I MIEI AMICI Diari (1968-1970) Il «giornale dell’anima» del grande scrittore,
la voce viva di un uomo che antepone a tutto
la sua umanità.
Non si renderebbe giustizia a questo libro definendolo solo un diario, anche se, di fatto, lo è: tre anni (dal gennaio 1968 all’ottobre 1970) di annotazioni quotidiane.
Qui le parole tumultuose e appassionate di don Luisito Bianchi – ai tempi operaio in una grande fabbrica, mosso dal desiderio di essere onesto e credibile, non solo in nome proprio ma in quanto parte della Chiesa e delle sue contraddizioni – si trasformano da appunti privati in straordinarie meditazioni sull’uomo e sull’esistenza.
Si tratta spesso di un racconto drammatico, pieno di arguzia e affetto verso i compagni, che dividono con lui i turni alla Montecatini. Compagni che diventano amici e che, alla fine della lettura, ci accorgiamo di conoscere dopo aver imparato a fiutare l’odore chimico del reparto, provato la durezza del turno di notte, condiviso gli innumerevoli thermos di caffè, visto gli incidenti e patito le morti. Ci passa la storia d’Italia in queste pagine: gli anni caldi del movimento operaio, quelli speranzosi e difficili post-conciliari, quel ’68 che ha scompigliato come un vento la nostra società. Si potrebbe anche dire che protagoniste di questo libro sono la Chiesa e la Fabbrica. Ma non c’è ideologia qui, c’è solo la viva carne di una persona che a quarant’anni mette da parte tutto tranne la propria coscienza ed espone a una nuda prova la sua vocazione e umanità.
Ecco perché questi diari si intitolano I miei amici: perché solo attorno ai compagni prende senso l’intensa esperienza di don Luisito Bianchi.
I miei amici sono un vero «giornale dell’anima» che, proprio perché non seleziona né gerarchizza, non censura né abbellisce, non ammaestra né moraleggia, conquista con la forza della mera verità.
Dedica come introduzione
Dedico questo Diario ai compagni di fabbrica
i cui nomi intessono d'amicizia ogni pagina,
molti ora scomparsi
(per tutti: Patric, Spalla, Figini, Bergonzi, Marin, Merlo...);
in modo particolare lo dedico al mio fraterno sodale Giovanni Carpené
con cui condivisi per tre anni non solo l'abitazione
ma soprattutto le speranze, le fatiche, le gioie, le difficoltà
e il senso liberante ed evangelico
della scelta di lavorare con le nostre mani;
a Pier Carlo Rizzi
che con appassionata e gratuita amicizia
riportò sul computer le cinque grosse agende
che riempivo in fretta e senza pentimenti di scrittura
fra un turno e l'altro,
e mi sostenne con motivata e intelligente discrezione
nell'affrontare i rischi della pubblicazione
presso il coraggioso editore Sironi
di pagine nate solo da e per l'intimità della propria coscienza.
Aggiungo il nome dell’amico Luigi Pettinati,
per il suo sostegno altrettanto convinto.
Da ultimo, con pari intensità e convinzione, lo dedico "a tutte le donne, morte e vive, che ho incontrato sulla mia strada, in proporzione del segno di Carità che hanno lasciato nella mia anima". Sono le stesse parole con cui dedicai ad esse il libretto Dialogo in Samaria del 1967, che ha a che fare con la mia entrata in fabbrica l'anno successivo. Non vedo perché non possa confermare la dedica al termine della mia vita, quando era già vera nel mezzo del mio cammino. Penso infatti che nella mia storia di uomo e di prete, la Donna ebbe un posto determinante, come d'altra parte è nella vita del mondo: quello di essere l'immagine della Gratuità. E non ho timore d'affermare che scegliendo come prete la gratuità del ministero col lavoro delle mie mani, ho onorato la Donna e ho gustato la pienezza della mia umanità.
