Poteva capitare che l'Autore di queste
paginette fosse nato più a nord o a sud, spostato
più a ovest o a est dal punto in cui le coordinate
della sua vita s'incontrarono e incominciarono a tessere,
attorno a lui, stagioni e anni: e quel punto sarebbe
stato il suo paese.
Giunto, però, al termine della tessitura, lui
del secolo scorso, addirittura del V anno d'un'era
che volevano nuova, avrebbe ugualmente sentito il
bisogno di dire grazie per quanto, da quell'incontro
di coordinate, in quel determinato punto, ricevette
di sensibilità, di cultura, di lingua, di resistenza
nel vivere e di capacità di fare memoria.
Ma gli capitò di nascere e di crescere su questo
grumolo di terra e di case nel cuore della grande
pianura, dallo scanzonato e solenne nome di Vescovato.
Queste paginette, allora, a forma di dittico,
ossia di due ante che si aprono e chiudono quando
si vuole, è il suo modo di dire grazie al paese
che non teme confronti né a nord, né
a sud, né a est, ne a ovest.
La prima anta, Le quattro stagioni d’un
vecchio lunario, è un grazie avvolto
nella letizia dei giochi d'infanzia, quando non c'era
giorno che non fosse gioco; la seconda, Piccoli
schizzi di care memorie, il grazie assume
il volto di personaggi, di persone care, di luoghi.
Il suo grazie, pertanto, è quello di tutta
una vita, anche di oggi, cosicché i ricordi
non sono un passato definitivamente chiuso ma una
memoria che attualizza e rende presente quanto sembrerebbe
altrimenti scomparso per sempre. L'Autore è
cosciente dell’incompletezza di queste pagine:
ogni vescovatino potrebbe aggiungere molti nomi, persone,
luoghi, giochi che entrarono nella sua vita; precisare
o correggere certi particolari; limare esuberanze,
rivitalizzare visioni sfocate, onorare più
profondamente uomini e cose col fare opera di storico.
Esse sono solo come il primo covone d'un campo d'una
volta, il segnale ch'era giunto il tempo del mietere:
l'avvio, che altri vorranno completare, di questo
lieto compito di fare memoria, di tramandare. Sono
solo un grazie, piccolo, flebile, ma sincero.
1.
Le quattro stagioni d’un vecchio lunario
2. Piccoli schizzi di care memorie
Scuola Tipografica S.Benedetto
Viboldone, aprile 2000.
Disegni e acquarelli di Aldo Gasparini.
Progetto grafico di Marco Volpati
La lippa
Voi non sapete che cosa sia il gioco
della lippa, ed è un peccato, perché
non conosco gioco che meglio alleni a far crescere,
tutti insieme, ossa e muscoli, mira e intelligenza.
Non costa niente. Bastano un bastone ben dritto e
senza nodi, lungo dai 40 ai 50 centimetri, un pezzetto
di bastone più piccolo e più corto,
bene appuntito alle due estremità, e uno spiazzo
di terra battuta, un cortile di cascina, ad esempio,
o la piazza enorme del mio paese. Si tracciava sulla
terra un cerchio di tre metri di diametro, e il sorteggiato
a fare la prima battuta vi si poneva al centro e gridava:
Lippa? I ragazzi, se erano già pronti ai loro
posti strategici, rispondevano: Màndala, e
il battitore lanciava il più lontano possibile,
con un colpo del bastone, il pezzetto di legno appuntito,
ossia la lippa, rimanendogli a disposizione altri
due colpi se sbagliava il primo.
I
ragazzi rincorrevano il legnetto cercando d'indovinare
dove sarebbe caduto (con un calcolo vicino alla
trigonometria: vedete quale gioco intelligente
non era mai questo della lippa!); che se l'avessero
afferrato a volo, il battitore doveva cedere
il posto alla squadra avversaria, senza avere
realizzato nessun punto. Ma era difficile afferrare
a volo la lippa, così il gioco si svolgeva
con un fascino da fermare a vedere anche gli
adulti curiosi, ma a distanza per non beccarsi
qualche colpo in testa. Il battitore si metteva
a custodia del cerchio a gambe divaricate e
il bastone in mano; l'avversario più
vicino al punto dove era caduto il legnetto,
l'afferrava e cominciava a fintare per gettarlo
nel cerchio senza che il battitore lo colpisse
e lo rimandasse lontano. Se la forza del braccio
era mal calcolata, o il battitore riusciva a
respingere la lippa, quest'ultimo per tre volte
successive batteva sulle punte del legnetto.
