Scrivici,
pubblicheremo qui il tuo commento al romanzo.
Filippo (gennaio 2009)
Caro don Luisito,
prima ancora di presentarmi, subito un grazie! perche ho appena finito di leggere –d’un fiato nonostante la mole - il suo libro "La messa dell’ uomo disarmato ". (…)
Sono appassionato di storia del Novecento italiano ed europeo, e in particolare del periodo della seconda guerra mondiale e dell'immediato dopoguerra.
Ho perciò letto parecchi libri sulla Resistenza, ma solo un altro libro prima del suo mi aveva suscitato una cosi grande emozione: "La traversata" di Paolo Murialdi (edito dal Mulino nel 2001), che rievoca gli eventi e l’atmosfera morale che segnarono il triangolo di colline e montagne fra Voghera e il passo di Penice, tra il settembre 1943 e il dicembre 1945.
Ho da tempo la convinzione che nel nostro Paese è in atto un silenzioso e consapevole procedimento di rimozione del nostro più recente passato. Gli italiani sono un popolo dalla memoria troppo corta e dalla storia mai condivisa (ci sentiamo uniti solo quando si vince il mondiale di calcio...). Scompaiono via via i testimoni diretti di vicende uniche e dolorose come la guerra, la Resistenza, le deportazioni e le persecuzioni razziali, e poco ancora si fa per mantenere vivo it ricordo e per far fruttare positivamente i sacrifici di un intera generazione di persone. Un oblio pericolosissimo e quasi irreversibile.
Dico "quasi" perchè grazie a Dio ci sono spiragli di speranza! Libri come il suo e come quello di Murialdi sono un patrimonio da preservare, ed è per questo che ritengo che le vostre pagine dovrebbero essere lette nelle aule scolastiche al posto di tanti volumi inutili, incompleti o peggio falsi.
I bambini e i ragazzi costituiscono le fondamenta sane di un Paese, il suo futuro, la sua forza ad aprirsi e a rinnovarsi. Sono perciò i giovani che devono avere l'opportunità e la tenacia di assorbire e di mettere in pratica quei principi e quei valori che emergono in ogni vostra pagina.
Confido che prima o poi il Ministero della pubblica istruzione raccolga la mia proposta (e faccia dono di una copia dei due libri a tutti gli studenti).
Intanto la ringrazio di cuore, sperando di poterla un giorno incontrare con la mia famiglia
claudio (21-01-2009)
Ci vorrebbero più numeri per il giudizio, perchè questo libro merita 10. Pur di più di 800 pagine si legge in pochi giorni. Ti prende e ti porta letteralmente prima alla Campanella e poi nei teatri di guerra civile assieme ai vari Piero, Rondine, Stalino, Capitano, Balilla, Lupo e tutti gli altri. Non dimentichiamo chi è rimasto a casa: franco, i suoi, l'Arciprete, Toni e la Cecina e altri. Poi ancora due figure davvero esaltanti: l'Abate martire e Dom Benedetto. Davvero un capolavoro, non solo sulla resistenza, da portare nei libri di scuola per ricordare ai giovani la fortuna che hanno avendo avuto per antenati questi personaggi che hanno offerto la loro vita perchè chi veniva dopo di loro fosse libero. Struggente è il dramma di Franco, che non riesce a liberarsi del complesso di colpa di non aver partecipato al grande avvenimento, come lo chiama lui. (da Internetboock shop.it)
Gianfranco Bo (22-12-2008)
Il giudizio su questo libro è duplice. Se la parte centrale del romanzo ("Il silenzio della Parola") è un capolavoro di letteratura che tiene il lettore inchiodato alle vicende umane e storiche dei protagonisti, diverso è il discorso per la parte prima. Qui lo scrittore indulge eccessivamente sull'introspezione e su un'analisi spirituale a tratti incomprensibile e decisamente pesante. Come già detto da altri commentatori, il libro sembra scritto da due persone diverse. Comunque la fatica di reggere le prime 200 pagine è ampiamente ripagata dalla narrazione successiva. Indimenticabili i personaggi di Stalino, Rondine, Giuliano, Dom Benedetto, Balilla, così come fantastico è l'affresco di una pagina di storia vissuta con coraggio e sincero altruismo da persone di differente estrazione sociale e culturale. (da Internetboock shop.it)
Davide (21-03-2007)
Un capolavoro di grazia e di stile, da annoverarsi, senza alcun dubbio, tra i grandissimi della Letteratura del Novecento. Un romanzo che attraversa tutto il periodo della Resistenza così come lo dovremmo conoscere. E così come non lo dovremmo dimenticare. Mai. Credo che nessun professore di Storia abbia mai parlato al mio cuore, come ha fatto questo libro..
(da Internetboock shop.it)
Renzo Montagnolirmontagnoli@alice.it (03-12-2006)
Sono 864 pagine di rara bellezza e che si leggono quasi d'un fiato. E' indubbiamente sul romanzo sulla Resistenza, ma è anche, soprattutto, un illuminato trattato sulla ricerca del senso della vita, sul rapporto fra la caducità dell'uomo e l'entità suprema che regola tutto. La trama è di per sè avvincente e di estremo interesse, lo stile ricorda quello dei grandi autori classici, con una descrizione dell'ambiente e dell'atmosfera di rara efficacia. I personaggi, e sono tanti, hanno uguale spessore, senza sbavature e anche per quelli meno accattivanti c'è una profonda misericordia, quasi divina. La narrazione procede senza intoppi, tanto che mai capita di annoiarsi, anche se ci sono diverse pagine di una bellezza tale che possono essere definite sublimi. Per quanto tratti un periodo storico del nostro paese, i temi affrontati, peculiari degli uomini, ne fanno un romanzo universale, un autentico capolavoro che può confrontarsi senza timore con i testi della grande letteratura.
(da Internetboock shop.it)
Paola (24-07-2006)
Ho letto finora solo le prime 300 pagine, quindi ho finito la prima parte cosiddetta più "ostica", e non resisto ad aspettare a mandare il mio giudizio perchè a mio parere anche la prima parte da sola merita il prezzo dell'intero libro. Mentre leggi pensi "questa è Letteratura".
(da Internetboock shop.it)
alessandra (22-05-2006)
Dopo aver letto i commenti sopra riportati ero molto curiosa di leggere questo libro. Mentre lo leggevo mi annoiavo e pensavo quindi che non ero d'accordo. A ripensarci a lettura finita colgo alcuni pregi che sedimentando emergono.(il microcosmo del paese, la storia piccola e grande, la tensione morale) Però decisamente un libro troppo lungo, le lungaggini nei dialoghi eccessive. Ci voleva un'impennata in più e qualche centinaio di pagine in meno. Comunque complimenti a quelli che si accingono all'impresa.
