VICUS BOLDONIS
TERRA DI MARCITE 1993, Associazione Amici dell'Abbazia; pp.
102
35 poesie di Luisito Bianchi come guida spirituale
all'Abbazia,
47 grandi illustrazioni in bianco e nero
Poemetto
in onore dell'Abbazia di Viboldone,
quasi una guida.
E' dedicato, in ogni sua stazione, a dei morti
che ebbero un particolare rapporto d'amore con
le rosse pietre dell'Abbazia. ("Ma i morti
non hanno più bisogno di guide. Adesso
sanno tutto da soli. Potrebbero essi stessi
fare da guide, e non solo per una visita all'Abbazia…",
commenta con straordinaria saggezza il poeta…).
Nella dimensione poi della Gratuità
(così, "anche le cose inutili potrebbero
acquistare sapore" e "fare memoria
dei morti sarebbe uscire dall'inutilità
del ricordo per entrare nella loro Gratuità
ormai fissata per sempre…"), i singoli
testi poetici di uno "sfiatato vate qual
son io / che s'arrocchisce a legger gli aforismi
/ del Proprietario, se li firma: Dio".
E i tempi si aggiungono ai tempi, "fra
spegnimenti e rinnovi di fuoco / in cima al campanile
fin che morte / sulle marcite l'ali stenderà",
per "ricordare vittorie non scritte", quelle
eterne dello spirito, forse legate anche alla "vuota
bisaccia / d'un uomo in cerca di perle preziose".
(dalla recensione di Angelo Rescagli
su la Vita Cattolica del 28 luglio 1995)
IL PROPRIETARIO DI VIBOLDONE
L'abbazia di Viboldone non avrebbe un tanto nome se
non ci fossero quattro case e altre cosucce da niente
a darglielo. L'abbazia ha ricevuto tutto, anche il
nome. Che abbazia sarebbe se non fosse il segno di
una Gratuità che manifesta la sua potenza nella
povertà? A volere tentare un'avventura di spirito
nell'abbazia bisogna tenere presente questa povertà:
di legno, di terre macinate e stemperate in acqua,
perfino di stucco quando non si camuffa a marmo; e
anche sentirsi poveri, ossia bisognosi di Gratuità.
I melismi e i quilismi sono vocabolario del canto
gregoriano. Non è che a sera ci siano sempre
le stelle a Viboldone. Viboldone si trova nella Valle
Padana, e le valli raccolgono un po' di tutto: acqua
pulita e sporca, nebbie e foschie, aria stagnante
e venti, e tanti uomini, più che le montagne.
E nemmeno è che a sera le monache cantino sempre
in gregoriano, come facevano prima della riforma.
Se non si cambia qualcosa, che riforma sarebbe? Ma
nessuna nebbia e nessuna riforma possono impedire
al cuore di vedere le stelle a Viboldone affollarsi,
a sera, su tetragrammi invece che su pentagrammi.
Gli aforismi, poi, sono sentenze oscure se a firmarli
è Dio; ma anche non oscure, se Lui vuole, perché
Lui è il padrone.
Il sonetto è dedicato alla gente
di Viboldone, morta in tanti secoli, perché
con la sua vita e la sua morte ha reso anche questo
pezzetto di terra proprietà di Dio.
Vicus
Boldonis, terra di marcite,
son quattro case, la rossa abbazia,
una cascina, l'antica osteria,
dieci galletti da gole impazzite,
cento muggiti dai cani orchestrati,
mille arpicordi d'argento sui coppi,
braccia infinite di tigli e di pioppi,
rade clessidre di ragli ostinati.
Una manciata aggiungi di melismi
quando la sera spegne ogni frullio,
groppi di stelle disposte a quilismi
e lo sfiatato vate qual son io
che s'arrochisce a legger gli aforismi
del Proprietario, se li firma: Dio.
BATTESIMO DI GESÙ
Di fronte all'epifania di Gesù ai Magi e a
cesti probabilmente vuoti, sta quella nel fiume Giordano
dove Cristo porta sulle spalle il peccato del mondo.
Là la rivelazione è solo ai pagani;
qui a tutta l'umanità, pagani ed ebrei. Là
i pagani portano doni, qui pagani ed ebrei portano
in dono un tesoro che Dio non ha mai posseduto: il
peccato di tutto il mondo, ossia la possibilità
offerta a Dio di svelare tutto il suo tesoro d'Amore.
A ben guardare, non sembra forse che Cristo abbia
fretta di scendere dalla quarta vela per la nuova
epifania non affrescata dell'acqua mutata in vino
d'allegrezza, come a Cana? Percbé non ci sono
pennelli che lasciano libere le frette divine?
A M. Angiolina Mazzoli (19071975),
mani e piedi veloci a lavori che dicevano la festinatio
della carità.
Vesti
nuziali presentano gli angeli
al mio Signore da incogniti cieli
or ora in frettoloso volo scesi
ad asciugare brividi di carne
racchiusi in gocce di fiumi esultanti.
Ma il mio Signore al cenno della mano
le vesti bianche rifiuta e con passo
deciso prende slancio se mai possa
dal rigido pennello sbaccellarsi
e nel vuoto calarsi dei miei occhi.
A povero banchetto senza vino
anela per riempire screpolate
idrie panciute ed indire sabbatici
millenni; l'ora affretta di tovaglie
di custodite fragranze e congeda
con contenuto gesto croci astili
e braccio che alla fretta sembra opporsi.
Ma dall'affresco di rossi interrati
nel vuoto dei miei occhi tu non scendi
trattenuto da voci ch'io non odo,
e m'appaga vedere la tua fretta
da misteriose obbedienze frenata
su verticale volo di colomba.