Ci volevano occhio, velocità, saldezza
di polso. La lippa colpita saltava volteggiando
in aria e riceveva a volo (qui stava la destrezza)
un colpo che, se era azzeccato in pieno, la
respingeva lontano. Terminati i colpi a disposizione,
il battitore calcolava a occhio la distanza
della lippa dal cerchio, e il metro era la lunghezza
del bastone. Poi sparava una cifra, a seconda
della distanza.
Il calcolo approssimativo doveva essere
rapido anche dall'altra parte. Se si rispondeva: Sì,
il battitore intascava i punti e riprendeva il suo
posto nel cerchio; se si gridava: Provo, allora un
neutrale osservatore (ce n'erano sempre) prendeva
il bastone e cominciava la misurazione. Se il battitore
aveva chiesto troppi punti, perdeva punti e posto;
se meno, li raddoppiava.
Era il gioco del giovedì e
del sabato pomeriggio non essendoci scuola, e gli
altri giorni fra il pranzo e la ripresa della scuola
pomeridiana, per i fortunati s'intende. Io non ero
fra questi perché potevo uscire di casa solo
all'una e mezzo battuta, per evitare di sudare, dato
che il sudore, giurava e spergiurava la nonna, mi
andava a finire nella pleure. Ed io a opporre con
tutte le forze che il gioco della lippa non faceva
sudare, e che la pleure l'avevo ormai sana; ma non
c'era nulla da fare. A ripensarci adesso, con tutti
quei bus, okey, groggy, e via angloitalianeggiando,
che ci sono in giro, per rilanciare il gioco della
lippa m'è venuta la buffa idea di chiamarlo
baselipp. A dirla a un italoamericano chissà
che non ci salti fuori un comitato internazionale
con sede al mio paese, naturalmente, di gare di baselipp
come ce n'è uno di baseball. E non è
detto che quest'ultimo gioco non si sia ispirato a
quello della lippa, con l'ingegno che i vescovatini
portavano con loro quando emigravano in America, insardellati
in cuccette per poveri.
(da: Le quattro stagioni d’un
vecchio lunario )
Carlòon
Non c'era un vivo al mio paese che
non conoscesse Carlòon e non gli volesse bene;
ma se i morti, il giorno del loro funerale, avessero
la capacità di fondere in gratitudine la conoscenza
col volere bene, allora nessuno più dei morti
del mio paese avrebbe desiderato, svoltando dalle
strade, attraversando la piazza o percorrendo una
delle quattro file dei portici del loro nuovo paese,
incontrarsi con quel faccione di Carlòon, rotondo
come un'anguria che si apriva a falcetto di luna per
un beneaugurante mugolio di buon giorno.
Dico proprio i morti, più dei
vivi, perché non c'era funerale, al mattino
con tanto d'ufficio e di messa, o al pomeriggio con
solo la leva in chiesa, dato che si trattava d'un
povero del ricovero, che Carlòon non onorasse
con la sua presenza e non impreziosisse con una preghiera
da far tremare angeli e santi se non fosse stata esaudita,
tanto il tono era minaccioso e il suono come ruggiti,
o nitriti o schiocchi a seconda delle movenze delle
labbra dell'arciprete attentamente osservate da Carlòon,
appena al di sopra del libro dell'ufficiatura spalancato
davanti al faccione. E l'arciprete, poiché
di regola la messa delle esequie era celebrata dal
curato, stando al centro del coro dietro all'altare
con alla destra a fargli da diacono nel canto Carlòon
(non c'era uomo cantore e d'azione cattolica che si
permettesse d'occuparglielo) gli faceva un sorridente
cenno d'intesa quando il ruggito avrebbe spaventato
anche un leone, e Carlòon s'acquietava con
la bocca a semicerchio, tutto gongolante per avere
attirato l'attenzione dell'arciprete. Per i funerali
di prima classe, ad alternarsi con il coro degli uomini
arrivavano le cantarine, ma anche per quelli di seconda
e a volte di terza, e l'arciprete, in questi casi,
approvava con un saluto sorridente alla Bagiàra
che era l'anziana. Allora Carlòon, con tutte
quelle donne attorno che gli facevano festa e quasi
quasi cambiavano il funerale in un matrimonio, prendeva
un'aria d'importanza compunta, forse di disapprovazione
e di fastidio per quell'invasione d'un campo riservato
a lui e agli uomini di azione cattolica, e non metteva
più soggezione agli angeli e ai santi con la
sua voce, perché non era come con l'arciprete
che gli sorrideva se alzava troppo il tono; quelle
donne gli facevano «sstt» e lui le mandava
a quel paese, ma in dialetto che era una frase sconcia
a pronunciarla con sentimento e senza muggiti.
