Una Giornata
in monastero Intervista a Madre Ignazia Angelini
Furono gli Umiliati a costruire la
bellissima abbazia di Viboldone.
Gli Umiliati, che accoglievano sia uomini che donne,
vennero fondati nel 1017. Univano istanze di severa
religiosità a ragioni di tipo economico e politico.
Le loro comunità, come quelle dei Cistercensi,
si occupavano soprattutto dell’assetto agricolo
del terreno circostante. A tali attività agricole
gli Umiliati univano anche quelle dell’artigianato
e del commercio. Contribuirono così al formarsi
delle grandi aziende agricole, a carattere religioso,
succursali di campagna della casa madre.
A Viboldone gli storici presumono fosseromolto
frequenti i contatti con l’altro grande complesso
religioso vicino - l’Abbazia cistercense di
Chiaravalle - come suggerisce la strada che ancora
oggi unisce i due centri religiosi. Nel secolo quindicesimo,
in concomitanza con la crisi generale che sconvolgeva
la Chiesa, l’ordine degli Umiliati, che si era
notevolmente arricchito, aveva quasi dimenticato i
suoi originari severi impegni spirituali, arricchendosi
di molto attraverso le sue attività artigianali
e commerciali. Ne conseguì un provvedimento
disciplinare della Santa Sede, che il 7 febbraio 1571
soppresse la Congregazione.
Dagli Umiliati il complesso monastico
e agricolo di Viboldone passò, assieme alla
chiesa, agli Olivetani. Nel 1777, in seguito alla
riforma religiosa voluta da Maria Teresa, anche gli
Olivetani vennero allontanati da Viboldone. Il complesso
rurale, che ormai si era consolidato nel tempo, divenuto
proprietà privata tranne l’Abbazia che
divenne bene demaniale, continuò nonostante
tutto a funzionare, fino all’assetto odierno.
Gli storici fanno risalire al 1176 la costruzione
della zona orientale della chiesa (inizialmente dedicata
al solo San Pietro, e in seguito ai santi Pietro e
Paolo), comprendente l’abside e il transetto.
Dal 1941 una comunità
monastica benedettina è sopravvenuta, riportando
la celebrazione delle lodi di Dio sotto le volte antiche
dell’abbazia. Una presenza, quella delle monache
benedettine, molto umile, silenziosa e poco nota.
È stato solo dopo ripetute insistenze che siamo
riusciti ad intervistare la badessa di Viboldone,
Madre Maria Ignazia Angelini, una milanese di origini
marchigiane che ha trascorso quarant’anni nelle
mura del convento.
Quando la vostra comunitàmonastica
si è insediata a Viboldone?
«Il primo giorno di maggio del 1941, in piena
guerra mondiale».
Perché proprio nel 1941?
«La nostra comunità era nata pochi anni
prima. Fu all’inizio degli anni Trenta che un
gruppo di donne, appartenenti alle Sorelle dei Poveri
di Siena, maturò una particolare vocazione
benedettina. Guidate daMadre Margherita Marchi 35
suore, tutte giovani, provenienti in particolare dalle
comunità di Montefiolo della Sabina e dalle
catacombe di Santa Priscilla in Roma, decisero di
dar vita a un nuovomonastero. A seguire i loro primi
passi ci fu un giovane benedettino spagnolo esule,
AureliMaria Escarrè, il futuro abate di Monserrat
».
Che significa “maturare una particolare
vocazione benedettina”?
«Le nostre prime sorelle volevano tornare ad
essere più fedeli alle origini monastiche.
Origini che – soprattutto per il monachesimo
femminile - erano andate stemperandosi nel corso dei
secoli mescolandosi con elementi devozionali e strutture
troppo legate a culture ormai non più vive.
Esse condividevano l’ideale della vita contemplativa,
ma erano fermamente intenzionate a vivere del lavoro
delle loro mani, e a maturare la loro vita monastica
in una certa autonomia da tutele clericali, attingendo
alle sorgenti bibliche, patristiche, liturgiche della
spiritualità cristiana. Fu Madre Margherita
Marchi ad avere la grande intuizione della necessità
di un monachesimo femminile nuovo, differente rispetto
a quello del tempo».
Immagino non siano stati anni facili,
quelli nei quali la vostra comunità mosse i
suoi primi passi. Erano gli anni nei quali l’Italia
stava pericolosamente incamminandosi verso la guerra...
«Il gruppo di giovanimonache, su indicazione
delle autorità della Santa Sede e dell’Ordine
benedettino, tentò inizialmente di inserirsi
in una comunità benedettina di antica tradizione,
a Prato. Ma il tentativo di innesto non ebbe risultato.
E allora la domanda si fece impellente, aggravata
dai tempi: dove andare? Alcune sorelle, per aiutare
il sostentamento delle altre, accettarono di esporsi
anche in situazioni assai rischiose, lavorando negli
ospedali militari».