(da Internetboock shop.it)
Remo Bassini - 19.3.06 A voler scrivere di don Luisito Bianchi si rischia: di andar fuori strada, di non riuscire a spiegare chi sia veramente questo scrittore, classe 1927, prete anche e soprattutto: perché in primo luogo, nel parlare di lui, occorre spiegare, o perlomeno provarci, che intende lui per questa parola, “prete”.
«Ma tu come hai fatto ad arrivare fino a me?» mi domanda.
E' dicembre, io don Luisito e altre due persone parliamo del più e del meno in una pizzeria: ancora mezz'ora e poi - siamo in una città della Padania - ci sarà una presentazione dei suoi libri Sironi.
Sul Blog di Giulio Mozzi - gli rispondo - lessi che la Sironi stava per pubblicare “La messa dell'uomo disarmato”. Il passa-parola è partito da lì.
Mi ascolta incuriosito, anche un po' divertito. Ti faccio ridere, vorrei dirgli, ma con affetto: come fai a non restare colpito da quest'omino che, con orgoglio, ti fa vedere le scarpe e, con orgoglio, dice «Sono del 1968, me le regalò padre Escarré».
Sembrano nuove. In realtà sono solo curate con amore, tutti i giorni («Purtroppo la chiesa, noi preti e le suore, abbiamo perso l'abitudine alla manualità...», dice).
Ecco dove voleva arrivare don Luisito: che io abbia letto qualcosa su un blog è affare mio; che io e un quarto (un terzo? non lo so) dell'umanità siamo ormai schiavi della posta elettronica e di internet a lui interessa relativamente: perché lui continuerà a passare con il panno, tutti i giorni, le scarpe che furono di padre Escarré, portandole, quando suola e tacco sono consunti, dal calzolaio.
E continuerà, don Luisito, a scrivere con carta e penna (stilografica) i suoi libri.
Allora - riprendo a dire - ti ho scoperto su internet e, poi, avrò consigliato La Messa dell'uomo disarmato a cento persone, e poi sai don Luisito, io non sono uno che dice questo libro è un capolavoro e questo è un libro della balle, ma, da ex operaio come te (figlio di un operaio) ti dico che mi sono commosso a leggere “Come un atomo sulla bilancia”.
Si parla del più e del meno. E si arriva alla Sironi che, per don Luisito Bianchi, non significa, come ci si aspetta, tanto Giulio Mozzi quanto la caporedattrice, Paola Borgonovo. «Mi ha fatto capire cose della mia scrittura che nemmeno io avevo capito»: lo dice fissando il vuoto, con convinzione profonda. Con dolcezza, anche. E gratitudine.
Scocca l'ora della presentazione. Una bella sala, la libraia con le pile della Messa e Come un atomo, cinquanta persone circa. Nessun sacerdote, nessun monsignore.
Non dice nulla don Luisito: capisco che se l'aspettava.
Parliamo dei suoi libri. Quando racconta, spiega, ha gli occhi socchiusi, concentrato come stesse pregando.
La gratuità è il punto centrale dell'esistenza di don Luisito ed è, al contempo, l'essenza del messaggio dei suoi libri.
(Don Luisito non ha voluto mai percepire stipendi per predicare il Vangelo: Mi sono mantenuto, sull’esempio di san Paolo. Per un prete la gratuità assoluta è un obiettivo irrinunciabile. E non parlo del denaro offerto per la Messa, che ai miei occhi era sterco offerto al clero, ma dell’importanza di provvedere da soli al proprio sostentamento).
«Quando Gesù Cristo si è fatto uccidere in croce non l'ha fatto in cambio di uno stipendio... e quando i giovani partigiani andavano a combattere e a morire l'hanno fatto con gratuità.... io non li ho seguiti, non andai a combattere e mi spiace... ma cosa credete, un prete è anche un uomo e non è indifferente alla bellezza della donna: ecco, il mio primo atto come prete, la prima gratuità, fu rinunciare a questo....».
Don Luisito, gli dico alla fine, ho voglia di venirti a trovare all'abbazia di Viboldone (dove tu - penso - padre Aurelio Escarré, l’abate di Montserrat fuggito dal regime franchista venne a morire).
«Vuoi il lasciapassare?».
Sono tante le cose che non ho scritto su quell'incontro.
La presentazione: alla fine guardo Luisito, che un po' è commosso e un po' è contento, poi guardo il pubblico: ci sono due, tre persone che stanno piangendo. La forza di quest'uomo sta nel fatto che dice grandi cose con una semplicità estrema. Il suo è un linguaggio universale: abbraccia tutti.
E poi la sua serenità. Il «sia fatta la volontà di Dio» per lui significa Che mi importa se verrò ostacolato nel mio cammino: perché io so qual è il cammino.
(www.remobassini.it/blog)
Giuseppe Iannozzi - 13.02.2006
“La Messa ritorna romanzo, l’allegoria popolare, volgare (sinite parvulos..) dovrà farsi messa solenne, la storia misurarsi con la Storia (La Storia della Morante, che si provò a misura di melodramma e di favola, tra Les Misérables e il Trovatore, resta ancor oggi il libro più odiato, e meno inteso, della letteratura italiana recente). Ma una cosa non può essere tolta: la Messa di Luisito è nella terra.”, spiega Marzio Pieri nella postfazione a “La messa dell’uomo disarmato”. Siamo di fronte a un grande romanzo, a un capolavoro vero: questa volta indicare “La messa dell’uomo disarmato” come un capolavoro non è esagerazione critica. Il lavoro di Luisito Bianchi è romanzo come da vent’anni a questa parte l’editoria italiana non promuoveva. In Luisito c’è il dolore, la guerra, la Resistenza, ma c’è anche Amore, Pietà e un quasi sbigottimento davanti alla Morte che non sa concedere pietà agli uomini. Ma Luisito sa che è la pietà a far “essere” partigiani gli uomini, sa che la terra è la poetica che dà vita alla Resistenza, sa che il dolore è il Dolore e che non può essere negato con un colpo di spugna ma non dimentica che deve essere compreso affinché non sia eterna malattia dell’animo. E poi c’è la Memoria, sì, la Memoria che è sempre poca per alcuni, ma non per l’Autore che magistralmente la ripercorre anello dopo anello, filo intrecciato dopo filo, partigiano dopo partigiano, uomo dopo uomo, per disegnarla tutta con dolore, pietà, con Umanità. La Grande Storia si chiude nella piccola grande storia degli uomini che hanno combattuto per la libertà, che hanno fatto la Resistenza. “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi è il romanzo che mancava dopo “Il partigiano Johnny”, è il naturale completamento della Storia della Resistenza, degli uomini che fecero la storia con le loro vicissitudini-storie, ma nutro il legittimo sospetto che sia molto, molto di più.