Portava
sempre in testa, estate e inverno, un cappello
dalla forma d'anguria tagliata a tre quarti,
che si calcava in testa fino a raggiungere l'attaccatura
delle orecchie, ma in chiesa se lo toglieva,
mostrando un cranio che sembrava un campo di
stoppie dopo una furiosa tempestata. Camminava
trascinando i piedi e facendo sobbalzare, nei
larghissimi pantaloni, le grosse natiche; spesso
gesticolava e muoveva le labbra senza emettere
suono, pronto a un luminosissimo sorriso se
qualcuno, da vicino o da lontano, gli avesse
fatto festa con un saluto. Anche noi ragazzi
gli volevamo bene ma non ci accorgevamo di essere
crudeli, quando lo sottoponevamo a una specie
di tortura, a pensarci adesso ma che allora
sembrava solo un gioco. Non posso immaginare
come sia accaduto la prima volta ma era come
se fosse stato così da sempre, una necessità,
un fato. Se, in un gruppetto, mentre andavamo
dal curato a giocare, incontravamo Carlòon
bighellonante, c'era sempre qualcuno che lo
chiamava, lo avvicinava, gli si metteva davanti,
univa pollice e indice della mano destra, li
puntava verso il ginocchio destro di Carlòon,
li ritirava verso il proprio petto emettendo
reiterati fischi; e lui, il poveretto che non
poteva sottrarsi, a piegare il ginocchio ad
angolo retto tante volte quanti erano i fischi,
e a supplicare, con gli occhi e un guaito di
cane bastonato: No, mia, basta.
E ci sembrava un grande gesto di magnanimità,
degno di figurare in Cuore, se gli dicevamo: Ancora
una volta, e poi basta.
L'arciprete diceva di Carlòon:
se fosse cosciente della sua faccia, delle sue enormi
possibilità di comico, farebbe i milioni (d'allora!)
a palate. Non diceva: Sarebbe un grande artista, ché
artista lo riconosceva già, se essere artista
è regalare, dove capita, un soffio di gioia
serena. E lo rispettava al punto che avrebbe alzata
la voce - lui che non gridava mai - se ci avesse visti
nel gioco della gamba e del fischio, o anche solo
a prendergli il cappello. Mia zia, se ci capitava
di vederlo mentre andavamo - solo con lei avevo l'autorizzazione
a uscire la sera - alla via crucis che faceva ancora
chiaro, mi diceva: Il Signore è giusto, se
qui è Carlòon, quando muore non farà
nemmeno un giorno in purgatorio, andrà dritto
come un fuso in paradiso.
Se non fosse che credo, o cerco di
credere senza discutere, alla misericordia, adesso
che non ci sono più vie crucis ai primi tepori
di primavera, direi che il Signore ha avuto un occhio
di riguardo, una preferenza per questo Carlo Stradiotti,
detto, fin da quando doveva essere solo Carlino, Carlòon;
e la gente lo intuiva se, il giorno del suo funerale,
dietro al carro con quattro cavalli e sei coscritti
che gli portavano il fiocco, si rovesciò tutto
il paese coi vecchi del ricovero che appena potevano
camminare, a fargli festa
(da: “Piccoli schizzi di care
memorie”)
La cova
Intanto certe galline del pollaio cominciavano
a manifestare la loro vocazione alla maternità.
