L'Abbazia
 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SALA DELLA MUSICA DI VIBOLDONE
Laura Mauri Vigevani

Al primo piano della palazzina che fiancheggia a sinistra la chiesa di San Pietro a Viboldone si affaccia con due finestre sul piazzale la “sala della musica”, singolare testimonianza iconografica degli strumenti musicali in usa a Milano tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento.
Gli affreschi in essa conservati rendono l’immagine di un portico, dove lesene scanalate in grisaille ripartiscono dodici finestroni, quattro sulle pareti longitudinali e due sulle pareti trasversali, che contengono ogni sorta di strumenti musicali a monocromo di terra rossa con ombreggiature nere e lumeggiature ocra su fondo bianco. Sopra l’architrave un fregio in terra rossa su fondo rosso rappresenta armi ed armature.
Gli strumenti, dipinti a grandezza reale, sono disposti a coppie incrociate secondo uno schema a trofeo che evidenzia centralità dell’immagine, simmetria e l’assenza di gravità tipica delle grottesche.
Il primo finestrone è l’unico che non raffigura strumenti musicali. Espone infatti strumenti scrittori (calami o penne d’oca), volumi e una lunga tabella con un frammento scritto nella notazione bianca, che si diffuse intorno alla metà del Quattrocento. Questo finestrine potrebbe alludere all’ars musica, che dà giustificazione teorica alla pratica musicale, e a uno strumento musicale non rappresentabile, che è però lo strumento per eccellenza di cui tutti disponiamo:la voce umana.
Il secondo finestrone porta una ruota a campane del tipo delle régulas o arréudas o roda conservata nelle chiese sarde, dov’è tuttora suonata durante le funzioni sacre delle maggiori festività, al momento del Santo e dell’Elevazione. A questo strumento, dall’uso prettamente liturgico, Viboldone riserva l’esclusivo privilegio di occupare da solo tutto il comparto.
Nei finestroni successivi, infatti, gli strumenti sono principalmente raggruppati per famiglie e distribuiti secondo un preciso criterio di classificazione organologica e anche di rispetto delle consuetudini di associazioni strumentali nella pratica esecutiva, non solo all’interno di ogni finestrone, ma anche nell’ordine di successione dei diversi finestroni.
Nella seconda metà del Quattrocento gli strumenti andavano organizzandosi per famiglie, che accoglievano esemplari di diverse dimensioni dello stesso strumento. Gli esemplari della stesa famiglia erano spesso costruiti insieme, poiché la contemporaneità di fabbricazione delle diverse taglie garantiva l’intonazione concorde in un’epoca in cui non era stabilito un diapason standard. Sulla parete occidentale, dopo la famiglia di musica bassa degli strumenti a corde pizzicate (liuti, chitarre, arpe), nel comparto 4 troviamo un concerto di bombarde (nei primi anni del Cinquecento la parola “concerto” indicava semplicemente un gruppo di voci o di strumenti; da una sua corruzione pare derivi l’inglese consort, oggi tanto in voga anche in Italia) nelle taglie corrispondenti alle voci di superius, tenor, e contratenor e, al centro dell’asta mediana, un altro strumento ad ancia, la zampogna tipica del nord Italia, chiamata piva nelle fonti lombarde quattrocentesche. Sulle aste laterali le coppie di corni presentano il caratteristico avvolgimento a torciglione dei corni miniati da Cristoforo de Predis. Sotto i corni due corone con pendenti di varie forme: contrappesi ornamentali o tintinnabula?
Al comparto 5 è illustrata la famiglia degli strumenti a bocchino, di metallo (due coppie di trombe ritorte, al centro dell’asta di mezzo che coincide con l’asse della simmetria e in alto, sulle aste laterali, munite di stendardi; in basso lunghe trombe diritte) e di legno, sui lati inferiori della losanga con cavaliere. Questi ultimi strumenti ricordano uno strumento disegnato da Leonardo e sono collegabili alla polacca trombita tutt’oggi esistente, appunto costruita in legno.
Il sesto comparto, ultimo della parete occidentale, mostra le percussioni: in alto i maccheroni, molto usati nel Medioevo a coppia di strumenti legati in vita, poi i tamburi, visti lateralmente (al centro) e frontalmente (in basso) e infine, disposte a V, due tamburine a corde, che erano percosse simultaneamente da un bastoncino e potevano accompagnarsi a un flauto o a uno strumento ad ancia; non sono da confondere con le trombe marine, che avevano cassa a tronco di piramide solitamente a base triangolare o trapezoidale, piroli infissi in un cavigliere nella parte più stretta della cassa armonica, corde di diversa lunghezza e ponticello vibrante.