(da International book shop)
Matteo - 02.11.2005
Non è solo uno splendido affresco di vita contadina e un racconto vivo sulla Resistenza; contiene anche in sottotraccia riflessioni sul rapporto della Chiesa col potere, dell’uomo con la terra, di ciascuno con la propria vocazione. In estrema e “alta” sintesi, è un libro sul senso della vita cristiana. Possiede l’originale caratteristica per cui i personaggi non sono per niente descritti dall’autore, ma si auto-delineano con le loro parole e le loro azioni. Secondo me è da leggere; 850 pagine non sono uno scherzo, anche perché diverse di queste, soprattutto all’inizio e alla fine, più che narrazione sembrano meditazione, ma è stupendo. (da International book shop)
Ugo Piccoli - 12.8.2005
In questo clima economico e sociale da dopoguerra,
dove la gente confonde realtà e reality, chiama…“sciopero
della spesa” la mancanza di danè, teme
più l’incontro di civiltà che
lo scontro d’inciviltà e guarda con disincanto
al Parlamento di fiducia del Premier che si costituisce…Costituente
pur senza averne un preciso mandato popolare, non
c’è da temere per le sorti luminose e
progressive della democrazia fino a quando migliaia
di persone si danno appuntamento per trovare consolazione
nelle pagine dei libri.
E’ persino commovente vedere alla tre giorni
di Mantova giovani e meno giovani, figli di quel Montesquieu
che “mai ebbe tanto dolore da privarsi di un’ora
di lettura”, invadere la città alla ricerca
di un “compagno da mettere sul comodino per
le ore gravi e per gli esercizi di profondità”,
sobbarcandosi spesso interminabili ore di coda alla
belle étoile per dialogare con gli scrittori
negli angoli più pittoreschi del centro storico.
Oddio, con i tempi che corrono forse un’ora
di lettura rischia di non bastare per lenire tutte
le brutture che la cronaca ci riserva, ne siamo tutti
coscienti, ma, accontentiamoci, anche perché,
l’appuntamento di Mantova ci ha regalato autori
provenienti da mondi e culture diversi, alcuni conosciutissimi
altri meno, portatori di un ottimismo creativo autentico,
non inquinato dai secondi fini commerciali che ci
aggrediscono ogni giorno.
Noi, i meno giovani, sappiamo per esperienza che da
qualche parte, magari dimenticato dietro un polveroso
scaffale, si trova sempre un libro da conoscere intimamente
per sentirsi meno soli e meno disarmati di fronte
ad una realtà in perenne rivisitazione storica!
Qui a Mantova ne abbiamo avuto ulteriore conferma
dall’incontro con l’opera di Luisito Bianchi
un mite prete-operaio, che oggi, molto in là
con gli anni, è cappellano presso il monastero
benedettino di Viboldone, e che ieri ha vissuto l’esperienza
profonda e cruciale della Resistenza. Sulla quale
ha scritto molto don Luisito! E in una congiuntura
politica spesso in malafede come quella d’oggi,
che tende a delegittimare un giorno sì e l’altro
pure il gratuito sogno di libertà di chi la
Resistenza l’ha fatta e che finanzia i revivals
repubblichini piuttosto che il ricordo partigiano,
è consolante vedere centinaia di giovani pendere
dalle labbra di questo prete che, predicando la mitezza
nei gesti e nelle parole, riporta le lancette della
storia sull’ora della verità. I suoi
“La messa dell’uomo disarmato” e
“ Il monologo partigiano sulla gratuità”,
che inizialmente sono circolati di mano in mano come
dei samizdat in edizioni dattiloscritte, sono oggi
disponibili al grande pubblico, quello vero e libero
che si aggira nell’isola degli intelligenti
per le stradine di Mantova e che, alla faccia dei
licantropi della storia, sa di esistere anche senza
la copertura televisiva riservata ai soliti noti sull’isola
dei famosi!
(fondazione CUM,centro unitario per la cooperazione
missionaria fra le chiese)
Giorgio Montagnoli
Uno stupendo romanzo sulla resistenza di Luisito Bianchi
“La messa dell'uomo disarmato”, racconta
il Natale de 1944: un Abate e i suoi monaci sono capaci
scegliere di passare per la "porta stretta".
Luisito Bianchi mette in risalto il contributo nonviolento
alla resistenza, fino al martirio, nei giorni terribili
dell'occupazione nazista e della lotta partigiana
di liberazione (anch'essa tragicamente insanguinata,
seppure inserita nella lotta civile di tutto un popolo):
il monastero, luogo di preghiera e di lavoro, viene
trasformato in spazio di assistenza ai rifugiati,
ai feriti. Lo slancio d'amore che anima l'Abate lo
condurrà fino al dono supremo della vita per
la salvezza dei suoi ospiti e dei suoi confratelli.
Un monaco, dom Luca, sente la chiamata ad accompagnare
e condividere la vita dura dei partigiani, di tutti
i partigiani al di là della fede religiosa
o della ideologia politica di appartenenza. Parte
con la benedizione dell'Abate. Li assiste, li conforta,
li incoraggia. La condivisione arriva fino al punto
di impugnare un'arma e uccidere. Da quel momento entra
in una crisi spirituale profonda: non dirà
più messa, fino a quando la celebrerà
nel sangue alla vigilia di Natale, ucciso mentre s'inginocchia
sulla tomba di un giovane partigiano, che, in uno
slancio di amore, si era sacrificato per salvargli
la vita. Aveva impiegato il momento estremo, quella
tomba, per cercare risposta alla domanda se dovesse
o no celebrare la messa per gli uomini sulla montagna,
almeno nel giorno di Natale. Si possono accompagnare
uomini per confortarli, forse, quando si trovano nella
necessità di difendere i deboli, il proprio
paese….ma sempre ricordando loro che anche di
una sola uccisione si è responsabili, e di
ogni scelta violenta.
(Rete Radiè Resh, Viareggio, gennaio 2005)
Etty - giovedì, 27 gennaio
2005 il filo della memoria/1
Se tutto questo dolore
non allarga i nostri orizzonti
e non ci rende più umani,
liberandoci dalle piccolezze
e dalle cose superflue
di questa vita,
è stato inutile
(E. Hillesum, 24 luglio 1942)
il filo della memoria/2
pianura padana, quei paesi bianchi
che corrono a cavallo della nebbia tra vicenza e padova.
Si scappava, si scappava di notte.
Gente di poche parole quella dei campi.
Come mia nonna Lina.
Arrivò una famiglia: medico, moglie e figlia
di 9 anni.
E li nascosero in soffitta, anche tutto quel che avevano:
un baule, con i vestiti e un sacco di altre cose.
Poi arrivavano le perquisizioni,
passavano al setaccio con i forconi anche la paglia.
E mia nonna, zitta zitta (come sempre l'ho vista)
preparava pane, uova, formaggio
e tutto quello che si riusciva in quei primi anni
quaranta di guerra.
Faceva trovare un pasto caldo, sempre zitta.
I soldati si sedevano, mangiavano.
E poi via, senza guardare, senza salire al piano di
sopra.
“No, è troppo pericoloso per voi. Noi
dobbiamo andare.