Tuo dono è fretta d'incontri mai sazia
io proclamo per dirti anch'io ignote
obbedienze a voleri che discendono
dal quarto spicchio della buia volta
e nelle arcate fuggenti risuonano
come canti di galli mattutini.
FIRME FANCIULLE IN SCRITTURA
DI PIETRA
Ci sono nell'abbazia, nei luoghi più disparati,
alcune operette, una faccia un musetto un simbolo
in cotto all'incrocio di costoloni, che la guida ama
pensare siano opera di garzoni che gli artisti di
botteghe portavano con sé per stemperare colori
o sbozzare un pezzo di marmo. Una specie di libera
uscita sorvegliata nei campi dell'arte in cui questi
garzoncelli sarebbero diventati, a loro volta, maestri.
E dovevano pur sempre farsi la mano. Probabilmente
lavorucci non contemplati nei capitolati, donati in
sovrapprezzo, magari per semi-eternare nell'abbazia,
accanto ai priori, qualche garzone di stalla o di
cucina del monastero (solidarismo di classe). Fra
garzoni corre sempre buon sangue, se i grandi, priori
o artisti, lasciano benignamente fare. E penso anche
che il sommo Priore e Artista, al di fuori di ogni
capitolato, qualche operetta, una cosa da niente,
dai suoi garzoni se l'attenda. Non risulterà
in marmo, ma anche uno sgorbietto tracciato nel pulviscolo
d'un raggio di sole può essere fissato per
sempre negli occhi che forano lo spazio fra un niente
e l'altro.
A M. Geltrude Bestetti (1907-1971),
che considerò i particolari della vita monastica
espressione dell'armonia del tutto.
Come
zampette di passero in cerca
d'un chicco sulla neve, la tua firma
hai posto nella distesa di pietre
della rossa abbazia, o garzoncello
di luminose botteghe, e memorie
ravvivi di sorrisi e di trastulli
fissati in volti imberbi a sostenere
il peso già su croci rovesciato.
E poi scavato fiore è la tua firma
per rallegrare arcigni capitelli,
e pur tuo segno folletti sul vuoto
d'archi sporgenti in occhiate furtive.
Potessi, o mio Signore, anch'io pressare
da te guidata la mano per firme
gioiose sulla pietra che infruttuoso
il garzonato dirà di mia vita,
e polvere di macina rinato
filtrare in vene ferrose d'argilla
che il fuoco in pietra converta vorace
per fondamenta di nuove abbazie.
VOLTE
Da più di sette secoli le volte dell'abbazia
resistono. Le volte dei palazzetti dello sport, invece,
crollano sotto qualche decina dí centimetri
di neve. L'uomo è l'abbazia più antica;
resiste, dicono, da decine di migliaia d'anni. E non
c'è neve che lo faccia crollare. Sarà
poi vero? Basta resistere per non crollare? Sembrerebbe
di sì se si pensa che anche le sconfitte sono
pur sempre sconfitte di resistenti.
Consoliamoci, dice la guida. Il prete che percorre
ogni giorno il tragitto sotto le volte, avanti e indietro,
dalla sacrestia all'altare e dall'altare alla sacrestia,
assicura che è una consolazione non di rassegnati
ma di Resistenti.
A M. Aloisia Tunetti (19141970), unitamente
a suo fratello Leonardo Saverio (19131944),
ucciso vicino a Roma, alla Storta, il 4 giugno, perché
Resistente.
Stellati
cieli e campagne ingemmate
smorzate i passi sulla nuda pietra
aperte come mani di fanciullo
a protezione, volte veleggianti,
e d'innervate croci il giogo date
leggero sulle mie spalle, ricurve
a vostra somiglianza, mentre inerme
m'affretto a sostenere immane lotta
con l'angelo del buio in mezzo al fiume.
Materne m'accogliete di ritorno
percosso al fianco dall'alba di grazia
e sull'ignoto giorno dal rosone
accelerate luce opalescente
quanta il mio cuore ne possa racchiudere
per compitare inizi d'alfabeti in lingua inusitata.
E come voi
per non morire canto Resistenza
VOLTA DELL'ARCO TRIONFALE
Inizia il grande ciclo della vita di Cristo. La volta
e le pareti sembrano roteare in senso contrario al
tempo che si misura coi nostri orologi. Guardando
dal basso, infatti, l'adorazione del Bambino è
a sinistra dell'annunciazione; ma ponendosi in alto
e guardando in giù, è a destra. Il nostro
orologio, allora, solo apparentemente non coincide
con quello di Dio: è solo questione d'angolo
di visuale. L'umanità di Dio fa lo stesso cammino
della nostra. Guardate all'Annunciazione. Dio è
pronto in un angolo per la grande avventura. Sembra
impaziente, solo frenato dal rispetto per un Sì
di parola umana attesa da sempre dal Verbo divino.
Appena pronunciato il Sì da quella Voce, di
nome Maria, a millenarie corse di sangue nelle vene
dell'umanità, Dio dilaga, né lo frena
timore d'incappare in terrosa fascia che grava, tagliando
trasversalmente l'affresco come componente indifferente
e necessaria, sui leggerissimi archi del chiostro.
A M.Francesca Lustrissimi (1905-1972),
facendo memoria anche della sua carrozzina ‘inferma,
preziosa al Monastero, in ogni incontro nei chiostri,
come una annuncio
Annunciazione
Gratuità splendente d’annunciati
eventi s'apre su chiostri ovattati
e dimezzato tondo di pupilla
iridata raffrena l'impazienza divina.
Tutto è grazia e grazia è circolo
perfetto.
Pure l'appiattita fascia
della mia vita che opaca si stende
fra lieti annunzi e frette di possessi
s'ammorbidisce all'angelico soffio
e cinge quale rifatto monile
gaudiosi scorci d'insolita forma.