Si appartavano nell'aia contro il muro a seconda della
direzione del sole (ma le galline ne erano al corrente
anche quando c'era nuvolo), davano qualche beccata
all'intonaco e poi s'adagiavano cautamente sul cemento,
emettendo fondi gogo di contentezza. La nonna le adocchiava
per qualche giorno e poi ne sceglieva un paio: «Queste
qui andranno fino all'ultimo», diceva. Parlottava
con la pollivendola che passava spesso da noi come
comandava il commercio al minuto: un donnone che schiacciava
i copertoni della bicicletta contro l'acciottolato
della strada, lo stesso che capitava alla levatrice,
ma la levatrice era ancora più grossa. - Me
li garantisci? - insisteva la nonna. - Io non ci sono
dentro, - rispondeva pazientemente la pollivendola,
- ma vengono da un pollaio dove c'è un gallo
sanissimo e coscienzioso -. E deponeva sulla tavola
di cucina 24 uova di eguale misura, dodici per ciascuna
gallina chiamata dalla primavera imminente a diventare
madre di figli altrui. Le ceste erano già pronte
nel rustico, imbottite di truccioli e di paglia; su
ciascuno la nonna deponeva le dodici uova legittime,
andava al muricciolo, accarezzava la prima gallina
accovacciata, se la poneva sulle braccia alla maniera
del buon pastore con la pecorina del quadretto della
mia prima comunione, e cautamente, religiosamente,
la poneva sull'orlo della cesta. Senza perderla d'occhio,
ripeteva l'operazione con la seconda, fra go-go-go
di contenuta ed educata esultanza.
Le
galline sull'orlo guardavano stupite quella
dozzina di meraviglie, stiravano la zampa destra
e poi la sinistra, scendevano dall'orlo con
le ali pronte ad aprirsi, facevano due passetti
d'assaggio sulla paglia, e poi s'accoccolavano
con gaudiosa leggerezza sulle uova, dimenandosi
sopra, ma sofficemente, per trovare la giusta
posizione. E cominciava la cova.
Un anno ci fu un'abbondanza straordinaria di
vocazioni: due galline e due tacchine. La nonna
fu incerta fino all'ultimo su quale coppia puntare.
Scelse le tacchine, e la pollivendola ebbe il
suo tornaconto perché le uova che depose
sulla tavola furono quaranta. Brutta fine era
riservata alle vocazioni senza sbocco perché
le galline, se non potevano covare uova, avrebbero
covato dentro di sé la delusione e sarebbero
deperite di tristezza. La nonna non voleva rimpianti
in pollaio, come deve accadere in un convento
che si rispetti. O le aspiranti chiocce avrebbero
trovato sistemazione provvisoria presso pollai
delle vicine in penuria di vocazioni, o sarebbero
finite in pentola. Non c'era nemmeno da pensare
a una terza via, quale s'invoca normalmente
in politica. Aveva un bell'opporsi la zia che
amava le galline a una a una, e le avrebbe volute
sempre vive; la nonna era inflessibile, sapeva
quanto costava la farina gialla del pastone
e non voleva rischiare d'avere fra le mani galline
pelle e ossa, nemmeno buone a fare il brodo.
Anche la luna entrava nella cova, alla
stessa stregua che presiedeva la semina dell'orto
e il travaso del vino. Non vi posso garantire se fosse
con la luna piena o con la luna nuova, ma so che,
dieci giorni dopo l'inizio della cova, la nonna, terminata
la viacrucis, accendeva una candela in cucina, chiamava
la zia o la mamma, e diceva: - Andiamo a `sperare'
le uova -. Solo dietro ripetute promesse di non agitarmi,
di non toccare, di non fiatare nemmeno, ottenevo il
permesso d'accodarmi alla marcia notturna (non so
adesso, ma allora, allenati come eravamo a marciare
da balilla, provavo una specie di meraviglia constatando
che le donne, quando camminavano a gruppetti, per
andare in chiesa o in filanda, o a passeggio la domenica
pomeriggio, facevano passi sincronizzati, quasi li
comandasse un invisibile caposquadra; e anche quella
sera nonna e zia, o mamma, mi riempivano di stupore,
per quel senso del ritmo mentre attraversavano l'aia),
e, dopo questa parentesi che il professore ginnasiale
d'italiano avrebbe commentato, in matita rossa: troppo
lunga, della quale mi scuso con voi e con la sua dolcissima
memoria, m'incantavo a osservare la sicurezza della
nonna nel decretare la promozione o la bocciatura
delle uova `sperate' alla fiammella della candela.