Lasciamo qui tutto, torneremo a riprendere le nostre
cose dopo la guerra”
Così partirono. Di notte, di nuovo, per i campi
e per i fossi.
E si narra ancora
di un baule e di una soffitta,
ancora nascosti da qualche parte...
il filo della memoria/3
Nei racconti di guerra qui a casa quando si diceva
"i tedeschi" s'intendevano "i soldati
tedeschi". Mai mi era passato per la testa che
potesse esser offensivo.
Finché i miei sogni fatti fagotto, salii su
un treno e mi trasferii a Lyon per un anno con una
borsa di studio.
(già, già, l'erasmus)
Là conobbi, tra gli altri, due tedesche: Gertrud
e Martina.
Guai parlar di storia e della seconda guerra mondiale.
Guai, perché Gertrud partiva a spiegarmi
che non è stato come tutti ci voglion far credere.
C'era chi faceva resistenza, ma poco si sa.
Come suo nonno e i suoi amici scapestrati all'università,
che non vollero aderire al partito nazista.
Beh, in cambio furono mandati a combattere in Russia.
Il nonno di Gertrud riuscì a tornare prima
del disastro grazie ad un permesso speciale per sposarsi.
Gli amici, quelli che tornarono? dopo 10 anni di prigionia.
Dopo la morte di Stalin.
Guai, guai a parlar di storia e di seconda guerra
mondiale.
Guai, perché Martina si sentiva a disagio,
cambiava discorso, cambiava espressione, scappava
via con lo sguardo.
Un giorno mi decisi e le chiesi perché.
"Mio nonno combattè in Russia", disse
"Cavoli! e si salvò?"
"sì, torno subito"
"ma come ha fatto? se tutti gli altri si son
fatti 10 anni di prigionia?"
"...mio nonno era un SS"
Martina tace. E poi racconta. Poi tace.
Lo senti il suo imbarazzo. Lo senti che si sente responsabile
di suo nonno.
Non scarica le colpe, non fa revisionismo.
Senti il peso di questa storia sulle nostre giovani
vite.
Non ci resta che esser amiche:
è tutto quello che possiamo "esportare"
nel mondo.
il filo della memoria/4
Luisito Bianchi, La messa dell’uomo disarmato
questo libro inizia nel 1940 e mi ha raccontato mia
nonna e la sua famiglia, la campagna immersa nei silenzi,
l'entusiasmo di esser giovani e allo stesso tempo
il "grande avvenimento" che mise quegli
stessi giovani di fronte ad una scelta.
Che divise noi tutti. E da cui ancora spesso ci facciamo
dividere.
Leggetelo.
...continuate a camminare sul "sentiero della
memoria":
giusy (27-04-2005)
Stupendo (nel senso Wojtyliano del termine, se mi
è concesso), magistrale, struggente. Un Dono
che scaturisce dalla vita profondamente religiosa
ed umana di Luisito Bianchi, tutta permeata della
"gratuità" del proprio operato e
della propria missione di vita. E’ un Dono offerto
anche, e soprattutto, ai tanti eroi sconosciuti che
hanno dato il loro tributo di sangue per il nostro
Paese e per la libertà di tutti, anche dei
loro carnefici. Un ringraziamento dal più profondo
del cuore a quest'uomo, che con tanta umiltà,
ci ha regalato questo toccante universo di poesia
e di bellezza assolute.
(da Internetboock shop.it)
Pino Pinazzi (01-03-2005)
Forse il romanzo più bello che abbia mai letto.
Profondità spirituale, lotta costante per scoprire
Dio, solidarietà umana, lotta politica,rapporto
struggente con la natura, malinconia, dolcezza e pace
anteriore. Questi sono alcuni dei temi del romanzo.
I personaggi sono di una bellezza inarrivabile. Da
leggere assolutamente. Propongo al Ministro Moratti
di renderlo obbligatorio nelle scuole superiori: è
anche un ottima lezione di Storia. Struggente.
(da Internetboock shop.it)
Luca luca.annoni1@fastwebnet.it
(26-02-2005)
Poche parole per confermare un aggettivo letto in
altri commenti: inarrivabile. Questo è, a parer
mio, "il" libro. Vi trovate tutto: la fede,
la lotta, la riflessione e la malinconia, la gioia
e l'impegno. Vi trasporta in un mondo di uomini e
valori che non esistono più, una cosmologia
di frasi, atti, pensieri e riflessioni che vi incalzano
e vi coinvolgono, vi strapazzano emotivamente e vi
fanno prendere posizioni. Quando l'avrete finito vi
sentirete come spersi e tristi di essere stati ormai
catapultati fuori da questa piccola parentesi della
vostra vita. Vi domanderete in che razza di mondo
viviamo adesso e forse inizierete a cambiare qualcosa
dei vostri comportamenti. Un libro da far leggere
ai figli appena possibile e subito a tutti i veri
amici.
(da Internetboock shop.it)
Maria (24-11-2004)
Una scrittura poetica per un romanzo da leggere piano
piano assaporando ogni parola.
(da Internetboock shop.it)
Sergio frailea@katamail.com
(21-09-2004)
Mi sentirei di dire quasi "inarrivabile".
Di una bellezza assoluta, senza cedimenti né
pause; un libro che riesce ancora a far piangere lacrime
di autentica consolazione. Come sarebbe bello se tutti
gli adolescenti lo potessero incontrare!
(da Internetboock shop.it)
Roberto Sassi
A Padre Luisito Bianchi tutta la mia ammirazione per
lo splendido libro (La messa dell'uomo disarmato)
che sto finendo di leggere e che mi ha accompagnato
per tutta l'estate. Un autentico capolavoro. L'unico
rammarico è che il libro non è conosciuto
a sufficienza e varrebbe la pena investire in pubblicità.
E' un libro che " ti entra nell'intimo"
e che ti coinvolge in ogni pagina. Magnifica la capacità
descrittiva delle situazioni di vita, in particolari
quelle agresti. Sembrano dei quadri dipinti. Non aggiungo
altro per non dilungarmi, ma il libro non merita l'anonimato
e deve assolutamente essere conosciuto dai più.
G.
Un romanzo di un'intensità più unica
che rara:
sono circa novecento pagine ma si leggono in apnea.
Gianluca Luraschi
Resiliencia
8 settembre. 25 aprile. Date; non solo. Storia; non
basta. Storie; di persone. Storie; di Resistenza.
E' da tempo che mi frulla per la testa questa parola
e con essa una domanda: cosa significhi resistere.
Come sempre quando cerco delle risposte al massimo
trovo altre domande: Perchè resistere? A cosa
resistere? Come resistere? .... Così perdendomi,
sono certo di cercare e cercando posso sperare di
trovare.
Per fortuna alle elucubrazioni mentali si oppongono
sempre gli incontri con le persone. Sono le persone
che nella nostra vita ci spronano a muoverci. Così
tramite loro, le persone, le parole e i concetti che
sembravano poter avere solo un significato ne acquistano
altri, e diventano strumenti potenti per reinterpretare
la realtà.
