Federica Galli, sublime artista e indimenticabile Amica di Viboldone, si è spenta Venerdì 6 febbraio 2009.
La ricordiamo con affetto e riproponiamo l’acquaforte “Vicus Boldonis, terra di marcite” da lei realizzata per il 650° anniversario della completamento dell’Abbazia di Viboldone.
In quella occasione Federica Galli ha donato al monastero benedettino di Viboldone anche un insieme di acqueforti da lei realizzate nel corso degli anni sul tema delle “chiese”.
VICUS BOLDONIS TERRA DI MARCITE
presentazione dell’Acquaforte di Federica Galli
Aldo Gasparini - Presidente dell’Associazione Amici dell’Abbazia di Viboldone.
E’ motivo di gioia per gli amici dell’Abbazia poter presentare l’acquaforte dedicata da Federica Galli a Viboldone, in questo 1998 nel quale abbiamo voluto ricordare con diverse iniziative il 650° anniversario del completamento della chiesa, e raccontare la genesi del nostro incontro con l’artista.
L’Abbazia di Viboldone con la comunità Benedettina che la rende viva è punto di riferimento per molti, e da diversi luoghi: arrivandoci dalla vicina Milano s’attraversano (ma si dovrebbe usare il tempo imperfetto) felici campagne alberate, otto secoli fa bonificate da monaci della vicina Chiaravalle e trasformate in marcite grazie all’abbondanza delle acque (anche qui meglio sorvolare sul presente). Così, venendo a Viboldone per alcuni di noi, estimatori della Galli e della sua inimitabile capacità di rendere la poesia delle nostre campagne di Lombardia, era naturale che alberi, campi e cieli che fanno corona all’Abbazia ci facessero vivamente desiderare una sua incisione che ne fissasse la bellezza facndone memoria indelebile.
A differenza di Chiaravalle, oggetto di molte antiche incisioni e anche di un olio di Carrà, Viboldone non poteva vantare – per quanto sappiamo – ritratti antichi o moderni, mentre aveva ricevuto uno straordinario “ritratto” letterario, un poemetto di don Luisito Bianchi, il cui primo verso: “Vicus Boldonis, terra di marcite” dà il titolo al libretto stampato pro manuscripto nel 1986 e ripubblicato dall’Associazione Amici nel 1993. Questo canto in onore della rossa abbazia aveva in noi aumentato il desiderio di unire un’immagine alle parole.
Così nel 1990, cogliendo l’occasione della Mostra antologica al Castello di Milano di Federica Galli, ci rivolgemmo alla signora che, con grande gentilezza, ci ascoltò, facendoci alla fine una mezza promessa; ma i suoi impegni di lavoro erano molti – e anno dopo anno ne mostrava gli splendidi frutti, ultimi quelli sugli “alberi monumentali” ‐ fino a che, in vista del 650° anniversario dell’Abbazia, arrivò il momento di Viboldone nella fine estate del ’97.
Dalle prime ricognizioni della signora e del marito Giovanni a Viboldone, uscirono i disegni della caratteristica facciata trecentesca con l’antistante giardino alberato. In una visita successiva l’Abbadessa accompagnò gli ospiti nel retrostante giardino del monastero, facendo nascere all’artista l’idea di una immagine del campanile che svetta sull’’abside della chiesa, lungo la strada che porta all’antichissimo mulino medievale – quasi crollato ormai – sulla Vettabbia: di lì si vedeva la fiancata dell’abbazia con un campo di mais, gli alberi del giardino monastico e la cascina a corona sulla destra. La signora Galli attraversò un momento di “crisi”, combattuta fra le visioni precedenti e l’ultima, dovendo purtroppo scegliere solo uno dei tre soggetti, tutti coinvolgenti.
Dopo qualche giorno scrisse all’Abbadessa la sua scelta, pregandoci allo stesso tempo di avvisarla quando avessero tagliato le stoppie nel campo di mais; così tornò a lavorare sul ponticello, fra i miasmi di una roggia (un tempo acqua limpida necessaria agli Umiliati per lavare la lana) che nell’acquaforte, come per miracolo, è ritornata di acqua pulita e viva, pronta a vivificare i campi che attendono il seme.
Gliene siamo grati, quale incoraggiamento e stimolo a quanti possono e debbono impegnarsi perché Viboldone rimanga “Signora di silenzi e di marcite”; grati anche perché nel titolo dell’acquaforte l’artista ha ripreso il primo verso della raccolta poetica di Luisito Bianchi, realizzando così il nostro vecchio desiderio come segno di amicizia e di speranza per la “nostra”Abbazia.
Le parole di Carlo Bo
C’è un tipo di eredità, diverso per la forza della memoria e che sembra potere sfuggire all’impietosa legge del tempo.
I suoi legati ci riportano molto indietro nel tempo eterno, quello dello spirito. Esempi di questo straordinario regime testimoniale li troviamo nelle chiese, nelle biblioteche e là dove si pratica la carità, purtroppo però queste cose non le vediamo, anche quando sono sotto i nostri occhi.
Per esempio, quanti milanesi conoscono l’Abbazia di Viboldone che pure dista dalla città mezz’ora di macchina? E’ più che un monumento vivo perché delle anime generose si sono dedicate alla sua sopravvivenza. E’ anche il simbolo della superiorità dello spirito su tutto quanto gli uomini raccolgono e realizzano della loro vita, che poi fatalmente si disperde e scompare.
Al contrario l’abbazia sta lì da secoli e a volte sembra essersi confusa nella campagna che la circonda. Deve essere stata una lotta dura e continua tra la forza della natura e il convento, tra la terra che è fatta per occupare tutti gli spazi della chiesa minacciata.
La persona che è stata in grado di comprendere a pieno questa condizione di vita doppia – il terreno e il divino – mi sembra la pittrice Federica Galli che da anni si interroga sulla campagna lombarda, sugli alberi, sui terreni coltivati e su quelli selvaggi, sulle fattorie e sulle siepi che servono a segnare con i confini di proprietà la fatica dell’uomo. Ora la Galli avendo dedicato la sua vita a conoscere palmo a palmo la campagna, il giorno che si è trovata di fronte all’apparizione di Viboldone ha sentito nel profondo del cuore un violento sentimento di ellezza e ora il risultato è manifesto e splendente in maniera mirabile nel disegno dell’Abbazia vista dal dietro.
C’è dentro qualcosa di più della poetica che nutre e dispone il lavoro della Galli, c’è il campanile e alla stessa altezza una macchia di piante maestose e poi sotto un campo arato, circondato da altre piante e da arbusti. Ma, sul visibile così bene illustrato, sovrasta quel senso di pace che dà la preghiera, proprio quella preghiera che si recita secondo le ore antiche dalle monache che ora presidiano il tesoro dell’Abbazia, oasi di verità interiore al margine della metropoli.
Una luce che i milanesi dovrebbero ricordare e cercare di intravedere nel rumore e nella distrazione quotidiana.