Immaginate che cosa succedeva? E come potreste, Dio
mio, coi pulcini che escono oggi già bell'e
fatti dalle incubatrici? Dunque, sentite. Prima c'era
l'esortazione della nonna alle galline perché
stessero quiete e non mandassero a monte il loro lavoro
di dieci giorni con pericolosi scuotimenti d'ali;
che se le doveva togliere dal cesto a quell'ora insolita
era solo per pochi minuti e per il loro bene. Perché
bisogna sapere che, ogni giorno, a un'ora sempre uguale,
la nonna le toglieva dal cesto per i loro bisogni
che rimandavano cronometricamente a quell'ora, e per
il becchime che ingozzavano in fretta, essendo le
uova per quei pochi minuti protette da un pannicello
di lana fatto prima scaldare al camino. Ma quella
decima sera, il pannicello caldo non serviva. Le galline
davano il loro assenso con un sospiroso go-go, e la
nonna prendeva la prima gallina - non pesa più
niente -, diceva, la poneva delicatamente a terra,
invitava la zia o la mamma ad accostarsi con la candela,
prendeva con ogni precauzione un uovo, lo «sperava»
alla candela, l'osservava un attimo e se notava qualcosa
di scuro, «buono», diceva, e lo riponeva
con altrettanta cura nel cesto. Io pregavo che tutte
le uova fossero buone per dare una soddisfazione alla
nonna, parteggiavo per la massa scura come per Guerra
(tenevo per Guerra contro Binda, corridori di bicicletta,
perché dicevano che Guerra era un garzone di
muratore mentre Binda era un nobile, un conte o giù
di lì, un ricco insomma) e non riuscivo a reprimere
un moto di stizza quando la nonna, con un sospiro,
doveva dire: «lèndine» (lèndine
era l'uovo del pidocchio - e credo che lo sia tuttora
-, che s'attaccava ai capelli, con la conseguenza
che le rapature a zero dei ragazzi erano piuttosto
frequenti). L'uovo tutto trasparente significava che
non era stato fecondato, e la nonna lo disprezzava
come un uovo di pidocchio. Che se siffatte uova superavano
un certo numero, due, tre, non ricordo bene, allora
anche la pollivendola aveva la sua parte fra un «buono»
e un «lèndine», ma a bassa voce
perché le galline non ne avevano colpa. Un
lèndine su dodici c'era sempre, visto che anche
i dodici apostoli avevano avuto il loro; ma due o
tre, con quello che costava la farina, cominciavano
a preoccupare, e quattro erano una disfatta di Caporetto.
Al termine dell'operazione, la nonna riprendeva le
galline, le rimetteva nel cesto, ripassava alla luce
della candela le uova scartate, scrollava la testa
in un misto d'orgoglio e di stizza per non essersi
sbagliata, metteva le uova fasulle in un cavagnino,
me lo consegnava e diceva: - Va' subito a gettarle
nella concimaia -. - Domani, - rispondevo. - Ah, sì,
domani, eh? Per impiastricciarmi il muro dell'orto,
come hai fatto l'anno scorso, vero? No, subito. Se
hai paura, prendi la candela, io ti aspetto -. Io
avevo una terribile paura, ma non potevo rifiutarmi
perché la faccenda del muro era vera, se proprio
non era vero che fosse accaduta l'anno prima; e poi
volevo dimostrare che non avevo paura. D'altra parte,
la nonna sarebbe stata sempre lì, in fondo
al rustico che dava sull'orto, pronta a intervenire
qualora i ladri mi avessero assalito. Man mano che
i giorni passavano, le galline o le tacchine diventavano
sempre più sospettose. Dopo la «spera»,
la nonna non permetteva più che le dessi un
aiuto. Anche lei diventava sospettosa. - Tu non hai
la mano, le galline potrebbero rivoltarsi, rovineresti
tutto. E se ti beccano? Lo sai che un bambino, una
volta, se non scappava via subito, ci lasciava una
mano? -. Quanto a scappare, io ero velocissimo, le
mie mani non correvano nessun pericolo; ma la nonna
era irremovibile. Anche il giorno della schiusa. La
levatrice era solo lei, nemmeno un aiuto accettava
dalla zia o dalla mamma, figurarsi da me. Che giorno,
quello! Anche se c'era scuola, avevo sempre tempo
di assistere alla nascita dei ritardatari. Un sottilissimo
crepitio di sabbia sfregata annunciava che i beccucci
dei pulcini s'erano messi in azione. - Ci siamo -,
diceva la nonna, e andava e veniva dal rustico per
non cadere nella tentazione di scostare troppo presto
la chioccia per vedere a che punto si era. Poi, secondo
i suoi calcoli, stanca di attraversare l'aia dalla
cucina al rustico, si decideva. E già quattro
o cinque pulcini erano quasi sgusciati del tutto.