La resistenza l'ho sempre subita. Mi ricordo alle
elementari quando "la zia Clara", zia di
mio padre, veniva a scuola per parlarci del suo 25
aprile, a raccontarci della sua resistenza. In particolare
mi ricordo che ci mostrava le ferite per le percosse
subite quando fu catturata dai fascisti. Mi ricordo
i racconti di mio nonno, padre di mia madre, gerarca
fascista, che più di una volta nascose in casa
dei partigiani per evitare che fossero fucilati. Per
me erano racconti, mi piaceva sentirli, i miei genitori
mi ricordano che chiedevo sempre di ripeterli.
Più grande ho subito la retorica della resistenza,
il revisionismo sulla resistenza, l'ideologia della
resistenza. Svuotata della storia delle persone la
resistenza è diventata di un colore solo. Ho
capito che non faceva più per me: dovevo resistere
alla resistenza.
Alcune volte mi capita di pensare che anche l'arcobaleno
della pace stia tristemente sbiadendo in un solo colore.
Nel '99 in Perù incontriamo, io e Chiara, due
fra le persone che più hanno condizionato la
nostra vita: Jàvier e Joanna.
Arriviamo ad Abancay dopo un viaggio allucinante durato
2 giorni su pullman guidati da autisti pazzi, che
attraversano le cime delle Ande in condizioni disperate
a velocità da brivido. Lasciamo alle nostre
spalle Ayacucho, città nella quale Sendero
Luminoso ha lasciato più cose da dimenticare
che da rimpiangere. Andiamo alla sede di una associazione
nella quale ci avevano detto di chiedere di Jàvier
e Joanna. Ci avevano avvertito che sarebbe stato difficile
se non impossibile incontrarli, invece caso vuole
che li incontriamo, e trascorriamo con loro 2 giorni
memorabili. Jàvier e Joanna sono peruviani
e hanno passato 12 anni della loro vita fra le comunità
sperdute in cima alle Ande, con un obiettivo solo:
dare speranza alle persone, ai campesinos. Jàvier
e Joanna credono che valorizzando la storia di un
popolo, rivalutando il passato e facendo credere nelle
proprie capacità, dando dignità e speranza
alle persone, si possa realizzare il futuro (in quel
periodo c'era la campagna elettorale in Perù
e lo slogan di Fujimori, allora presidente poi finito
in esilio per corruzione e violenze recitava: "Perù
pais con futuro")
Jàvier e Joanna sono sinceramente innamorati
della loro terra, delle loro origini, e hanno deciso
di viaggiare per le Ande a raccontare ai campesinos
la bellezza di essere discendenti degli Incas. Jàvier
e Joanna non sono l’altro che viene ad aiutare,
sono essi stessi diventati strumento ed esempio.
La sera del secondo giorno ci portano a casa loro
ad Abancay: 25 mq. Un luogo essenziale: un fornello
da campeggio, 2 materassi, un bagno in cortile. Accompagnati
da un mate de coca inizia una bellissima conversazione.
Jàvier e Joanna ci fanno capire che per poter
sfruttare una persona, l'arma più potente consiste
nel convincerla che è giusto che debba venire
sfruttata, annientando così, non tanto la capacità
di ribellarsi, ma quella di reagire. Infatti si può
ribellarsi ad una situazione di oppressione continuando
ad essere oppressi, modificando semplicemente gli
oppressori o i metodi di oppressione, la storia è
piena di ribellioni inutili, di finte rivoluzioni
dove si cambia tutto per non cambiare niente.
Jàvier e Joanna ci raccontano della loro resiliencia,
cioè della capacitá umana di affrontare
le avversitá della vita, superarle e uscirne
rinforzato o, addirittura, trasformato. Da quando
ho incontrato Jàvier e Joanna resistenza per
me significa resiliencia.
Ci è voluto tempo, molto
tempo, per ritornare sui miei passi. In questi ultimi
anni ho letto molti libri sulla resistenza. Non si
cresce solo incontrando le persone ma anche facendosi
interrogare delle cose: in particolare dai libri.
Ho letto di una resistenza che aveva come fattore
comune le vite di persone dilaniate tra guerra ed
amore, fra rabbia e compassione: ho letto di Milton
e Fulvia e della loro "Una questione privata"
raccontata da Beppe Fenoglio; di Enne 2 e Berta in
"Uomini e no" di Elio Vittorini; di Robert
Jordan e Maria in "Per chi suona la campana"
di Ernest Hemingway, ma anche di Davita e suo padre
in "L'arpa di Davita" di Chaim Potok, e
di molti altri di cui non ho perso memoria e che so
essere dentro di me.
Ho letto "La messa dell'uomo disarmato"
di Luisito Bianchi, uno fra i romanzi più belli
che abbia mai letto. Racconta la vita di persone e
delle loro scelte nel periodo della resistenza. Mi
sono appuntato una recensione che trovo essere perfetta:
"La messa dell'uomo disarmato è un romanzo
sulla memoria come esperienza viva e intima; un romanzo
sulla responsabilità dell’uomo, sulla
sua libertà dinanzi a una Parola che, nei fatti,
nel tempo, non smette mai di interrogarlo."
Così la vita di mia zia Clara e mio nonno hanno
riacquistato una nuova luce. Per loro quel periodo
ha significato dover scegliere e dover spendersi senza
riserve per le cose scelte. Per loro quel periodo
ha voluto dire essere Uomini e Donne. Forse era questo
che mi trasmettevano quando mi raccontavano la loro
storia ed era per questo che le loro storie mi affascinavano
e chiedevo insistentemente di ripeterle.
Nel tentativo di orientare i passi sui sentieri della
resiliencia, Jàvier e Joanna mi hanno regalato
non solo una mappa ma anche una bussola che mi aiuta
a capire a cosa resistere. Non sempre riesco a seguirla.
Come tutte le bussole puntano sempre a nord, la bussola
della resiliencia punta sempre verso l'essenziale.
Da ciò che non è essenziale si resiste,
nello scegliere ciò che è essenziale
si pratica la resiliencia.
(Da www.Comopace.org)
daniela (15-06-2004)
Questo libro deve entrare nelle antologie di letteratura...
assolutamente! è già un classico, di
quelli che cambiano la vita!
(da Internetboock shop.it)
don Giovanni
Luisito Bianchi è un vecchio prete che fa il
cappellano del monastero benedettino di Viboldone
nel milanese. Quasi per caso ho letto un suo romanzo
molto bello: "La messa dell'uomo disarmato".