E la Chiesa ufficiale come vi guardava?
Con sospetto, immagino.
«In generale si posavano sul piccolo gruppo
di donne sguardi pieni di circospezione. Eravamo però
guardate con simpatia e con incoraggiante attesa da
alcuni prelati della Santa Sede e da santi abati.
Il cardinale Ildefonso Schuster - che già monaco
e abate benedettino non aveva mai affievolito la sua
anima monastica - in un primo tempo ci scrutava con
una certa severità. Dopo che ebbe conosciuto
da vicino la Madre MargheritaMarchi e le sue monache,
il suo atteggiamento si capovolse».
Finalmente.
«Ci accolse premurosamente in diocesi di Milano,
ci fu padre aiutando la comunità, attraverso
un profondo dialogo spirituale con la Madre, a gettare
solide fondamenta nella Chiesa ambrosiana. Conserviamo
in archivio un fitto carteggio intercorso tra il cardinale
diMilano e Madre Margherita Marchi».
Immagino quindi che fu grazie al cardinal
Schuster che nel 1941 vi siete insediate a Viboldone.
«Non fu esattamente così. Egli riteneva
che il luogo di Viboldone fosse poco salubre per l’insediamento
di una giovane comunità femminile. La chiesa
abbaziale è sempre stata di proprietà
demaniale, lo era anche negli anni precedenti al nostro
arrivo a Viboldone. Il proprietario dei terreni e
degli immobili che si estendevano attorno alla chiesa
e di tutti i
terreni circostanti era il conte Aldrighetto di Castelbarco
Albani, un nobile che apprezzava molto Madre Margherita
Marchi e vedeva positivamente l’arrivo di una
comunità benedettina, perché avrebbe
potuto rivitalizzare l’antichissima abbazia,
cui egli stesso con le sue sostanze, e in collaborazione
con la Soprintendenza ai monumenti, aveva avuto cura
di prestare i primi restauri. Fu così che nelmaggio
del 1941 arrivarono sul posto le prime 27 monache».
Cosa trovarono le prime sorelle che
arrivarono sul posto?
«Quando si insediarono le primemonache, l’abbazia
era in uno stato di abbandono. La chiesa era molto
ammalorata. Il monastero non esisteva, e le poche
stanze dell’antica Casa del Priore che ci vennero
assegnate contenevano a fatica tutte le monache. Viboldone
era una zona dimarcite, e l’acqua che scorreva
ininterrottamente sui campi ne faceva un luogo nel
quale imperava l’umidità».
Una situazione non esaltante.
«Eppure lemie consorelle iniziarono subito a
lavorare, mettendo in pratica quanto avevano deciso
di fare, nell’affrontare la vita di ogni giorno.
Erano decise a vivere del proprio lavoro, e in tale
maniera iniziarono a comportarsi. In tempo di guerra
le suore si occuparono dell’istruzione dei bambini
della piccola frazione. E subito impiantarono un piccola
tipografia,
mettendo a profitto una competenza acquisita nelle
catacombe di Santa Priscilla, dove lavoravano per
l’Istituto Pontificio di Archeologia Cristiana».
Una tipografia?
«Sì, una tipografia. Quel lavoro manuale
avrebbe consentito poi ad alcune monache di specializzarsi
sempre di più nel settore editoriale. Era una
tipografia che utilizzava il sistema di composizione
a mano, con caratteri di piombo. Le suore componevano
tutto a mano, utilizzando caratteri mobili. Caratteri
da stampa che erano talmente pochi da costringerle
a comporre di giorno e, a stampa avvenuta, a scomporre
di notte. Andammo avanti così fino agli anni
Cinquanta, quando qualcuno ci regalò una vecchia
linotype».
Mi ha detto che il monastero attuale
non esisteva.
«Una parte delle monache occupava l’attuale
foresteria o “Casa del Priore”, un edificio
che non riusciva a contenere tutte le suore. Una parte
di noi era perciò costretta a vivere, e a lavorare,
con una legatoria e un allevamento di polli, in alcune
stanze del palazzo di Rocca Brivio. Madre MargheritaMarchi
e le sue consorelle non erano convinte di poter rimanere
a Viboldone, non avendo ancora la proprietà
e quindi la possibilità di fissare la stabilità
canonica. In quegli anni erano perciò, con
l’attiva collaborazione del cardinal Schuster,
alla ricerca di una localizzazione più salubre
e meno problematica».
E allora?
«Eallora si iniziò a cercare soluzioni
alternative. Vennero presi in esame altri edifici.
Pensammo di insediarci a Rocca Brivio, ma poi l’ipotesi
venne scartata. Visitammo il castello di Monguzzo,
vicino a Erba, e un gruppetto iniziò lì
a vivere; ma ci furono problemi con la proprietà.