Li aiutava nell'ultima operazione, li prendeva sul
palmo, li depositava sulla pezza di tela spruzzata
di farina gialla accanto al camino acceso del rustico
perché non patissero freddo asciugandosi, e
mormorava: - belli, belli, questo è un galletto,
questa è una pollastrella -. I pulcini s'accasciavano,
si rialzavano, facevano tre passetti, si piegavano
sulle zampine, davano il primo colpo di becco alla
farina, si appallottolavano nelle loro tenerissime
piume a mano a mano che s'asciugavano, restavano immobili
per qualche minuto e poi cominciavano le loro corsette
rigorosamente limitate dalla bianca tela. Gli ultimi
a nascere mettevano a dura prova la pazienza della
nonna; o forse suscitavano maggiormente la sua compassione
perché i pezzetti di guscio che toglieva in
aiuto al debole becco del pulcino erano più
frequenti e più grandi, come quando si sguscia
un uovo sodo. E il pulcino rimaneva lì, mezzo
incantato, ancora incerto se fare il salto nella vita
o ritornare nel tepore protettivo del guscio. Ma ahilui,
il guscio era tutto una briciola sul rossiccio pavimento
di mattoni che sapevano di fumo, d'umidore e di anni.
Pressappoco come capitò anche a me tante volte
nella vita, quando mi trovavo davanti a un panorama
nuovo, che so, una foresta, un deserto, una distesa
a perdita d'occhio, ancora inesplorato, e avrei voluto
tornare indietro, ma il cuore batteva, i polmoni respiravano,
e bisognava continuare a vivere. Con l'ultimo nato,
la chioccia s'alzava sulle zampe traslucide, stirava
un'ala aprendo contemporaneamente l'altra, ripeteva
l'operazione inversa, si poneva sull'orlo del cesto,
scuoteva piume e penne due, tre volte, saltava a terra
ed emetteva il segnale di raccolta. I pulcini, a passettini
veloci, i primi nati più prepotenti, s'intruffolavano
sotto le piume della loro madre putativa e davano
ufficialmente inizio ai giorni dei pulcini.
(da: Le quattro stagioni d’un
vecchio lunario )
Giuliano
Giuliano passava una volta alla settimana
dalla strada di casa mia, anche di più se lo
comandava la fame. Lasciava asino e carretto sotto
il portone, apriva il portello del cancello di ferro
che dava sull'aia e gridava, con voce strabica quanto
i suoi occhi: Farina? - Intanto che ti vado a prendere
il sacchetto di melicotto, vieni a mangiare una fetta
di polenta, - gli rispondeva zia Rosita che aveva
un orecchio finissimo sulle modulazioni vocali della
fame. Era di mattino presto. Le fette di polenta avanzata
dalla sera stavano abbrustolendo davanti al camino
o sulla piastra della stufa. Giuliano entrava in cucina,
infarinato dalle scarpe ai capelli da chissà
quanti giorni, e vi portava un'ondata di profumo di
madie stagionate.
Nei miei ricordi di Giuliano - e sono abbastanza nutriti
- lo vidi una volta sola con abiti non infarinati.
E fu una domenica dopo messa alta quando, per la farina
che negli ultimi tempi di guerra era come oro in polvere,
egli si prese il raro lusso d'una messa domenicale.
Era un santo che non frequentava la chiesa, ma con
una certa confidenza con l'arciprete per via delle
Madonne che dipingeva sulle lunette dei portoni e
di una coscienza pura come l'acqua sorgiva di certi
fossatelli fra i campi. Sono convinto che un etto
di farina non gli si attaccò mai alle mani
tanta fu la fame che patì per tutta la vita.
