nuovo
complesso conventuale il 9 luglio 1964.
Il nuovo monastero creò diverse possibilità
di impegno. Si cominciò a ristrutturare l'antica
casa che, adibita a foresteria, aprì un nuovo
campo all'apostolato monastico della comunità.
Fu finalmente possibile offrire quel servizio di accoglienza
che è espressione naturale di un monastero
benedettino, dove l'ospite incontra dei fratelli con
i quali condividere sollecitudini e doni della vita.
Dono reciproco per eccellenza è appunto l'ospitalità,
nella quale Viboldone esprime il suo inserimento,
il suo servizio alla Chiesa locale, semplicemente
con il suo essere immagine di Chiesa, comunità
aperta ai fratelli che hanno in comune la Parola di
Dio, Eucarestia, preghiera, ricerca della carità,
speranza nel Regno.
Ospite di eccezione fu, negli anni 1965-68, l'antico
cappellano di Montefìolo, padre Aurelio Maria
Escarré, divenuto nel frattempo abate di Monserrato,
costretto all'esilio dal regime franchista; quel soggiorno
fu indubbiamente un'altra occasione di arricchimento
monastico per la comunità benedettina.
Tra le nuove attività svolte nel monastero
alcune si rifacevano all'insegnamento del Concilio
Vaticano II. La collaborazione tra i monasteri, come
è noto, venne favorita e a Viboldone dal 1968
al 1971 si pubblicò una rivista, Colloqui monastìci,
intesa nella prospettiva di incrementare proprio questa
nuova mentalità, che si faceva strada a fatica
(e proprio per questo la rivista ebbe breve durata).
Ma l'influsso più diretto del Vaticano II ebbe
modo di manifestarsi nella riforma liturgica, avviata
decisamente nel 1968, a pochi anni dalla chiusura
del Concilio, con l'introduzione della lingua italiana
nella preghiera corale, senza farle perdere niente
in nobiltà di espressione e semplice bellezza
di rito.
Si trattò di un impegno notevole, che continua
a coinvolgere la comunità monastica divenuta
vera protagonista dell'azione liturgica, pur aderendo
agli ordinamenti generali fissati dalla Chiesa. Come
è noto, tali ordinamenti lasciano molto spazio
alla creativa partecipazione delle singole comunità
oranti, siano esse monastiche, religiose, parrocchiali
o di altri gruppi.
Anche la posizione giuridica della comunità
monastica femminile doveva avere una sua chiara definizione:
nel novembre 1977 la Congregazione dei religiosi approvava
le Dichiarazioni alla Regola di san Benedetto proprie
del monastero di Viboldone.
Intanto la comunità delle monache continuò
a crescere: nel 1972 si potè avviare un nuovo
lavoro per il restauro del libro antico accanto all'ormai
affermata tipografìa. L'anno dopo, l'11 ottobre,
un piccolo gruppo di sei monache partì da Viboldone
per dar vita a un nuovo monastero nell'isola di S.
Giulio, sul lago d'Orta, nella diocesi di Novara.
Un'altra sosta però s'impose: il 24 maggio
1978, dopo 22 anni di governo, morì la madre
abbadessa Maria Angela Solari, che aveva ricevuto
in eredità da madre Marchi una comunità
ancora in formazione, e che ora lasciava un monastero
pienamente realizzato. Il 16 giugno dello stesso anno
veniva eletta abbadessa, madre Maria Giovanna Brutti,
che con l'efficace sostegno delle consorelle continua
a mantenere viva la tradizione della vita monastica
impiantata a Viboldone dalla provvidenza divina, attraverso
quelle anime grandi che abbiamo voluto qui ricordare
perché fanno ormai parte della storia vivente
dell'antica abbazia. Da alcuni anni, ormai, sono attestate
sulla quarantina circa le monache che pregano, praticano
la lectio divina e lavorano nella comunità
di Viboldone. (a madre Maria Giovanna Brutti è
poi succeduta l’attuale abbadessa madre Maria
Ignazia Angelini).
Per la festa di S. Benedetto, il 21 marzo 1963, il
cardinale Montini fu a Viboldone: era l'ultima visita,
perché pochi mesi dopo sarebbe stato eletto
papa. Allora disse parole che hanno la forza di un
testamento e il vigore di una profezia: «Quanto
desidererei... guardando il panorama di questa nostra
diocesi, che è tutta arata e tormentata da
questo febbrile e concitato agitarsi moderno, da questa
ricchezza temporale che sembra qui moltiplicarsi,
ma qui assorbire le anime nelle maglie di interessi
che fanno dimenticare quelli supremi, quanto vorrei
che guardando, dico, questo panorama, qui fosse visto
un punto lucido, luminoso come una gemma che viene
incastonata in una superficie che non è ardente,
che non è brillante, e che chiami sopra di
sé gli occhi, la meraviglia, l'ammirazione
di quanti la circondano».
Una profezia che si sta facendo cronaca giorno dopo
giorno nell'impegno di una. comunità monastica
fervorosa, per diventare, in prospettiva, storia insieme
a quella ormai lontana degli Umiliati e delle Umiliate
del medioevo, e dei monaci di Monte Oliveto nell'età
moderna, in una continuità oggi ben significata
nel nome dell'abbazia di Viboldone.
(da “L’Abbazia di Viboldone”
edito a cura della Banca Agricola Milanese, Milano
1990)