La diocesi di Lodi ci offrì di occuparci della
chiesa e dell’adiacente convento di San Cristoforo,
ossia della struttura che è stata da poco trasformata
in sede della Provincia di Lodi. Nei carteggi custoditi
nel nostro archivio si legge che San Cristoforo ci
piacque molto, ma non avevamo i soldi sufficienti
per dare inizio ai restauri».
E alla fine decideste di rimanere a
Viboldone.
«Fu il cardinale Montini, il futuro Papa Paolo
VI, a rendere finalmente praticabile questa ipotesi.
Nel 1961 ci ottenne la proprietà della casa
e del terreno. Nel 1963 ottenemmo dalla Chiesa il
decreto ufficiale con il quale venivamo riconosciute
come monache benedettine, nonostante non fossimo contemplative
e non avessimo mai voluto le grate, in chiesa e nei
parlatoi, come elemento di separazione dal resto del
popolo di Dio. Grazie ad aiuti economici esterni,
propiziati dal cardinale Montini, costruimmo l’attuale
monastero, dotato di una settantina di celle. Nel
1962 il cardinale Montini pose la prima pietra del
nuovo e attuale convento, ultimato nel 1964 e realizzato
su un progetto dell’architetto Caccia Dominioni».
In questo voi sietemolto legate alla
figura di Paolo VI...
«È vero. Conserviamo le sue parole e
il ricordo delle sue visite come preziosa eredità.
Anche dopo la sua elezione al soglio pontificio, continuò
a seguirci e incoraggiarci»
Quando avete raggiunto la vostra massima
espansione come numero di membri della comunità?
«Negli anni Settanta, quando arrivammo ad essere
in 65».
Poi arrivarono gli anni del post Concilio,
quelli della crisi delle vocazioni, del ‘68,
della contestazione fuori e dentro la Chiesa... Come
avete vissuto quel periodo?
«In maniera molto “vivace”, con
un continuo dialogo al nostro interno. In parte eravamo
già preparate ai cambiamenti conciliari, li
avevamo desiderati, attesi. Così, pur subendo
un certo contraccolpo, non vivemmo crisi pesantissime
che invece investirono altre congregazioni religiose.
Nel 1973 un gruppo di noi, intenzionate a vivere un
monachesimo più segnato dalla clausura, lasciò
Viboldone e andò a fondare l’attuale
comunità dell’Isola di San Giulio, sul
Lago d’Orta».
Oggi quantemonache ci sono aViboldone?
«Trentatré, alcune delle quali molto
anziane».
Come fate a vivere la clausura con
al vostro interno profonde disparità collegate
all’età?
«L’idea della clausura è per noi
tradotta in termini di intensità di relazione
fraterna in nome del vangelo, che come tale richiede
una certa “separazione” dalle logiche
di una convivenza puramente civile o funzionale a
obiettivimondani. In questa prospettiva, quelli che
potrebbero apparire ostacoli o condizioni sfavorevoli,
sono splendide opportunità...».
Mi colpiscono queste sue parole.
«Le monache anziane sono il cuore della comunità,
perché sono le più deboli, ma anche
sono donne che custodiscono la memoria dell’origine,
dell’intuizione evangelica di partenza. Alcune
di esse sono costrette ormai a vivere all’interno
dell’infermeria, e quattro di noi sono costantemente
occupate nel loro servizio. La domenica, a turno,
tutte si prendono cura di loro, anche le monache più
giovani. La più anziana di noi ha 98 anni,
appartiene al gruppo che nel 1941 mise piede per la
prima volta a Viboldone. Le monache più anziane
costituiscono la nostra memoria vivente. Sono la testimonianza
delle fatiche, delle lotte, delle speranze, dei fallimenti
attorno ai quali ci siamo cementate, in grazia dell’Evangelo».
È difficile, oggi, per una ragazza,
la scelta di farsi suora. Credo sia ancora più
difficile farsi monaca.
«È vero. Oggi è sempre meno facile
scegliere questa strada. Soprattutto è “inattuale”
questa relazione reciproca che non consente auto referenzialità
di sorta. In monastero la tensione di vita che cimuove
è il desiderio di camminare insieme, le une
di fronte alle altre, in confronto costante con l’Evangelo.
Come indica San Benedetto, la strada è quella
dell’ascolto incessante della Parola di Dio
che parla nelle Scritture, nella celebrazione eucaristica,
nella relazione fraterna, nell’ospite, nella
storia umana. E questo richiede anzitutto una attrazione
del Signore, una passione per il suo Evangelo, e conseguentemente
una ferma determinazione della libertà, minimante
propiziata dalla mentalità oggi corrente, che
è profondamente segnata dall’individualismo
e dalla ricerca di auto affermazione. I giovani per
lo più sono spinti dal bisogno di trovare una
professione attraverso cui affermarsi, e la prospettiva
di vivere in comunità, di lavorare in monastero,
in un lavoro comune, lì per lì appare
restrittiva. In realtà poi si rivela splendidamente
liberante».