Ho parlato di Giuliano ne «La Messa dell'uomo
disarmato» e, naturalmente, del suo asino in
quanto un tutt'uno col suo padrone. Se ho inventato
dei fatti nella sua storia fu per rendere Giuliano
nella sua verità più intima e non nella
cronaca spesso subita.
Adesso voglio solo aggiungere una nota
di rassegnato tragico umorismo udita quella domenica
dopo la messa che ancora oggi mi risuona come una
pagina da Leggenda Aurea.
Uscito
di chiesa, Giuliano aspettò sul sagrato
l'arciprete che era solito, dopo la messa, fermarvisi
per salutare qualcuno e scambiare quattro parole
anche con me che l'accompagnavo, prima di scendere
i tre gradini, svoltare a sinistra, percorrere
tre metri ed entrare in canonica. Per non fare
durare troppo la funzione con la paura dei bombardamenti
che c'era, e per meglio rispondere di quanto
pensava (o si diceva che pensasse) coi tedeschi
e fascisti sempre sospettosi di messaggi segreti,
aveva deciso, dopo l'8 settembre 1943, di fare
lui stesso la spiegazione del vangelo mentre
il curato, lentamente, con pause, continuava
la messa.
Era quasi mezzogiorno. Giuliano l'abbordò
confidenzialmente: - Signor arciprete, bisogna dirlo,
ha proprio fatto una bella predica. Ha detto che siamo
tutti fratelli, vero? Cose belle, molto belle. Quindi
anch'io sono suo fratello -. Stette un momento come
incantato su chissà quale volto di Madonna
(i colori di terra e anche più fini, soprattutto
il blu, per i volti, glieli dava mio padre che aveva
un negozio di colori, gratis, tanto era inutile chiedere
soldi a Giuliano). Guardavo quel volto scavato da
santo alla Cosmé Tura (lo dicevo allora, e
il dotto riferimento di poco più di un adolescente
non deve suonare falso, era solo un'infarinatura liceale
dello studio di storia dell'arte, che mi piaceva e
che cercavo di allargare oltre il testo scolastico),
orgoglioso perché a Giuliano era piaciuta la
predica dell'arciprete e contento per quel suo avvicinarsi
alla chiesa. Perché la povera gente deve stare
lontano dalla chiesa, pensavo, quando è proprio
la chiesa il suo luogo naturale? Orgoglioso e contento.
In quei mesi dicevo che Dostojewski - tutto quanto
avevo potuto trovare nelle librerie di città
che setacciavo coi prezzi dei libri rimasti come prima
della guerra e la moneta che non valeva più
niente - era il mio direttore spirituale, senza togliere
nulla a monsignor Costante Bellini, il direttore spirituale
del seminario, che amavo e veneravo come poteva un
adolescente riconoscente. Cristo presente nel Povero,
con la P maiuscola, già.
Si disincantò Giuliano con un
sorriso strabico: - Allora, signor arciprete, se lei
adesso ha un cotechino in pentola, da buon fratello
metà la dà a me -. L'arciprete sorrise
stancamente: - Voi, Giuliano, avete voglia di scherzare,
oggi, si vede che i vostri affari vanno bene, - e
scese subito i gradini del sagrato rispondendo senza
voltarsi al mio saluto, mentre Giuliano voltava a
sua volta la schiena senza dire parola e s'incamminava
a tagliare in diagonale la piazza. Rimasi solo sul
sagrato, come una statua, coi miei diciassette anni
che combattevano in una stretta sottana nera di futuro
prete. Ero allora un ribelle, così mi definiva
in seminario qualche superiore che mi voleva bene
e non considerava quel modo d'essere e di vivere in
contraddizione col sacerdozio e l'obbedienza. A un
diciasettenne ribelle costò poco dare ragione
a Giuliano, ma con tristezza perché amavo l'arciprete
e l'arciprete non se lo meritava, non foss'altro perché
non s'era mai dato le arie di prete da scriverci sopra
l'agiografia. I preti sì, ma l'arciprete no.