Le bombarde, con le trombe e i tamburi, erano strumenti di musica alta (“basso” e “alto” erano riferiti in questo contesto non all’altezza, bensì all’acitezza del suono) e formavano l’insieme delle danze quattrocentesche. Durante la festa del Paradiso, celebre per i progetti leonardeschi di macchine sceniche, allestita il 13 gennaio 1490 al castello di Milano in onore del duca Galeazzo Maria e della sua sposa Isabella d’Aragona, la maggior parte del tempo fu dedicata alle danze, al suono di “picari e tromboni” (bombarde, trombe e/o tromboni) e tamburi.
Consideriamo che arpe/liuti (comparto 3), bombarde/zampogna (comparto 4), bombarde/ trombe (comparti 4-5), trombe/ tamburi (comparti 5-6), bombarde/ trombe/ tamburi (comparti 4-5-6) erano strumenti di frequente associati nella pratica musicale; si verifica la peculiarità dello schema iconografico della sala, dettato non unicamente da uno scopo ornamentale, ma anche da un preciso criterio sistematico derivante dall’ordine naturale delle esecuzioni.
Nel comparto 7 sono appesi, sempre a coppie di strumenti incrociati, strumenti ad arco e a pizzico di problematica identificazione, forse ribeche e viole sull’asta di sinistra, mandore e cetere sull’asta di destra, mentre in basso, quasi mimetizzata dal legame col motivo araldico del piscione, sta un’altra mandora. La morfologia degli strumenti del finestrone rimanda ancora una volta alle opere d’arte lombarda tra le ultime decadi del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, in particolare alle tavole di Bernardino Zenale.
La sistemazione nello stesso pannello di viole a pizzico e ad arco, ribeche e cetere non era incongrua alla fine del Quattrocento, quando i trattati facevano derivare tutti questi strumenti dal liuto. Iohannes Tinctoris, importante teorico e compositore in relazione con Franchino Gaffurio (maestro di cappella del Duomo di Milano e misicae professor al Ginnasio voluto da Ludovico il Moro), prediligeva viole e ribeche, che accendevano il suo cuore ad contemolationem gaudiorum supernorum
Il pannello 8 è dedicato agli aerofoni: flauti semplici e doppi, flauto di Pan, corno e una famiglia di strumenti ad ancia (di minori dimensioni rispetto a quelli del comparto 4 e sprovvisti di pirouettes, ma nuovamente dati in tre taglie) forse parenti dello strumento popolare conosciuto come cialamello o ciaramella (non sappiamo se affine alla celimela del Tinctoris) e del piffero ancor oggi suonato nella provincia di Pavia.
Strumenti a corda e a fiato, in particolare viole flauti, erano spesso suonati insieme. Anche l’accostamento dei finestroni della parete settentrionale è dunque ispirato alla prassi esecutiva.
Il pannello 9, con organo clavicembalo, salterio a percussione e, in basso, i mantici dell’organo, sacrifica alla simmetria dominante in tutta la sala la veridicità della rappresentazione, offrendo al nostro sguardo un macroscopico errore: per rispondere specularmente alla disposizione delle canne dell’organo il clavicembalo porta le corde più lunghe in corrispondenza dei tasti acuti. Non si tratta dell’unica scorrettezza organologica della sala, ma doveva esserci una certa tolleranza all’epoca, se anche i primi trattati teorici a stampa dedicati agli strumenti musicali sono illustrati da incisioni notevolmente imprecise proprio nei particolari costruttivi degli strumenti.
Organo e clavicembalo potevano essere riuniti in un solo strumento. Per alleviare il disagio di una malattia col diletto della musica, nel 1497 il re di Napoli inviò al cardinale Ascanio Sforza “uno clavicembalo nel quale è inserito un organo che è molto suave instrumento”.
Al pannello che contiene un salterio a corde pizzicate e ancora il flauto di Pan, strumento per tradizione costruito e suonato in area milanese, seguono al comparto 11 una coppia di strumenti a fiato dal canneggio conico, probabilmente cornetti muti, un triangolo con due anelli, un clavicordo con una tastiera dall’inspiegabile disposizione dei tasti diatonici e cromatici, due flauti a becco e le ghironde, dalla forma molto simile a quella della lyra (ghironda) riprodotta nel primo trattato a stampa conosciuto sugli strumenti musicali (1511).
Il clavicordo, strumento a tastiera in cui le corde sono toccate da tangenti, era diffuso tra i signori alla fine del quattrocento. Beatrice d’Este ne aveva uno ostruito da Lorenzo Gusnasco, così bello che sua sorella Isabella, avendolo visto, ne volle uno simile; dal clavicordo iniziò così una lunga serie di strumenti musicali commissionati al costruttore pavese dalla duchessa di Mantova.
Terminiamo il giro della sala davanti al dodicesimo e ultimo comparto della parete orientale, che completa l’ordinata rappresentazione di questo ciclo d’affreschi esibendo gli oggetti che hanno la funzione di sollecitare l’emissione del suono dal corpo degli strumenti dei precedenti comparti. Archetti e bastoni percussori di varie dimensioni e fogge sono dipinti non vicino agli strumenti cui appartengono, ma tutti insieme in questo pannello, creando qualche difficoltà in più nell’identificazione degli strumenti, ma con indubbio vantaggio estetico. Troviamo qui anche i tamburelli a sonagli e, facilmente scambiabili con uno sghiribizzo decorativo, una coppia di scacciapensieri.
