QUANDO SI PENSA CON I PIEDI E UN CANE TI TAGLIA LA STRADA Un prete in Reebok e un cane trovatello di nome Doreàn
Ed. L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2010, 173 p.
Un prete in tuta e Reebok e un cane trovatello.
Un incontro fortuito e i ricordi di tutta una vita: dall'innocenza dell'infanzia alla maturità della Resistenza, la vocazione, le lotte da prete operaio, l'amore per la gratuità del ministero, il tradimento da parte della Chiesa.
A partire dal dono di un paio di scarpe, Luisito - "ribelle per amore", dissidente e contestatore di una Chiesa che nega se stessa per l'ansiosa bramosia d'affermarsi e conservarsi - ci accompagna lungo pagine che scorrono via con la familiarità di un pensiero condiviso.
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Stavo, dunque, ritornando dalla località detta Occhiò, e avevo già infilato il viale recentemente alberato che dalla via Emilia porta dritto a Viboldone, quando vidi a metà strada, seguito da un cane nero, un signore dall’andatura di chi non sa che fare fino all'ora di pranzo. Mantenni il mio ritmo. Alla svolta per il borgo 1'avevo quasi raggiunto. Il cane lo seguiva, con il muso a pochi centimetri da terra fiutando qua e la, convulsamente, quasi cercasse un'orma perduta. L’uomo passò davanti alla piazzetta antistante il cancello dell'abbazia, e il cane dietro. Subito dopo, io piegai ad angolo retto, il cane si bloccò, tornò indietro e mi seguì. Non gli feci caso; non mossi una mano per un cenno.
Di cani non ne ho mai avuti — hanno tutti un padrone —; cammino sempre con un bastone in mano perché, nel mio andare fra i campi, suscito latrati furiosi e un bastone in mano mi da sicurezza, contro cani e altro. Ad abbaiarmi contro è perfino quel cagnetto che non ha padrone giacché è lui stesso padrone delle monache, e che risponde al nome di Bene, forse abbreviazione di Benedetto dato che le monache sono benedettine; allora gli dico: «Ohi, Bene, non fare lo stupido» e lui tace e mi manda una scampanellata di coda.
Una volta gli volevo fare festa mentre scendevo in garage, e lo chiamai. Lui si portò a filo della ringhiera sullo scivolo, alzò la zampetta posteriore e fece quello che normalmente fa un cane in tale posizione. Un passo ancora e me la prendevo in testa. Forse non ci fu dolo, forse fu solo emozione per quella mia inusuale tenerezza, ma se fosse stato il cane d'un prete avrei detto: «Scherzo da prete!» (per sottolineare una diversità fisiologica fra Bene, marrone rossiccio, e 1'altro nero, basti dire che quest'ultimo alzava, nei giorni che stette al monastero, chissà per quale ragione, la zampetta anteriore. «Va' là» gli dicevo «che non hai ancora imparato a fare il cane»).
Non gli feci, dunque, caso, pensando che con la mia indifferenza 1'avrei subito spinto dal suo padrone, il quale aveva ormai invertito il cammino passando ancora davanti alla piazzetta. Mi fermai prima di varcare il cancelletto, per dare modo al cucciolone di accorgersi che il suo padrone se ne stava andando e che lui, se non lo voleva perdere, doveva affrettarsi; e mi
meravigliai che il signore non lo chiamasse, che continuasse a testa bassa la sua strada; e il cane lì, ad annusarmi, a girarmi attorno, a saltarmi addosso appena varcato il cancelletto, a farmi una serie di evoluzioni intorno, in silenzio. Non m'intendo proprio nulla di cani e del loro linguaggio, ma ebbi 1'impressione che mi volesse dire: «Guarda che al mondo non ci sei appena tu, ci sono anch'io».
A ogni giro attorno alla mia persona tentava un salto verso il mio volto; e quanto più gli dicevo: «Smettila, sta' giù», raddoppiava i suoi disperati tentativi di farmi notare la sua presenza. Arrivai, con queste evoluzioni, al portone del monastero. Suonai, e alla monaca che apriva sorridente, non so se a me o al cane, dissi: «C'e un affamato».