Parliamo del vostro lavoro. Mi ha colpito
il discorso che ha fatto circa la tipografia.
«Per tanti anni abbiamo lavorato per la diocesi
di Milano, stampando alcune delle sue pubblicazioni
periodiche, e per l’Università Cattolica
del Sacro Cuore. Lavorammo per qualche decennio con
una tipografia a piombo, poi a seguito della rivoluzione
tecnologica introducemmo i computer e – per
ragioni economiche – abbandonammo il settore
deldella stampa, mantenendo invece la legatoria».
Cosa fate, oggi, in questo particolare
settore?
«Siamo soprattutto impegnate nel lavoro di archiviazione
digitale dell’immagine. Otto anni fa abbiamo
costituito un laboratorio in questo senso, soprattutto
a servizio della diocesi diMilano, e di pochi clienti
in possesso di significativi archivi di fotografie
su base cartacea o di negativi. Per la Curia arcivescovile
di Milano abbiamo curato tutto l’archivio fotografico
riferito a importanti segmenti degli anni passati,
e all’attualità. Da quando la Curia ha
aperto il suo portale Internet, ci siamo occupate
di alcuni servizi liturgici».
E poi c’è il vostro laboratorio
di restauro del libro antico, un laboratorio ormai
famoso in tutto il mondo. Quando avete iniziato a
dedicarvi a questo importante settore?
«Già più di trent’anni fa,
grazie ad alcunemonache che avevano seguito gli studi
all’Istituto di “patologia del libro”
a Roma. Oggi manteniamo rapporti di lavoro con alcune
tra le biblioteche più importanti dell’Italia
settentrionale e con archivi civici».
Con quali?
«Ad esempio, con l’Ambrosiana. Le mie
consorelle sono riuscite a imboccare, nel campo del
restauro del libro, esperienze innovative. Oggi ci
siamo specializzate, grazie alle competenze di ciascuna
delle monache che collaborano, in particolare nel
restauro delle pergamene. Abbiamo messo a punto una
tecnica in grado di rivitalizzare pergamene che hanno
subito il danno di incendi o deterioramenti irreparabili».
Il vostro lavoro di restauro passa
dunque attraverso il laboratorio e i procedimenti
chimici.
«Prima di procedere a qualsiasi restauro studiamo
il tipo della carta e degli inchiostri. E attraverso
l’esperienza si acquisiscono competenze preziosissime,
non ancora codificate nei protocolli di restauro.
Perciò siamo sempre in stretto contatto con
le Soprintendenze e le relative autorità competenti».
Immagino siano numerose le richieste
di restauro che vi pervengono.
«Sono tantissime e non siamo in grado di soddisfarle
tutte. Privilegiamo lavori che richiedono quella particolare
competenza che siamo riuscite a raggiungere in tanti
anni di appassionato lavoro. E poi privilegiamo il
settore pubblico. Nell’accettare commesse di
restauro diamo la precedenza a quelle realtà
che custodiscono un patrimonio comune e lo rendono
disponibile alla consultazione, a quanti attingono
al passato per cercare ragioni di vita, di umanità
per
l’oggi. Poste di fronte alla necessità
di scegliere, raramenteche accettiamo lavori dai privati».
Ma un simile atteggiamento vi avrà
portate anche a compiere scelte antieconomiche. I
privati sono di solito clienti più remunerativi.
«È vero, ma la nostra è stata
una scelta di vita, incanalata nel senso del lavoro
proprio del monachesimo benedettino, che poi riprende
– io penso – il senso cristiano del lavoro.
I
monaci di San Benedetto hanno cercato attraverso i
secoli di custodire e rendere trasmissibile il patrimonio
di cultura dei tempi antichi, copiando i testi dell’antichità
per salvarli e per farli diventare eredità
di tutti. In tal modo hanno collaborato alla nascita
di una cultura europea, e non solo europea: una cultura
calata nella storia e nel territorio. Questo è
uno dei significati del voto di “stabilità”
».
Sono molte le monache impegnate nel
laboratorio di restauro?
«Non tante, quattro a tempo pieno e altre ametà
tempo... Vorremmo però poter trasmettere alle
giovani generazioni il patrimonio di esperienza acquisito,
e soprattutto la passione per l’umano in tutte
le sue manifestazioni autentiche, che come tali parlano
attraverso i tempi, non subiscono l’ingiuria
del volgere delle età e sfidano ogni insidia
di incomunicabilità tra le generazioni. Ci
piacerebbe poter trasmettere a giovani questa umile
arte, che non è solo lavoro, ma fatto di vita».