Ma per racchiudere il tutto, sia la dedica che la ragione e il senso di pubblicare, a 40 anni di distanza della loro stesura, queste pagine, riporto uno stralcio della lettera di Santa Caterina che avevo sottolineato già nel gennaio del 1945, tempo di sangue gratuitamente sparso e di grandi desideri da esso germogliati di un mondo rinnovato, in cui collocai anche il mio travaglio personale di scelta d'essere prete o no, e del modo eventualmente di esserlo:
"Oimé, nonpiù tacere! Gridate con cento migliaia di lingue.Veggo che, per tacere, il mondo èguasto, la sposa di Cristo èimpallidita, toltogli è il colore, perché gli èsucchiato il sangue di Cristo, che èdato per grazia e non per debito, egli sel furano con lasuperbia, tollendo l'onore che debbeessere di Dio, edannolo a loro; e si ruba per simonia, vendendo i doni e le grazie che ci sono dati per grazia col prezzo del sangue del Figliolo di Dio"
(Caterina da Siena, Lettera 16, pp. 55-56. vol I, Epistolario, a cura di P. Misciatelli, FI 1939)
Certo, fra la lettera della Santa senese e le pagine di questo Diario sono corsi sette secoli; ma non per questo si può dire che il mondo sia meno guasto e che la chiesa si affidi esclusivamente alla potenza sovvertitrice dell'Evangelo, come invocava Caterina. D'altra parte le proporzioni sono rispettate. Questa Donna, vanto dell'umanità tutta, immagine nitidissima e tangibile di Gratuità, vuole un grido tuonante come cento migliaia di voci; questo Diario, invece, ne è solo una, flebile e spesso chioccia, e tuttavia espressione, come ho potuto e saputo, dello stesso amore. Spero di essere giudicato su questo dalla Parole che "scruta reni e cuore", che è la Gratuità fatta carne.
Luisito Bianchi
RECENSIONI E COMMENTO DEI LETTORI
Dalle lettere di Marzio Pieri
Susanna Pesenti, Incontrando Dio alla catena di montaggio, L'Eco di Bergamo
P.Vanzan, La Civiltà Cattolica
Walter Fiocchi, Il clericalismo, madre di tutte le caste, Appunti Alessandrini
Preziosi, Note a margine a I miei Amici
Horeb, Diario di un testimone
Pregare alla catena di montaggio - di P.Lambruschi su Avvenire
Testimone alla catena di montaggio -di U.Scotizzi sul Giornale di Brescia
I miei ricordi fedeli - di F. Amé su Il Giornale
Escono i diari di fabbrica - di D. Olivero su Repubblica
A 81 anni - di F.Barbero
A proposito di "i miei amici" - di Cinzia Sesti
Confesso che ho inciampato - di pier carlo rizzi
Dalle lettere di Marzio Pieri
Da: Rivista di teologia dell’Evangelizzazione, XIII (2009)25
I miei amici. Diari (1968-1970)
E’ incredibile la capacità di coinvolgimento e di provocazione di questo diario, che racconta 1'esperienza in fabbrica di un prete negli anni '68-'70. Luisito Bianchi, attualmente cappellano del monastero benedettino di Viboldone, dopo 40 anni, dà alle stampe quanto appuntò nei ritagli di tempo dei suoi turni di lavoro nella fabbrica della Montecatini . a Spinetta Marengo. «Gli amici», cui fa riferimento il titolo, sono i suoi compagni di reparto, quelli con cui condivise la fatica, i rischi, le lotte, le sconfitte come i tanti momenti di intensa umanità di quegli anni durissimi. Un'esperienza che Luisito volle fare non solo per tentare una legittimazione del suo essere prete, recuperando quella gratuità senza la quale non ha senso parlare del comandamento dell'amore, ma anche per cercare piste di riscatto da una delegittimazione della Chiesa nel mondo operaio, per lui drammaticamente evidente. Il suo sforzo e il suo tormento stanno nella registrazione puntuale, estremamente sofferta, dell’inutilità del suo tentativo, sia per umanizzare la fabbrica che tende
annullare la dignità delle persone, finalizzando tutto alla produzione e al profitto, sia per trovare un raccordo, che significhi interesse, attenzione, complicità soli-dale, tra una Chiesa identificata nel clero e la fabbrica dove tutto ciò che nella Chiesa viene considerato e promosso resta assente, inutile, inesistente. Detto brutalmente: ciò che interessa alla Chiesa non interessa al mondo operaio e ciò che interessa al mondo operaio non interessa alla Chiesa. Il dramma di Luisito sta nel dover registrare, giorno dopo giorno, che l'esile filo della sua persona, sostenuto dalla sua umanità e dalla forza delta fede, non permette o risulta insufficiente a superare questo profondo abisso di incomunicabilità.
La sua straordinaria capacità letteraria, già meravigliosamente espressa in altre opere, ma soprattutto nel capolavoro La messa dell'uomo disarmato, trova qui anche modalità molto intense di lirismo che attingono a quelle sorgenti inesauribili di fede e di vita che sono la Bibbia e la liturgia. Pagine non facili da leggere e da comprendere, ma che svelano l’immensa ricchezza dell'animo di questo prete, per troppo tempo emarginato e inascoltato.
Lea Montuschi
Ricordo di un compagno morto sul lavoro
Buongiorno.