Mi cadde, da calpestarla coi piedi, ogni briciola
d'orgoglio e di contentezza. Quando sarò prete,
pensai, metterò sul fuoco ogni domenica un
cotechino e, appena finita messa, ne darò metà
a qualcuno dalla fame di Giuliano. Era il tempo in
cui mi dicevo, allorché la sottana m'era meno
stretta: se divento arciprete, una volta all'anno
farò un grande ufficio funebre per tutti i
poeti, in particolare per Leopardi, e inviterò
la gente a partecipare, una pagina di diario d'un
nuovo parroco di campagna. Figurarsi se i desideri
dei diciasettenni possono realizzarsi! Però
«la bocca del giusto parla sapienza»,
mi dicevo in latino, come recitava l'introito della
messa comune dei santi confessori: Os iusti meditabitur
sapientiam; e la bocca strabica di Giuliano era certamente
quella d'un giusto.
La zia gli portava il sacchetto: -
Sono venti chili, non farti imbrogliare al mulino.
- Ah ah, - ridacchiava strabicamente Giuliano, che
era rimasto scapolo. - Imbrogliare me che non sono
stato imbrogliato nemmeno da una donna.
E se ne andava al mulino, appena fuori paese, con
pochi sacchetti sul carretto, perché quelli
più grossi se li prendeva lo stesso mulinaio
nel suo giro col cavallo da tiro. Per un po' si sentiva
lo stridio del carretto sull'acciottolato fra il fischiettare,
anch'esso strabico, di Giuliano, e qualche raglio
sospiroso del suo asino.
Giuliano ritornava nel pomeriggio sul tardi, più
stanco del suo asino stanco. La farina era ancora
tiepida di macina. - Guardala, se è proprio
quella del tuo campo, - ridacchiava a mia zia.
- Vuoi fare merenda? - gli chiedeva per tutta risposta,
giacché, dall'accentuato strabismo degli occhi
e di tutto il volto leggeva la fame del mattino. -
E perché no? -. Mangiava un pane con un cetriolo
sotto aceto. Mia zia pensava anche al bicchiere di
vino. Giuliano sembrava rinascere: - Un mangiare simile
è meglio che una bistecca di cavallo. Un mangiare
da paradiso. - Va' là, Giuliano, che non ti
ricordi nemmeno come è fatta una bistecca di
carne di cavallo, - sorrideva un po' rattristata mia
zia a quella sortita. Giuliano non se ne aveva a male
tanto gli piacevano i cetrioli sott'aceto: - È
vero, non ricordo il tempo d'averne mangiata una -.
L'asino ragliava sotto il portone: - E una bestia,
non gli piacciono i cetrioli sott'aceto. Altrimenti
gliene darei un pezzetto perché gli voglio
bene come a un fratello.
Era talmente contento del cetriolo e del bicchiere
di vino che, se mi vedeva sull'aia, mi chiamava e
mi spiegava come in una mano ci stessero tutte le
misure per dipingere un volto perfetto. - Sei un artista,
Giuliano, - gli dicevo. Sospirava: - Disegnavo, fin
da quando portavo la vestina, con la carbonella del
camino. Se avessi studiato, allora sì. Ma c'era
troppa fame in giro.
A sera la polenta era della farina appena macinata.
- È proprio quella del mio campo, - annuiva
il nonno. Sono righe queste come uno scarabocchio
di carbonella a confronto di quel capolavoro che fu
Giuliano. Si sarebbe meritato ben altro, come del
resto a nominare solo la polenta: un Povero e un cibo
che fu dei poveri, tanto poveri da diventare pellagrosi.
Penso che il paradiso ne sia pieno a ricevere onore
e gloria che uno schizzo in carbonella può
solo intravvedere. Dove sarebbero andati a finire,
altrimenti?
Peccato che a Nazaret, 2000 anni fa, non conoscessero
la polenta. Mi sarebbe piaciuto, se mai quei pellagrosi,
quando toccherà a me, avranno la misericordia
di farmi un posticino fra loro, anche in un sottoscala,
chiedere come Maria di Nazaret faceva la polenta:
migliore di quella di mia madre col granoturco del
campetto di mio nonno e riportato ancora tiepido di
macina da Giuliano? Non essendoci di mezzo questione
di fede quando si parla di polenta e di campetti,
ne posso dubitare. Ma non si sa mai. E allora, direbbe
Giuliano come una volta a mia zia che gli dava un
vasetto di cetrioli sott'aceto, mentre l'alzava contro
il sole sull'aia quasi fosse un ostensorio: - E allora,
per la condotta, facciamo pari e patta.