Questa scelta “anti economica”
vi può creare in prospettiva anche qualche
concorrenza. Qualora insegnaste i segreti del restauro
a ragazze esterne almonastero esse poi, una volta
che l’avranno appreso, inizieranno a rubarvi
il lavoro.
«Per noi non esiste una simile preoccupazione.
Secondo l’indicazione di San Benedetto noi lavoriamo
per altri scopi, sicuramente non per gestire il monopolio
del restauro del libro antico».
Mi racconti l’andamento di una
vostra giornata qualunque. Come si svolge?
«Ci alziamo alle cinque del mattino. Venti minuti
dopo siamo in coro, dove si celebra la liturgia della
parola (mattutino e lodi). C’è poi un’ora
di lectio divina e quindi si celebra l’Eucaristia:
rimaniamo in preghiera fino circa alle ore 9. Dopo
laMessa, colazione e riordino degli ambienti. Alle
9.30 inizia il lavoro per ciascuna di noi, che prosegue
fino a mezzogiorno ».
Non è pesante alzarvi così
presto al mattino?
«Le giovani sono quelle che fanno più
fatica ad alzarsi alle cinque. Quando arrivano sono
abituate ad altri orari. Anche per gli ospiti c’è
questa difficoltà, che ci ha fatto più
volte interrogare sull’opportunità di
mutare gli orari.Ma poi constatiamo che le vivaci
nelle ore del mattino sono ricche di insostituibili
qualità “spirituali” nella sera».
E poi?
«Alle ore 12.15 c’è la preghiera
dell’Ora Sesta, che dura un quarto d’ora.
Quindi il pranzo e fino alle ore 14.30 ciascuna, se
non ha il turno di rigovernatura dei piatti, si dedica
a quello che preferisce: può ritirarsi nella
propria cella a riposare, può passeggiare in
giardino, può leggere. Sono a disposizione
in una sala comune i quotidiani e riviste di attualità
religiosa e umana in genere. Quindi si torna al lavoro,
fino alle ore 17. Alle 17 il lavoro s’interrompe,
per la lectio divina, fino alle 18, quando si celebra
comunitariamente il vespro. Dopo il vespro di nuovo
un’ora di lectio divina, a pregare».
Fino a quando?
«La preghiera, tra lectio divina e Vespro, dura
dalle 17 alle 19.30. Poi la cena. E dopo di essa ci
ritroviamo tutte comunitariamente».
Per fare cosa?
«Per per lo più ci comunichiamo eventi,
riflessioni, intenzioni di preghiera a partire dalla
vita del giorno. Talvolta suoniamo, cantiamo. Altre
volte guardiamo videocassette o programmi televisivi
registrati per noi da amici i cui contenuti vengono
poi discussi in un confronto tra noi».
Ad esempio, che trasmissione televisiva
avete seguito e dibattuto?
«La registrazione di alcune puntate de ”L’infedele”
di Gad Lerner. Un esempio quella dedicata al crocifisso».
E cosa leggete, tutte assieme?
«Ultimamente abbiamo sollevato domande intorno
al documento del cardinale Ratzinger sulla collaborazione
dell’uomo e della donna nella Chiesa. In qualche
punto la discussione si è fatta accesa».
Ne parliamo?
«Abbiamo trovato, a una prima lettura del documento,
alcune prospettive nuove e dilatanti, soprattutto
nell’interpretazione di testi biblici fondamentali
dal punto di vista della visione dell’uomo e
della donna. Ma poi c’è sembrato che
a questo si sovrapponessero schemi mentali restrittivi
e anzi francamente contraddittori. Per esempio, là
dove si identifica il “maschile” di Gesù
nella figura del servo, come se Maria di Nazaret non
si fosse presentata alla chiamata dell’Angelo
dell’annunziazione come “serva”!
E tutto il filone lucano della diakonia delle donne
che seguivano a Gesù, dove va a finire? Insomma,
ci piace molto cercare di riflettere e di confrontarci
su testi e fatti, come per consolidarci nelle ragioni
comuni del nostro stare insieme nel nome dell’Evangelo».
E i giornali?
«Sono a disposizione per la lettura delle monache,
oltre al quotidiano della Cei «Avvenire»,
anche «Il Cittadino », il «Corriere
della Sera», a volte «La Repubblica»
o «La Stampa», se veniamo a conoscenza,
se sappiamo di contributi interessanti».
Questo mi meraviglia. Le monache che
leggono i giornali...
«Non si stupisca che le monache cosiddette “di
clausura” leggono i quotidiani. Ci insegnava
il cardinale Martini a leggere la Parola di Dio avendo
in unamano la Sacra Scrittura e nell’altra il
giornale. Siamo sì, chiuse in monastero, ma
ci riteniamo profondamente inserite nell’avventura
umana: per la comune umanità, ma soprattutto
per fede... nel mondo. E quando preghiamo non ci estraniamo
da questa terra, ma intendiamo pregare stando dentro
la storia. Certo, nel modo ispirato dalla fede in
Gesù, parola fatta carne, e quindi secondo
criteri alternativi al “presenzialismo”
di facciata. Crediamo molto all’essere accanto
in preghiera, nell’invocazione che sfida le
potenze dominatrici del mondo».