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La mia indole non è del combattente d'assalto, sono piuttosto un resistente di trincea, anche fra pidocchi e solitudine se è il caso. E’ una posizione non appetibile e, quindi, trascurata da chi è portato a meritare almeno i gradi di sergente. Se c'e ispezione mi metto sull'attenti e saluto la bandiera; passata la rivista, mi rimetto comodo, riconoscente al destino per non avere attirato 1'attenzione in vista di qualche missione particolare. Voglio dire, che la dose di vigliaccheria che ciascuno porta con sé, in me, per risultarmi accettabile, ha assunto la figura della remissività alle cose, agli avvenimenti, alle risultanze delle forze divergenti e convergenti che trovano nella mia vita la loro unione; di conseguenza, ho l'impressione di non avere né oppositori né sostenitori, giacché non mi trovo alla testa di nessun drappello.
A chi voleva che io diventassi suo padre spirituale, risposi che uno solo era il Padre e che a me bastava essere zio in linea carnale e fratello in quella spirituale, a chi mi diceva un maestro perché gli offrivo quanto avevo - indubbiamente ho qualcosa, se non altro quanto ho ricevuto - ,risposi che era una faccenda di fraternità, si servisse pure se voleva, gli oggetti erano sul tappetino del vucumprà, gratis, nella piazza o sul marciapiede; in breve, se pubblicavano il Monologo partigiano correvo il rischio d'avere noie, non intendo disciplinari ma di notorietà, ed era possibile che immaginassi irresistibili le mie argomentazioni, e vedessi storici e canonisti di corte correre ai ripari, entrare in polemica, accusarmi di leggerezza. Ah! Che fervida immaginazione in un Don Quijote che si cala nell'abisso insondabile di Montesino può suscitare il dolore per 1'incantesimo della sua Dulcinea!
Un fastidio precisare, ribattere, insopportabile essere bersaglio di qualche frase a effetto per scalzare, nella persona, le idee che essa ha avuto l’ardire di rendere pubbliche, pur sapendo che dava adito a critiche contro la Chiesa, tutte reazioni in onore presso certi polemisti che confondono se stessi e le loro idee, anche striminzite, con quelle dello Spirito Santo, suoi accreditati consiglieri. D'altra parte io avevo fatto quello che dovevo, non m'ero tirato indietro, non potevo avere scrupoli di coscienza; la gratuità aveva ben altre possibili strade per affermarsi, che non la pubblicazione delle mie pagine.
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La Chiesa ha sempre definito le rendite ecclesiastiche, i cosiddetti benefici, patrimonium pauperum; anche nel mio seminario, la formazione che ci davano era nettamente in tale direzione. Penso che la ricevettero senza compromessi anche i vescovi che fecero il loro seminario ai miei tempi, o prima, o immediatamente dopo, nessuno dunque escluso.
L'imperfetto "diceva" del cardinal Federico, diventava un "come tutti dicono", del tempo in cui il Manzoni tracciava 1'impareggiabile profilo della vita del Cardinale il quale, non essendo un povero, reputava non gli «fosse lecito vivere di quel patrimonio». Tra parentesi, c'erano cardinali cultori del Manzoni, vescovi manzoniani non certo per tirare due paghe per il lesso fra chi firmò il decreto; gente che poteva, immagino, citare a memoria pagine intere del libro che solo un prete di grande cultura e vastità di orizzonti, a mia conoscenza, forse perché più romano dei veri romani, ebbe la balzana idea di non amare. Come mai, mi chiedo, dimenticarono questo passo pure fondamentale per capire il senso della biografia del Borromeo e forse anche della contrapposizione fra don Abbondio e fra Cristoforo? A nessuno storico della Chiesa, i veri, non dico i clericali, vennero in mente i documenti ufficiali di sinodi e concili? Ci dicevano in
seminario: «Ricordatevi che quei beni non vi appartengono, voi sarete solo degli amministratori, quel patrimonio è dei poveri». Ci mettevano in guardia, e con riferimenti a casi anonimi ma bene individuabili in diocesi, contro i pericoli della piaga del nepotismo che non era ancora guarita.