Lo cito per rispondere alla lettera affettuosa che
ho ricevuto da un mio coetaneo. Una lettera che mi
ha trasportato di peso a quasi sessant'anni fa e ai
ricordi della mia prima esperienza scolastica nel
paese dove con la grande famiglia dei miei nonni aspettavamo
la fine della guerra e il ritorno a casa del nostro
papà. La mamma mi costringeva ai primi elementi
del leggere e dello scrivere anche se avevo solo quattro
anni: penso lo facesse non tanto per curare la mia
istruzione, quanto per poter dare una mano alla famiglia
che mi faceva da scuola, i genitori di Benedetti Michelangeli
che, pur essendo ancora molto giovane era già
pianista affermato. Così, insieme a vocali
e consonanti, imparai in quella casa le note musicali
e misi la mano sulla tastiera, guidato da un magistero
d'eccezione. Tutto questo mi ricordava quell'antico
compagno di scuola, anche lui mandato per giustificare
un compenso che la sua mamma traeva dagli scaffali
della sua bottega di alimentari. E così il
cognome sospettosamente ebraico di quella straordinaria
famiglia rimaneva nascosto e anche nutrito. Ma dunque
il bel libro di Luisito Bianchi. Mi ha riportato ai
colori, agli odori e ai luoghi della prima età
della vita. Terra lombarda, pianura appoggiata alle
colline moreniche del lago di Garda, strade bianche,
piene di polvere nel caldo dell'estate. Terre allora
povere: "strada della fame" era chiamata
quella che dal mio paese arrivava sino a Desenzano.
I nomi delle cascine: Belfienile, Pigliaquaglie...
e quel vecchio convento in disuso dove il nonno allevava
conigli accanto a un piccolo oratorio, luogo delle
precoci penitenze di S. Luigi Gonzaga. Ricordi di
morte e di vita. La gente veniva a piedi nudi dalla
campagna per prender messa la domenica. Qualcuno s'infilava
dolorosamente nelle scarpe prima di entrare in chiesa,
e subito dopo le toglieva finalmente liberato da strumenti
di tortura che tornavano a casa legati tra di loro
come i polli rifiutati da Azzeccagarbugli. Ma il più
bello erano le nozze. Dalla mattina alla sera. Da
una specie di aperitivo detto "tavola bianca"
prima di andare in chiesa, sino alle grandi lampade
a carburo che nella sera facevano luce sull'aia, ai
ballerini e alla fisarmonica che li muoveva. E per
tutto il giorno, un po' si mangiava; e tra una cosa
e l'altra anche dei giri, sui "birocci",
per la campagna qui e là tra le cascine. Un
mondo che mi sembrava come un'unica casa. Eppure c'era
la guerra. Eppure mezza casa era occupata da ufficiali
tedeschi che alla sera giocavano a "bridge"
con la nostra mamma e le sue sorelle. Eppure ogni
tanto bisognava correre nel rifugio che il nonno aveva
fatto scavare nella collina formata dalle rovine del
castello dei Gonzaga. Anche nel libro di Luisito Bianchi
tutto è come un solo grande affresco. Forse
perchè la memoria fa riposare il tumulto della
cronaca e la organizza in una storia che, per chi
l'ha vissuta ed è scampato bene, è storia
della salvezza. E' provvidenza di Dio, che sul momento
sembra sconfitto nei suoi propositi di pace e di bene.
Ma che poi fa vedere come con pazienza sappia aspettare
i suoi poveri figli, e li veda quando sono ancora
lontano, e corra loro incontro per metterli tutti
intorno alla sua tavola di festa. Forse alla fine
ci aspetta un'unica grande compassione... A quei tempi
ricordo che per la festa patronale mi hanno fatto
recitare la parte del figlio spendaccione. In questi
giorni, nuovamente, a S. Antonio della Dozza i bambini
mi hanno chiesto di partecipare alla recita del prodigo.
Ma questa volta devo fare il vecchio padre. Quello
che non dice una parola quando il ragazzo se ne va.
Ma quando quello ritorna, sembra matto di contentezza
e non smette mai di chiaccherare e di correre tra
un figlio e l'altro. La vita è bella.
(digilander.libero.it/fratellidozza2/Carlino.html)
Elemiro Eteocle (10.7.2004)
Tempo fa avevo citato un libro che poi ho lasciato
cadere. Un libro che volevo regalare a Natale ma che
in un modo o nell'altro in molti hanno snobato, forse
per poco interesse per la materia. E' davvero stupendo.
'La messa dell'uomo disarmato', di Luisito Bianchi,
edizione Sironi. L'autore è un prete e racconta
il periodo della Resistenza e lo fa con una prosa
che ormai si è perduta, davvero d'altri tempi,
forse pure troppo lirica, ma deliziosa.
Fabio Baticci fabiobaticci@libero.it
Sono molto in imbarazzo a criticare questo libro.
Capisco che per l'autore fosse importante tracciare
completamente lo svolgimento di un percorso umano
sfociato, quasi naturalmente, nel sacerdozio. Tuttavia
le premesse di questa storia (le prime interminabili,
a volte francamente noiose quando non incomprensibili)
e la sua fine (la terza parte, un pò deludente,
soprattutto dopo il nucleo del romanzo) sono le parti
che meno mi sono piaciute. Al contrario la seconda
parte, con il contrasto tra una passione civile fortissima
e il ritmo blando della campagna (o, se si preferisce,con
il placido ritmo della fede cristiana) è quanto
di più bello ed avvincente mi sia capitato
di leggere in questi ultimi tempi. Verrebbe quasi
da pensare che l'autore non sia lo stesso, tanto da
consigliare la lettura solo delle circa 500 pagine
centrali. Il giudizio nel complesso è positivo,
molto positivo per l'impostazione generale data all'intero
romanzo, per un'interpretazione di forte unità
data al periodo della guerra partigiana e della rivoluzione.
Mi verrebbe voglia di consigliarlo ai miei figli,
se non fossi sicuro che non supererebbero le prime
duecento pagine.
(da Internetboock shop.it)
luca lucamandrino@virgilio.it
resistere!resistere!resistere!E' un grido importante...un
libro eccezionale, si legge tutto di un fiato.Molto
bello tutto il filone sulla parola, interessante per
gli spunti filosofici che dà. Luisito Bianchi
mi ha trasportato in epoche che non ho vissuto ma
che, secondo me, bisogna non dimenticare e insegnare.
Come non innamorarsi di Rondine,dom Luca, Stalino????Persone
vere, persone tutte di un pezzo.....persone che hanno
pagato... Grazie, questo è un libro che ogni
persona dovrebbe tenere sul comodino, dovrebbe essere
insegnato a scuola. L'unico rammarico che ho è
che costa un po’ caro ma, si sa, la cultura
non ha prezzo. Grazie Luisito!!!!!!!
(da Internetboock shop.it)
jonathan penderecki
"Ogni uomo è la parola fatta carne. Il
significato della vita è prendere coscienza
di questo mistero che ciascuno porta dentro."