Pregare stando dentro la storia?
«Ci fanno scuola i profeti dell’Antico
Testamento che hanno vissuto così la loro fede
in costante vulnerabilità rispetto alla storia,
e soprattutto Gesù lo ha insegnato ai suoi
discepoli a vivere la relazione col Padre stando alle
radici dell’avventura umana. Il mistero dell’Incarnazione
comprende anche questo aspetto della fede che interroga
e si lascia interrogare dalla storia. Aquesto punto
per noi è importante leggere il giornale come
fare la lectio divina».
Quando andate a dormire?
«Solitamente alle 21.30 ci ritiriamo in cella.
Inizia il grande silenzio della notte, tempo di grazia,
che si dischiude all’ascolto umile e totale».
«All’interno della cella
ciascuna di noi è libera di scegliere, compatibilmente
con i suoi impegni e le sue forze: leggere, pregare,
dormire. Purché non crei disturbo alle altre
consorelle ».
Ognuna di voi possiede una cella singola?
«Sì. Ilmonastero all’inizio degli
anni Sessanta venne edificato con settanta celle,
molto piccole. Eravamo tutte giovani e senza handicap.
Oggi queste strutture vengono fatte con criteri nuovi,
ad esempio nei monasteri di realizzazione recente
le celle vengono costruite più ampie e dotate
ognuna di servizi igienici. Noi stesse siamo state
costrette, nel corso degli anni, a realizzare lavori
di ristrutturazione interna, ad esempio per rendere
più funzionale l’infermeria».
Se il monastero è stato inaugurato
nel 1964 significa che l’immobile ha ormai quarant’anni
di vita.
«È vero. Il monastero fu costruito in
economia, con i medesimi criteri costruttivi con i
quali negli anni Sessanta si costruivano le case popolari.
L’intera struttura avrebbe bisogno
di un ingente lavoro di restauro interno. La Regione
Lombardia talvolta – tenendo conto che la nostra
comunità tiene vivo un luogo di spiritualità
e cultura di interesse comune - ci fornisce un aiuto
a queste necessarie manutenzioni straordinarie; noi
infatti non riusciamo a produrre utili tali da poter
mettere mano ai mattoni. Da quando la comunità
ha un prevalente numero di anziane, con il nostro
lavoro riusciamo appena a mantenerci»
In questi anni l’abbazia è
stata investita da ingenti restauri.
«Su questo argomento è necessario distinguere
gli interventi realizzati a favore della chiesa abbaziale
e quelli fatti sulla struttura nella quale viviamo
noimonache. La chiesa è antica e preziosa per
tutta la collettività, appartiene sempre al
demanio, che non dà peraltro alcun apporto
alla manutenzione. Numerosi sono stati gli stanziamenti
di Fondazioni bancarie ed enti pubblici finalizzati
al restauro del prestigioso ciclo di affreschi del
‘300 e della struttura architettonica, che ha
avuto ingenti problemi statici. Negli anni 1997-200
abbiamo messo mano anche a interventi di restauro
e ampliamento dell’antica “Casa del priore”
(anch’essa vincolata come bene architettonico),
che dopo avere accolto in un primo tempo la Comunità,
è poi stata adibita a foresteria del monastero».
Quindi gestite una foresteria?
«L’ospitalità è sempre stata
una delle fondamentali attività di un monastero
benedettino».
Nell’impegno di valorizzazione
dell’abbazia siete anche aiutate da un’associazione
di privati, o sbaglio?
«Siamo riconoscenti all’Associazione Amici
dell’Abbazia, costituitasi nel 1992, impegnata
per propiziare la conservazione e il risanamento del
complessomonumentale benedettino e nellalottacontro“
ogni trasformazionedell’Abbazia e del territorio
in contrasto con le vicende storiche, sociali e promozionali
che hanno caratterizzato l’insediamentomonastico
lungo i secoli”».
Cosa fa l’associazione?
«Promuove attività culturali di vario
genere, dalle mostre ai concorsi letterari, ai concertimusicali
e si occupa di predisporre strumenti didattici. Nel
1988-90 il gruppo ha promosso la monografia “L’Abbazia
di Viboldone” e il restauro degli affreschi
realizzati grazia al supporto della Banca Agricola.
Nel 1993 la pubblicazione dei volumi “Vicus
Boldonis, terra di marcite”e “Signora
di silenzi e di marcite”, con acquerelli ed
epigrafi poetiche. Nel 1995 ha dato il “la”
al restauro dell’affresco dellaMadonna nella
cappella di Mezzano e dal 1994 organizza cicli di
concerti in tempo di Pasqua. Nel 1998 ha lavorato
per l’organizzazione delle celebrazioni del
650° anniversario di fondazione dell’abbazia.