Ma adesso dove sono andati a finire i poveri che erano i proprietari di questi beni? Tutti assorbiti, poveri e nipoti, nell'Istituto per il sostentamento del clero; il clero che sostituisce, con un colpo di mano, i poveri.
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Corriere di Novara
Ercole Pelizzone
A don Luisito Bianchi piace paragonarsi a don Chisciotte, il folle hidalgo della Mancia, nella sua decennale crociata a sostegno della gratuità, tanto più dopo il decreto del 25 gennaio 1987 che sanciva la metamorfosi del "patrimonio dei poveri" in "patrimonio del clero", ovvero legare una retribuzione mensile al ministero del prete, equiparato ad un funzionario con tanto di busta paga. Su questo tema, che ha analizzato da un punto di vista storico e teologico nel "Monologo partigiano sulla Gratuità" (2004) e che da lievito e fermento ad ogni suo scritto, torna con pagine di veemente forza letteraria nel recentissimo: "Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada" (L'ancora del Mediterraneo, 173 pagine, 14 euro). Prete dal 1950, "al punto tale che non conosco in me altra umanità che non sia il prete", autore di un romanzo straordinario sulla Resistenza come "La messa dell'uomo disarmato", memore dei grandi prosatori del "Frontespizio" letti in seminario e dei preti di Bernanos e di preti in carne e ossa come don Primo Mazzolari, don Luisito presenta un diario dell'“alternanza”, scritto nel 1996, in parte a Viboldone, dove e cappellano dell'abbazia, in parte nella casa natale di Vescovato (Cremona). La "grande" e "veridica" storia nasce dall'incontro, durante la passeggiata quotidiana, con un cucciolo di cane affamato: dopo averlo nutrito, viene preso da una suora di una casa di prima accoglienza per i suoi ragazzi. E viene dato un nome al cane: Doreàn, "l'avverbio che corrisponde al nostro gratis e si trova in Matteo 10,8: «Avete ricevuto gratuitamente, gratuitamente date»", il primo cane evangelizzante la gratuità. Vivendo come un'enorme ingiustizia imposta al prete l'obbligatorietà ad essere stipendiati, umiliato e offeso dall'indifferenza della pubblica opinione e dall'ovvietà della situazione per chi ha scelto di essere prete, convinto che solo la gratuità dell'annuncio lo rende credibile, per onesta di coscienza, don Luisito in queste pagine alterna la dolcezza dei ricordi legati alla sua infanzia e alle care immagini familiari alla cronaca della sua vita segnata anche da passate esperienze di lavoro, in ospedale e in fabbrica (gli amici di don Luisito!). Sono pagine infiammate di passione e di dottrina, suscettibili di "infinite variazioni", che accompagnano e provocano il lettore nel raccontare, anche con gioia, una vita di fedeltà e di abbandono al soffio di un cristianesimo radicalmente povero, dense di folgoranti ritratti in punta di penna (i vescovi di don Luisito!), pagine che non sarebbero dispiaciute a don Artibano, prete novarese che ebbe contatti con don Luisito, autore di una lettera aperta al card. Pellegrino sulla povertà nella Chiesa e sulla gratuità del ministero. Pagine che scorrono alla lettura aprendosi in confessione spontanea, "mi comporto come se fossi l'unico che abbia visto nella giusta direzione", confortata dalla quotidiana meditazione e consolazione della Parola a resistere, anche ai limiti delle forze, per la "mia Chiesa, il punto costante di riferimento nelle mie scelte allo scopo che non fossero non mie ma testimonianza di Chiesa", affidando all'immagine femminile di Maria, gratia plena, il segno elettivo di gratuità. Varcato il traguardo dei settant'anni fissato dal Salmista, don Luisito, fra le rosse pietre dell'abbazia, "solo di fronte alla mia coscienza", non rinnega la "gioiosa scelta" del "piuttosto morire" paolino. E mi sembrano degne della sua vocazione di "ribelle per amore" queste parole di Hermann Hesse: "E tuttavia continuerò a obbedire al comando che mi viene da dentro e ritenterò sempre la prova. Perché è questa la molla che fa camminare il mio orologio".