Scrivo da Alessandria. Ho acquistato ieri il nuovo libro di don Luisito Bianchi, di cui già conoscevo il bel romanzo "La messa dell'uomo disarmato" e il suo intenso modo di raccontare la resistenza, ma anche la vita nelle campagne del Nord, in quegli anni difficili.
In questi diari sul suo lavoro di operaio a Spinetta Marengo ritrovo parecchie persone conosciute. Ma soprattutto, alle pagine 670-672, ho trovato, con grande commozione, l'episodio della morte sul lavoro di mio zio. L'avevo ricordato anch'io qualche mese fa, in occasione della tragedia (annunciata?) della Thyssen-Krupp, con un articoletto che vi allego. Scopro adesso che anche l'operaio di turno in quel momento si chiamava Grassano, come mio zio (e come me). E raccolgo qui alcuni particolari ulteriori che non conoscevo, perchè non mi sono mai stati raccontati. Sono passati tanti anni, e io allora ero piccolo, ma ho ancora perfettamente vividi nella memoria quei brutti momenti, che hanno cambiato - purtroppo - la mia vita.
Sono passati quasi quarant'anni, ma queste cose continuano a succedere. A dispetto delle belle e paludate parole di destra, centro e sinistra. Che tristezza... Ma voglio ringraziare di tutto cuore don Luisito, per scrivere con questa forza e per ricordarsi anche dei personaggi - piccoli rispetto alla Storia, ma grandi per quanti erano loro vicini - come mio zio.
Un caro saluto Marco Grassano
RICORDANDO PIERO GRASSANO (1932 - 1970), MORTO SUL LAVORO
Gentile Direttore,
Sono trascorsi 38 anni da quel sabato 31 gennaio 1970 in cui Piero Grassano, mio zio, morì in un tremendo incidente sul lavoro avvenuto presso lo stabilimento Montedison di Spinetta Marengo.
Dopo la scomparsa di mia madre, nel gennaio 1964, lo zio Piero mi aveva praticamente adottato: quando non era in viaggio sulla sua autobotte grigia, mi accompagnava o mi veniva a prendere a scuola, mi portava con sé, alla “baracca” di Mezzana Bigli, a pescare, o a Tortona, in Piazza Malaspina, dal barbiere; spesso andavo con lui al bar, o a casa di qualcuno dei suoi innumerevoli amici. Ogni volta, mi portava a casa un regalo: una giocattolo, una tombola, un cappello da torero. Era allegro, rideva spesso, di un riso sonoro e saltellante che, a distanza di tanti anni, ricordo alla perfezione. Dopo cena, si sedeva sul divano, accanto a me, e mi faceva giocare, ammiccando e facendo buffe smorfie. Curava molto la propria persona: facendosi il bagno fischiettava “in tremolo” o canterellava sempre, e diversi mesi dopo la sua scomparsa era possibile sentire ancora, sui cuscini, il profumo della brillantina che usava. Non ricordo di averlo mai visto arrabbiato o malinconico: gioiva in ogni istante della vita, e aveva il culto dell’amicizia. Non di rado, quando io ero già a letto, tornava a casa assieme ai suoi amici salesi (molti dei quali ormai scomparsi ma che ancora ricordo: Ferruccio Timò, Enzo Ghiglione, Mario Pagella e altri) per assaggiare insieme il salame che aveva “trovato in giro” o la bottiglia di vino “speciale” che gli avevano regalato. Mi voleva molto bene, e avrebbe dato tutto per garantirmi un futuro sereno: era fidanzato (con una signora bionda, di Alessandria, che si chiamava anche lei Piera e ogni tanto veniva a casa nostra, a Grava), ma non voleva sposarsi perché temeva che il fatto di crearsi una famiglia “sua” lo avrebbe allontanato da me. Da piccolo, giocando, lo imitavo, immaginando - sul triciclo - di tornare a casa in camion e di mangiare le pagnotte che tanto gli piacevano o le patatine fritte che mi portava. Mi sentivo, nonostante la mancanza di mia madre, protetto, sicuro, perché c’era lo zio Piero al mio fianco.
Poi ci fu quella tragica mattina: mio zio stava scaricando, nel reparto Titanio della Montedison di Spinetta, come spesso faceva, un carico di acido solforico prelevato dallo stabilimento di Rho. All’improvviso, fu investito da un getto di acido, che lo ustionò sull’ottanta per cento del corpo. Morì in ospedale, dopo essere stato lucido per quasi tutto il tempo e con i dolori che si possono immaginare, trenta ore dopo.