Da tempo sta lottando a favore del recupero del borgo
assieme al comune e all’Associazione per la
salvaguardia del borgo».
Viboldone è anche diventato
un centro propulsore di ecumenismo.
«Il monastero è per sé luogo d’incontro
tra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero.
Su incoraggiamento del cardinale Martini, abbiamo
organizzato, in collaborazione con la diocesi di Milano,
corsi di introduzione all’ecumenismo, e siamo
al quarto anno. Ci siamo occupate delle chiese ortodosse
orientali in genere, delle chiese della riforma, delle
questioni di fondo dell’ecumenismo e quest’anno
affronteremo i temi del dialogo interreligioso».
Mi colpisce questo aspetto.
«Abbiamo intessuto una fitta rete di rapporti
ecumenici. Abbiamo avuto tra noi, quali relatori in
incontri pubblici, numerose personalità di
altre Chiese cristiane e di quella protestante, tra
esse - la nomino perché è lodigiana
- la stessa pastora Lidia Maggi».
Quali attività “pubbliche”
state conducendo, ad esempio, in questo periodo?
«A partire dal 30 giugno, per tutti i mercoledì
di luglio e di agosto, alle ore 18 in abbazia si tiene
la preghiera comunitaria quotidiana della liturgia
del Vespro, che è particolarmente dedicata
all’invocazione della pace, in preparazione
all’incontro che si terrà aMilano all’inizio
di settembre “Uomini e Religioni”, dedicato
al tema “Il coraggio di un nuovo umanesimo”.
La nostra comunità accoglie dunque, quale intenzione
di particolare intercessione, il dialogo interreligioso
ecumenico».
Questi incontri del mercoledì
sono aperti a tutti?
«Sì. In queste occasioni settimanali
sono ospitate, a rendere testimonianza, anche persone
più direttamente impegnate nella preparazione
delle Giornate di settembre. Tutti sono
invitati a partecipare in semplicità a questa
preghiera, in spirito di fede e in comunione con quanti
amano la pace e ne preparano la venuta per le vie
della conversione a Dio, del dialogo e dell’intercessione.
In prossimità dell’inizio della manifestazione,
sabato sera 4 settembre, a partire dalle ore 20.30,
si terrà in abbazia, in collaborazione con
il decanato, una veglia di preghiera, come segno di
comunione all’evento».
Se volesse descrivere in poche parole
il vostro modo di vita, come lo definirebbe?
«Un monachesimo cristiano, sul solco aperto
da San Benedetto da Norcia, in semplicità.
Ai margini della grande città, vorremmo essere
luogo di pace in cui il Signore Dio povero, ma dotato
di una particolare sensibilità verso la cultura
e il suo Evangelo è al centro, fonte di gioia
e di amicizia offerta a tutti. Consapevoli delle nostre
povertà, a volte anche miserie, crediamo però
che la potenza dell’Evangelo che ci raduna è
più forte e vitale delle nostre infedeltà.
Viviamo del nostro lavoro e accogliamo tutti coloro
che, in questo spirito di adorazione, desiderano condividere
con noimomenti di preghiera e di riflessione sulla
Parola di Dio».
Condividere momenti di preghiera: cosa
significa?
«Pregare insieme facendoci carico di leggere
insieme eventi e situazioni alla luce della fede.
Non ci piace particolarmente ricevere telefonate da
esterni che, come se la preghiera fosse una sorta
di magia, delegano in maniera estrinseca la preghiera.
Come quando si appellano a noi quasi in modo miracolistico:
“preghi perché non trovo un lavoro, perché
devo sostenere un esame scolastico...”. Siamo
invece disponibili a raccoglierci in preghiera, in
condivisione di sofferenze e gioie, di domande e di
speranze, con quanti ci partecipano il loro vivere,
le loro pene e speranze, avendo in comune la fede
nel dio che abita la storia degli esseri umani».
Come è possibile essere benedettine,
oggi?
«San Benedetto, che vive in un tempo di decadenza
di un mondo - quello del la cul tura romana - parla
in un’epoca permolti versi assai simile alla
nostra, dove tutto è “post”: postmoderno,
post-industriale, post-conciliare. San Benedetto è
una figura molto attuale, che possiede il senso profondo
del tempo, della memoria di fede: il senso del passato,
il senso del futuro. Epoi ha un senso umanissimo del
lavoro come dimensione spirituale della persona».
Ma San Benedetto è vissuto quindici
secoli fa.