Non ho ancora finito di leggerlo, ma già sento
il desiderio di scrivere due (futili? sciocche? scontate?)
parole su questo stupendo romanzo. Uno di quei libri
che troppo raramente si incontrano, che lasciano nell'anima
tracce di sé difficilmente cancellabili, e
il cui profondo senso sta, forse, nella frase sopra
trascritta. Quella parola, lo spirito divino, l'essenza
del sacro, che tutto permea, e che resta ancorato
alla terra per il tempo che ci è dato di viverla
e amarla, nell'immensità dei ritmi della natura,
nella solennità dei riti religiosi che si riflettono,
anche inconsciamente, nel quotidiano, persino nelle
pieghe atroci della Storia, di quel peccato che è
la guerra e la violenza. Bianchi ci insegna che la
parola è un suono, una musica sublime (Bach?),
e va quindi ascoltata, per riuscire a capire magari
noi stessi, il nostro relazionarci agli altri, il
nostro posto nel mondo e nella storia.(da Internetboock
shop.it)
Alice alicea82@yahoo.it
La lunga parte centrale costituisce con capolavoro
a sé, peccato invece per le prime duecento
pagine, un po' ostiche, e per l'epilogo finale che
si poteva anche evitare. Nonostante tutto, si tratta
comunque, a mio giudizio, del miglior romanzo scritto
a posteriori sulla Resistenza. Bellissime le immagini
di una campagna paciosa contrapposte alle asperità
delle montagne, indimenticabili i personaggi, fermo
e solido il messaggio trasmesso.
(da Internetboock shop.it)
Riccardo Ghisoni rghisoni@tiscalinet.it
centinaia di pagine imperdibili di un romanzo dove
non si fa nessuna fatica di lettura ma anzi si gusta
la gioia di essere coinvolti dalla storia, dalla trama,
dai personaggi. Da farci una sceneggiatura per un
film. Si viene calati in quel periodo, mi ha insegnato
di più questo libro sull'8 settembre che la
scuola. Tra i migliori che io abbia mai letto: unica
mia preoccupazione e' che il titolo e la prima parte
più riflessiva (ma comunque bella) scoraggi
qualche lettore impedendogli di entrare nel vivo del
romanzo. Quando incontrerete il personaggio di Rondine,
ci sarete. E non ve lo dimenticherete più per
tutta la vita.
(da Internetboock shop.it)
Ennio Ho letto “la messa dell’uomo disarmato”
con grande piacere. Il ritmo lento della narrazione
- e la sua mole - mi hanno "costretto" a
tenere il passo del narratore. Ciò nonostante,
appena avrò del tempo disponibile, tornerò
a rileggerlo.
Sono nato nel 1943, a Milano. Nella casa in centro
di Milano (dove i miei genitori erano portinai) tra
il 1943 e il 1945 abitavano contemporaneamente - o
transitavano - il famigerato capitano Sevecke, partigiani
badogliani, partigiani di altre formazioni ... e chi
li ospitava o copriva la loro attività. Mia
mamma stessa, a quanto mi ha raccontato, è
riuscita ad evitare che dei partigiani cadessero in
un agguato. Dagli anni settanta ad oggi ho letto i
principali libri e romanzi sulla Resistenza, per tentare
di capire - al di là del mito - l'esperienza
di chi ha scelto di prendervi parte.
Il libro di don Luisito è certamente fra i
migliori che ho letto, perché conduce dentro
quell'esperienza umana, senza suscitare - in me -
la reazione d'odio che altre narrazioni dello stesso
evento mi hanno prodotto. Odio per la stupidità,
l'inumanità, l'arroganza e la violenza bruta
degli "altri" (fascisti o nazisti). La violenza
della guerra non viene nascosta, ma è lo sguardo
che è diverso. Nella serata tenuta presso la
parrocchia di don angelo Casati, don Luisito - quando
gli ho posto questa domanda - mi ha risposto con le
parole dell'Abate, quando ricordava a Franco che il
bastone dovrebbe prima usarlo contro se stesso.
Per questo motivo tornerò a leggere il libro,
per ripercorrere in profondità l'itinerario
verso la conquista della Parola, nella speranza che
anche per me, come per Franco, questa Parola illumini
la restante parte della mia vita.
Intanto colloco il libro - e non solo fisicamente
- accanto a "Resistenza e resa" di Bonhoeffer
e a "I sommersi e i salvati" di Primo Levi.
Grazie a don Luisito, e a tutti quelli che hanno permesso
la nascita e la circolazione del libro.
Riccardo Ghisoni rghisoni@tiscalinet.it
Centinaia di pagine imperdibili di un romanzo dove
non si fa nessuna fatica di lettura ma anzi si gusta
la gioia di essere coinvolti dalla storia, dalla trama,
dai personaggi. Da farci una sceneggiatura per un
film. Si viene calati in quel periodo, mi ha insegnato
di piu' questo libro sull'8 settembre che la scuola.
Tra i migliori che io abbia mai letto: unica mia preoccupazione
e' che il titolo e la prima parte piu' riflessiva
(ma comunque bella) scoraggi qualche lettore impedendogli
di entrare nel vivo del romanzo. Quando incontrerete
il personaggio di Rondine, ci sarete. E non ve lo
dimenticherete piu' per tutta la vita.
Paola, 29.10.2003
Tre uomini vanno in montagna, e sono un climax: un
dottore ci va per amore delle propria dignità,
del proprio senso di giustizia, per poter continuare
a vivere secondo la parola dell'Uomo, è Piero.
Un altro ci va per poter guardare negli occhi suo
figlio: è Stalino. Un terzo ci va per amore
di un amico: è Rondine. Infine un uomo, che
in montagna non c'è andato, è quello
che paradossalmente ci resta una vita intera. è
Franco: poiché si vive come l'escluso da una
storia che ha conosciuto come storia d'amore, si sente
non amante, non amato e da non amare; ma poiché
non ha combattuto non potrà tradire la resistenza
(e per una volta la minuscola indica qualcosa di più
vasto della maiuscola) che per lui non può
finire. E’ il monaco ordinato secondo l'ordine
del Resistente, è il mendicante della Parola,
è il cercatore del senso, è lo spigolatore
dei segni. E siccome la memoria è vita, anche
il futuro è possibile.
Eugenio eugelott@tin.it
"La Messa" è il libro più
straordinario che ho letto per l'omaggio, non retorico,
alla memoria, alla nostra storia patria, alla più
bella gioventù e suggerisce - mutate mutandis
- gli archetipi che è possibile trovare in
Gargantua e Pantagruel, di Rabelais, anticipatore
dell'illuminismo. Rondine è uno dei modelli
che Don Luisito sembra suggerire ai giovani ed al
quale ispirarsi. Complimenti vivissimi alla Sironi
per questa scelta editoriale coraggiosa ed al curatore
della collana.
E. Galli
Solo due parole: il romanzo di Luisito Bianchi è
un capolavoro. Da tanto non leggevo qualcosa che mi
emozionava a tal punto.