Non si è saputo nulla sulle cause dell'incidente; non si è neppure tenuto, o tentato, un processo, che io sappia. Una cosa è certa: se ci fossero state le necessarie misure antinfortunistiche, mio zio non avrebbe fatto quella terribile fine. “Altri tempi”, si dirà. A giudicare da quel che purtroppo continua ad accadere ogni giorno sembrerebbe di no, e in ogni caso la vita di un uomo è sempre la vita di un uomo. Anche all’epoca, doveva pur esserci qualcuno con l'incarico di occuparsi della sicurezza sul lavoro nello stabilimento di Spinetta. Non so neppure se vi siano stati rimorsi di coscienza per quanto è successo; non è possibile stabilire ora, a scienza certa, se ve ne fosse la ragione, e d’altronde non sta a me, misero mortale, giudicare.
Ma la morte dello zio Piero ha inferto alla mia vita un colpo tale da condizionarmi negativamente ancora oggi: a otto anni sono rimasto senza la persona che più - e più disinteressatamente - mi voleva bene!
No, non voglio e non posso giudicare. Desidero solo concludere con una frase di Manzoni che spesso, a vari propositi, mi torna in mente: “Chi fa il male è responsabile non soltanto del male che ha fatto, ma dei turbamenti nei quali induce l’animo degli offesi”.
La messa dell’uomo disarmato, il bellissimo romanzo di Luisito Bianchi, non avrebbe potuto esistere se non ci fosse stato un periodo di esperienza, non tanto a contatto con il mondo, ma essendo parte integrante di esso. L’umile sacerdote cremonese realizza questa sua discesa nei problemi concreti di ogni giorno diventando operaio, per sostentarsi, ma, soprattutto, per comprendere. Questo suo apparente ritorno alla laicità è il mezzo per rispondere ai dubbi della fede, ma è anche la concretizzazione di quel grande valore cristiano che è la gratuità. Giorno per giorno Luisito Bianchi ha annotato sul diario le impressioni della sua esperienza di prete operaio e talvolta queste si ripetono, anche con sfumature diverse, perché l’avvicinamento all’assoluto di un’anima avviene necessariamente per gradi. Il rapporto fra fede e chiesa, fra uomo di fede e uomo parte della comunità degli altri uomini, anzi di una categoria sempre disagiata quale quella operaia, sono i temi che vengono alla luce e donano corposità e valenza all’opera, perché sono del tutto veritieri e reali. I problemi di ogni giorno, materiali per gli operai, soprattutto spirituali per Luisito, scorrono in queste pagine come rivoli, torrentelli che poi vengono a confluire nel grande lago della rivelazione di un servo di Cristo che del suo verbo ha fatto l’unico modo di vita, povero fra i poveri, oppresso fra gli oppressi, paria fra i paria. Ne emerge un quadro personale di grande spiritualità, ma anche una visione del mondo operaio di quegli anni, non sfiorato dal ’68, come mai era stata realizzata. Senza indulgere ad atteggiamenti politici Don Luisito porta la sua parola fra i lavoratori, una parola fatta di esempio, di amicizia, di condivisione, e a sua volta riporta a noi le parole spesso mute di un’umanità sofferente, ma dignitosa, uno scambio di lealtà che sancisce quell’eguaglianza di uomini che solo l’egoismo di pochi ha soffocato. Da leggere senz’altro e da far leggere, perché è un’opera unica di grande valore storico e spirituale.
uomo in fabbrica, macinato dal sistema
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cose (anche) mie — remo bassini@ 11:29 am
Quando avevo 19 anni, fresco di diploma, non andai a lavorare in fabbrica per una questione di sopravvivenza. Certo, ricchi non si era: ma mio padre mi diceva che se volevo studiare i soldi sarebbero saltati fuori, messi da parte. Mia madre invece non capiva come mai non m’interessasse entrare in banca, le avevano detto che avrei potuto.
Volli andare in fabbrica perché volevo.
Avevo letto Marx, Gramsci, Bordiga, Rosa Luxemburg, Labriola.
Livio Maitan e Sylos Labini.
Leggevo un giornalista che mi piaceva, allora, Edgardo Pellegrini.
Leggevo Sartre, e, dico la verità, non gli credevo: l’alienazione? Mio padre non è un alienato, pensavo.
Ma soprattutto: non mi convinceva quel che dicevano quelli che ruotavano attorno al Movimento Studentesco, a Lotta Continua: parlavano di fabbrica e di classe operaia, loro, ma alla fin fine che (cazzo: scusate) ne sapevano?
Così ci andai: 7 anni.