«Lo sguardo fortemente sintetico, contemplativo,
di Benedetto sul mondo, che dalla torre della sua
meditazione vede il mondo raccolto in un raggio di
sole, può ispirare oggi una presenza monastica
femminile non retorica e non “spettacolistica”,
ma quale umile voce di vita. Sono temi, questi, nei
quali noi ci ritroviamo. Così come condividiamo,
di Benedetto, la passione allo studio delle Scritture
sacre, che scopriamo ogni giorno di più fonte
di ispirazione di scelte e letture dell’umano,
cosa di cui tutti hanno fame e sete, spesso senza
trovare a che attingere. È anche per questo
motivo che il sabato offriamo di leggere insieme i
testi della liturgia domenicale, e lungo l’anno
e la domenica organizziamo alcune giornate bibliche».
Voi monache in un recente passato non
avete esitato a schierarvi contro lo stravolgimento
del borgo storico di Viboldone.
«Concordiamo con quanti sostengono che non è
giusto speculare con intenti economici o manipolativi
su questi luoghi di memoria spirituale. E riteniamo
che la sola strada percorribile per rispettare lo
spirito del luogo, la sua storia e la sua tradizione
è quella ristrutturare a uso abitativo solo
gli spazi già ora edificati, senza che sia
abbandonata qualsiasi attività agricola, e
rispettando il clima di silenzio che connota questo
insediamento monastico».
Presso il monastero vogliono edificare
un quartiere residenziale.
«Viboldone non può e non deve trasformarsi
in un insediamento residenziale, pena il rischio della
scomparsa stessa del monastero. Un parere che, in
occasione di un convegno, è stato espresso
a chiare lettere anche dal monastero con un documento
dai toni molto chiari. La trasformazione del borgo
agricolo in elegante zona residenziale soffocherebbe
la comunità monastica, impedendole di vivere
adeguatamente i suoi ritmi e comuni valori vitali.
L’abbazia non potrebbe continuare ad esistere
come “luogo di accoglienza spirituale alle porte
della città”».
Brave. Bel colpo.
«Riteniamo che unmonastero ai bordi della città
ha senso solo se tale rimane, solo se l’aria
che vi si respira e i passi che ad esso conducono
sono in armonia con lo spirito monastico, che è
un archetipo dell’animo umano. Tutti abbiamo
bisogno che Viboldone rimangaViboldone, in luogo vivo
di spiritualità condivisa».
Quale futuro, quindi?
«La sola strada da percorrere per un adeguato
recupero del borgo sarebbe quella di prevedere il
restauro degli edifici rurali esistenti e l’utilizzo
a funzioni pubbliche della Corte Grande. Funzioni
che potrebbero concretizzarsi in un centro di colture
biologiche o erboristiche, in un museo e archivio
storico degli Umiliati, in una biblioteca specializzata
sulle prerogative del borgo, in un centro convegni
di storia e spiritualità monastiche. Tale impresa
potrà riuscire degnamente se la società
civile, a livello regionale, provinciale, comunale
e di opinione pubblica e cittadina si lascerà
veramente coinvolgere e collaborerà nell’intento
comune di conservare e rivitalizzare il borgo, in
fedeltà alle sue radici».
Mi piace il suo piglio battagliero.
«Il borgo di Viboldone ci sta a cuore. È
un piccolo eppure prezioso luogo di spiritualità».
Dal giorno del vostro arrivo a Viboldone
sono passati più di sessant’anni. Il
mondo è cambiato radicalmente da allora. E
voi...
«È vero. È cambiato il modo di
vivere, di pensare, di lavorare.Ma il monastero vorrebbe
continuare ad essere luogo di amicizia, dipreghiera,
dipace come in principio e in armonia con i tempi.
Questo dipende certo, anzitutto dal Signore dei tempi
e degli avvenimenti. Poi anche dalla fedeltà
ai suoi doni, dall’arrivo di altre dopo di noi
a cui trasmettere il testimonio di questa passione
che animò le nostre origini e ci anima. E poi
dipende dalla cooperazione di tutti. Noi speriamo,
e dedichiamo noi stesse, a che questo possa accadere.
Ma la Madre del Signore, proprio nel mistero che ci
prepariamo a celebrare il prossimo 15 agosto, ci rivela
che il modo per preparare il futuro è quello
di affidarsi all’unico Signore, corpo e anima,
in un silenzio pieno di vita allora».
Umili, silenziose e nutrite da una
forte motivazione di fede - scriveva
«Il Cittadino» qualche anno fa - trentacinque
consorelle continuano a vivere di lavoro e preghiera,
secondo i principi cardine del loro ordine. Una presenza
che a Viboldone nel tempo ha lasciato tracce profonde.
Oggi possiamo aggiungere che il lume che brilla a
Viboldone è una luce che illumina tutto il
Sudmilano. E di questo dobbiamo rendere grazie a Dio,
che attraverso questo gruppo di donne chiuse in un
un monastero senza grate, inserite nelmondo e nella
storia, da sessant’anni, opera quei miracoli
che solo lui sa fare.