Ci rendiamo conto di trovarci di fronte ad un’iconografia originalissima, di notevole interesse.
Nell’arte medievale e rinascimentale sono molte le raffigurazioni di strumenti musicali, come motivi decorativi nei bordi miniati dei manoscritti o nelle lesene a fresco, come oggetti che ben si prestano alle dimostrazioni prospettiche nelle tarsie lignee e acquistano una valenza particolare nei piccoli “musei”, cioè luoghi dedicati alle Muse, degli studioli, come significative allusioni all’armonia e alla musica coelestis nei cori angelici, nelle natività, incoronazioni della vergine, sacre conversazioni…
A Viboldone però gli strumenti musicali costituiscono il tema principale di una narrazione figurativa svolta, come abbiamo visto, con sistematica coerenza, e tale da poter essere considerata come un vero e proprio campionario ben ordinato, di cui, che io sappia, non abbiamo altre testimonianze.
Non sono stati reperiti documenti riferibili con certezza all’affrescatura della sala; attribuzione e datazione rimangono ipotetiche. Un terminus ante quem sicuramente assai tardivo è costituito dal 1571, tracciato a carboncino vicino all’imboccatura della tromba. Abbiamo già considerato alcuni richiami a opere d’arte lombarda della fine del Quattrocento. Si aggiunga che i liuti portano nove corde, mentre già all’inizio del Cinquecento l’armatura più frequente è a undici corde, e le tre taglie cui appartengono gli strumenti della stessa famiglia (ad esempio i due distinti concerti di strumenti ad ancia, con e senza pirouettes) possono avere una relazione con le tre voci del contrappunto quattrocentesco, poiché con l’avanzare del nuovo secolo si sarebbe stabilizzata una scrittura ad almeno quattro voci omogenee. Coincidenze poco probanti, se valutate singolarmente, ma significative se colte nel loro insieme. Inoltre anche gli elementi tipici dell’ornato rimandano a opere d’arte lombarda della fine del XV secolo. Ad esempio la levità delle ghirlande, il tratto essenziale e incisivo del cavaliere con lancia posto in evidenza nel quinto comparto richiamano da vicino gli analoghi motivi del monumento funebre Della Torre in Santa Maria delle Grazie a Milano (1483). Nell’età di Ludovico Sforza l’ornato conobbe in tutte le tecniche artistiche del ducato di Milano una stagione felice, che non finisce di stupirci per la ricchezza e la varietà dell’invenzione, mai appesantita dall’eccessivo affastellarsi dei motivi. E’ probabile che proprio in quel volgere di anni il preposito della domus Sancti Petri de Vicoboldono Ludovico Landriani, figlio del tesoriere del Moro, avesse commissionato questo ciclo d’affreschi, durante i lavori di consolidamento e ristrutturazione da lui intrapresi e forse terminati nel 1509, data leggibile sulla lapide in cotto della parete settentrionale esterna della palazzina sopra il busto acefalo del proposito degli Umiliati. L’ipotesi potrebbe essere convalidata dallo stemma dei Mandriani dipinto su una pelta del fregio della sala della musica.
Ma quale finalità avranno avuto questi affreschi così accuratamente programmati e nello stesso tempo così enigmatici?
Proviamo a entrare nella sala da quello che doveva essere l’ingresso principale, nell’angolo del comparto 1, sopra il quale è situato la fonte di luce di tutta la sala della musica, com’è rivelato dall’ombra proiettata sugli sguanci delle finestre e sui capitelli. Nel vano d’accesso incontreremo figure affrescate nella stessa tonalità di grisaille in cui nella sala sono dipinti gli elementi architettonici del portico, sulle pareti laterali la temperanza insieme a, probabilmente, la Fortezza (le due virtù che troviamo in coppia anche negli affreschi trecenteschi della chiesa, ai punti di innesto dell’arco che al suo culmine porta dipinta la Giustizia) e sul soffitto l’icona del Signore, che, rivolto verso chi entra nella sala della musica, benedice con la destra nella e regge con la sinistra il mondo da cui si innalza la croce trionfale: è il Salvator mundi.
Potremo ricordarci allora del messaggio tramandato da un frammento manoscritto degli ultimi anni del Quattrocento, rivolto dal Tinctoris anzitutto ai cantori, per i quali anche la voce è dolce arte, poi, secondo lo stesso ordine della sequenza della sala di Viboldone, ai suonatori di strumenti ad ancia, a bocchino, ad arco e per esteso a tutti i suonatori: un invito a che la loro musica sia un canto al Signore del cielo, del quale sono opera terra, mare e aria.

Laura Mauri Vigevani
Scuola di Paleografia e Filologia Musicale di Cremona
(Università degli studi di Pavia)

Dalla rivista Ca’ de Sass n 136

 

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