Elisabetta
Dovrebbe essere letto nelle scuole superiori, regalato
agli amici, trasposto in un film, pubblicizzato dalla
Chiesa dei poveri, raccontato in forma semplificata
ai bambini; è un'opera grandiosa che mi continua
a "tormentare", come se Rondine, Stalino,
Balilla... fossero miei amici persi, ma custoditi
profondamente nel mio cuore
Filippo (gennaio 2009)
Caro don Luisito,
prima ancora di presentarmi, subito un grazie! perche ho appena finito di leggere –d’un fiato nonostante la mole - it suo libro "La messa dell’ uomo disarmato ". (…)
Sono appassionato di storia del Novecento italiano ed europeo, e in particolare del periodo della seconda guerra mondiale e dell'immediato dopoguerra.
Ho perciò letto parecchi libri sulla Resistenza, ma solo un altro libro prima del suo mi aveva suscitato una cosi grande emozione: "La traversata" di Paolo Murialdi (edito dal Mulino nel 2001), che rievoca gli eventi e l’atmosfera morale che segnarono il triangolo di colline e montagne fra Voghera e il passo di Penice, tra il settembre 1943 e il dicembre 1945.
Ho da tempo la convinzione che nel nostro Paese è in atto un silenzioso e consapevole procedimento di rimozione del nostro più recente passato. Gli italiani sono un popolo dalla memoria troppo corta e dalla storia mai condivisa (ci sentiamo uniti solo quando si vince il mondiale di calcio...). Scompaiono via via i testimoni diretti di vicende uniche e dolorose come la guerra, la Resistenza, le deportazioni e le persecuzioni razziali, e poco ancora si fa per mantenere vivo it ricordo e per far fruttare positivamente i sacrifici di un intera generazione di persone. Un oblio pericolosissimo e quasi irreversibile.
Dico "quasi" perchè grazie a Dio ci sono spiragli di speranza! Libri come il suo e come quello di Murialdi sono un patrimonio da preservare, ed è per questo che ritengo che le vostre pagine dovrebbero essere lette nelle aule scolastiche al posto di tanti volumi inutili, incompleti o peggio falsi.
I bambini e i ragazzi costituiscono le fondamenta sane di un Paese, il suo futuro, la sua forza ad aprirsi e a rinnovarsi. Sono perciò i giovani che devono avere l'opportunità e la tenacia di assorbire e di mettere in pratica quei principi e quei valori che emergono in ogni vostra pagina.
Confido che prima o poi il Ministero della pubblica istruzione raccolga la mia proposta (e faccia dono di una copia dei due libri a tutti gli studenti).
Intanto la ringrazio di cuore, sperando di poterla un giorno incontrare con la mia famiglia
claudio (21-01-2009)
Ci vorrebbero più numeri per il giudizio, perchè questo libro merita 10. Pur di più di 800 pagine si legge in pochi giorni. Ti prende e ti porta letteralmente prima alla Campanella e poi nei teatri di guerra civile assieme ai vari Piero, Rondine, Stalino, Capitano, Balilla, Lupo e tutti gli altri. Non dimentichiamo chi è rimasto a casa: franco, i suoi, l'Arciprete, Toni e la Cecina e altri. Poi ancora due figure davvero esaltanti: l'Abate martire e Dom Benedetto. Davvero un capolavoro, non solo sulla resistenza, da portare nei libri di scuola per ricordare ai giovani la fortuna che hanno avendo avuto per antenati questi personaggi che hanno offerto la loro vita perchè chi veniva dopo di loro fosse libero. Struggente è il dramma di Franco, che non riesce a liberarsi del complesso di colpa di non aver partecipato al grande avvenimento, come lo chiama lui. (da Internetboock shop.it)
Gianfranco Bo (22-12-2008)
Il giudizio su questo libro è duplice. Se la parte centrale del romanzo ("Il silenzio della Parola") è un capolavoro di letteratura che tiene il lettore inchiodato alle vicende umane e storiche dei protagonisti, diverso è il discorso per la parte prima. Qui lo scrittore indulge eccessivamente sull'introspezione e su un'analisi spirituale a tratti incomprensibile e decisamente pesante. Come già detto da altri commentatori, il libro sembra scritto da due persone diverse. Comunque la fatica di reggere le prime 200 pagine è ampiamente ripagata dalla narrazione successiva. Indimenticabili i personaggi di Stalino, Rondine, Giuliano, Dom Benedetto, Balilla, così come fantastico è l'affresco di una pagina di storia vissuta con coraggio e sincero altruismo da persone di differente estrazione sociale e culturale. (da Internetboock shop.it)
Davide (21-03-2007)
Un capolavoro di grazia e di stile, da annoverarsi, senza alcun dubbio, tra i grandissimi della Letteratura del Novecento. Un romanzo che attraversa tutto il periodo della Resistenza così come lo dovremmo conoscere. E così come non lo dovremmo dimenticare. Mai. Credo che nessun professore di Storia abbia mai parlato al mio cuore, come ha fatto questo libro..
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Renzo Montagnolirmontagnoli@alice.it (03-12-2006)
Sono 864 pagine di rara bellezza e che si leggono quasi d'un fiato. E' indubbiamente sul romanzo sulla Resistenza, ma è anche, soprattutto, un illuminato trattato sulla ricerca del senso della vita, sul rapporto fra la caducità dell'uomo e l'entità suprema che regola tutto. La trama è di per sè avvincente e di estremo interesse, lo stile ricorda quello dei grandi autori classici, con una descrizione dell'ambiente e dell'atmosfera di rara efficacia. I personaggi, e sono tanti, hanno uguale spessore, senza sbavature e anche per quelli meno accattivanti c'è una profonda misericordia, quasi divina. La narrazione procede senza intoppi, tanto che mai capita di annoiarsi, anche se ci sono diverse pagine di una bellezza tale che possono essere definite sublimi. Per quanto tratti un periodo storico del nostro paese, i temi affrontati, peculiari degli uomini, ne fanno un romanzo universale, un autentico capolavoro che può confrontarsi senza timore con i testi della grande letteratura.
(da Internetboock shop.it)
Paola (24-07-2006)
Ho letto finora solo le prime 300 pagine, quindi ho finito la prima parte cosiddetta più "ostica", e non resisto ad aspettare a mandare il mio giudizio perchè a mio parere anche la prima parte da sola merita il prezzo dell'intero libro. Mentre leggi pensi "questa è Letteratura".
(da Internetboock shop.it)
alessandra (22-05-2006)
Dopo aver letto i commenti sopra riportati ero molto curiosa di leggere questo libro. Mentre lo leggevo mi annoiavo e pensavo quindi che non ero d'accordo. A ripensarci a lettura finita colgo alcuni pregi che sedimentando emergono.(il microcosmo del paese, la storia piccola e grande, la tensione morale) Però decisamente un libro troppo lungo, le lungaggini nei dialoghi eccessive. Ci voleva un'impennata in più e qualche centinaio di pagine in meno. Comunque complimenti a quelli che si accingono all'impresa.
(da Internetboock shop.it)