(Gli ultimi due, da studente lavoratore. Con la voglia di scappar via, dai rumori della fabbrica).
Sette anni di sindacalismo, anche. Nella Cisl di Pierre Carniti. Erano, quelli, gli anni del compromesso storico. Pci e Cgil - così a me sembrava - volevano dimostrarsi “rassicuranti” nei confronti di patronato e della democrazia cristiana.
Io, invece, maturai una convinzione: che la fabbrica è il peggior lavoro. E che era sacrosanta la rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali.
Perché la fabbrica ti “sfrutta”, impoverendoti. Dopo otto ore di lavoro hai voglia di riposarti, di passeggiare per cercare di dimenticare i rumori e i gas e i capi che urlano, preferisci guardare la televisione a un libro.
Mi fermo, ne avrei di cose da dire. Troppe.
Dico solo che otto ore in fabbrica son tante di più.
Per lavarti le mani, cercare di toglierti l’unto che non va via e che ti ha macchiato la pelle, impieghi anche dieci minuti, e ti fai male, usando la pasta lavamani.
Dieci minuti al giorno fa almeno trenta ore l’anno. A togliersi l’unto. Il rumore dei macchinari invece ti accompagna sempre: ti insegue quando esci dalla fabbrica, poi ti resta dentro, anche quando dormi.
In fabbrica si parla soprattutto di figa, di calcio, della famiglia, di salute, di soldi.
Ma soprattutto di figa e di calcio e di ferie: il tempo passa più in fretta.
Poi si sogna, in fabbrica: di cambiar lavoro. I ruffiani non sognano, agiscono: magari diventeranno capi, oppure impiegati se hanno un diploma, basta leccare.
Sorridere a trentadue denti al tal dirigente, che magari è un caprone. Non fare sciopero.
In fabbrica si impara. La solidarietà. Si diventa amici. Si dividono sigarette e sogni.
Si impara a usare un linguaggio diverso, certo: son cose da ridere, si sa.
Poi c’è anche la cattiveria, a volte. Una sorta di mobbing bastardo, che si espande come la nebbia.
Di operai contro altri operai.
Contro la checca, contro la ragazza che si dice la dia via con facilità, contro chi fa l’intellettuale e non s’abbassa a parlar di figa e di calcio. A volte contro il ritardato. A volte…
Ma ho visto anche tanto rispetto: per gli anziani, per chi sta male. E per il coraggio.
Se oggi qualche operaio mi chiede dei consigli di lettura, io, che non sono credente ma agnostico, non dico (più) né Marx, né Labriola. Nè Gramsci (e mi spiace, non poterlo dire).
Dico don Lorenzo Milani.
Dico don Luisito Bianchi.
Di Luisito Bianchi è appena uscito il libro «I miei amici», Diari (1968 - 1970), casa editrice Sironi, 906 pagine, 24 euro.
Tante pagine e tanti soldi per comprare questo libro, certo.
Ma ne val la pena.
La quarta di copertina (che sospetto sia opera di Paola Borgonovo) è una gran bella quarta di copertina.
«Per la prima volta, questa notte, con insistenza, a lungo, senza attenuanti, ho maledetto la fabbrica. Avessi avuto il potere taumaturgico di Cristo, i motori si sarebbero fermati, le tine sventrate, le ciminiere sgretolate. L’orgoglio del fico avrebbe ceduto allo squallore della desolazione. Mi è apparso, in tutta la sua crudezza, quello che vale l’uomo in fabbrica, macinato dal sistema: nulla. A che serve la mia vita? A fare un bel gesto? A vivere l’Evangelo? A preparare un tempo più autentico per la Chiesa? Ad assommare inutilità su inutilità, vanità su vanità? Veramente Dio tace. Siamo nel periodo del sepolcro vuoto e del silenzio del Risorto».
Anche Luisito scelse di andare in fabbrica: ché avrebbe potuto fare il prete con la paga che prendono i preti, e le offerte durante la messa.
Invece andò in fabbrica, tra gli ultimi, per capire.
E per guadagnarsi da vivere, nel segno della gratuità.
«Quando Gesù Cristo si è fatto uccidere in croce non l’ha fatto in cambio di uno stipendio… e quando i giovani partigiani andavano a combattere e a morire l’hanno fatto con gratuità…. io non li ho seguiti, non andai a combattere e mi spiace…».
Per questo post ringrazio Orasesta: lei sa perchè.
E ringrazio Luisito: anche a nome dei «miei amici», quelli che una vita fa ho salutato, il giorno in cui timbrai la cartolina, per l’ultima volta.