L'Abbazia
 

 

 

IL GIUDIZIO FINALE DI VIBOLDONE

La raffigurazione del giudizio finale occupa a Viboldone tre pareti dell’ultima campata, e non è subito visibile per il visitatore che, entrando dal portone centrale, si trova di fronte all’affresco della Madonna col Bambino e Santi (datato 1349), dipinto sulla parete d’accesso all’abside di fronte a quello del Giudizio.
Appare subito evidente che l’autore del giudizio ha ripreso, sia nell’impostazione generale che in moltissimi particolari, il giudizio che Giotto aveva dipinto a Padova circa mezzo secolo prima nella cappella dell’Arena, adattandolo al diverso spazio disponibile a Viboldone; le scene sono più sintetiche e vengono ripartite su tre pareti in stretta continuità, con un effetto avvolgente per chi le osserva dalla zona del coro. Anche l’ubicazione all’interno della chiesa è diversa: a Padova è secondo la tradizione nella controfacciata, quale monito per chi esce di chiesa (vedi, ad es., a Torcello, S.Angelo in Formis, Pomposa o S.Cecilia a Roma, con varie eccezioni, ad es. a Tuscania o negli oratori viscontei), mentre a Viboldone è posto nel presbiterio, visibile normalmente solo dal celebrante e dagli altri partecipanti al coro, forse per una precisa scelta e per la difficoltà di utilizzare la controfacciata, aperta dal grande finestrone circolare.
Tanto il giudizio di Padova che quello di Viboldone sono guidati da un preciso disegno teologico ispirato alle Scritture, in particolare ai Vangeli (Matteo cap. 24 e 25) e alle lettere di Paolo, oltre che naturalmente alla tradizione iconografica precedente; inoltre, a capo della fiorente comunità di Umiliati di Viboldone committente dei dipinti era in quel periodo il dotto priore Guglielmo Villa, laureato in diritto canonico, e certamente il contenuto dei dipinti veniva guidato e attentamente controllato.

Descrizione
Al centro della lunetta centrale campeggia la grande e bellissima figura del Cristo giudice, nella cui aureola dorata è inserita la croce, la tunica è rossa con bordi d’oro (segno di regalità e sacerdozio), la veste bianca (nell’Apocalisse la veste degli eletti è resa candida dal sangue dell’Agnello); la tunica è squarciata per mostrare la ferita del costato e anche le mani mostrano le ferite dei chiodi.

Il Cristo è attorniato da una mandorla iridata e seduto sull’arcobaleno come in trono (i colori dell’arcobaleno sono il segno della pace stabilita da Dio con Noè e l’umanità dopo il diluvio, e indicano la nuova alleanza senza fine fra Dio e l’uomo attuatasi con l’Incarnazione di Gesù), attorno alla quale sono quattro angeli per parte, due la sorreggono, due suonano lunghe trombe (“manderà i suoi angeli con grandi trombe e raduneranno i suoi eletti” Mt. 24, 31), gli altri quattro mostrano i segni della passione (la croce con la tabella e tre chiodi, la colonna e lo staffile, la benda e la canna, la lancia, l’asta con la spugna e la corona di spine) in virtù della quale il Cristo è stabilito re e giudice di tutte le genti.
Egli viene dal cielo (“vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria.”, Mt. 24) ed è rivolto a destra (Mt. 25,31 sgg.) col braccio abbassato e il palmo aperto della mano ferita ad accogliere gli eletti (Mt 25,31 sgg.), mentre col braccio sinistro alzato e la mano girata allontana i reprobi.

In alto ai due lati della mandorla due angeli stanno arrotolando i cieli (purtroppo il colore azzurro del cielo si è perso) e aprono “nuovi cieli e terra”, mostrando le mura d’oro e pietre preziose della nuova Gerusalemme, secondo la visione dell’Apocalisse di Giovanni (anche qui la scena è pressochè identica all’affresco di Giotto a Padova).

Sotto la mandorla iridata quattro figure di ignudi - due uomini e due donne in età giovanile in relazione alla credenza che i risorti avrebbero avuto 33anni come Gesù - al suono delle trombe angeliche escono dalle loro tombe, afferrandone i coperchi e guardandosi attorno; un’altra figurina di ignudo è rannicchiata sotto il piede sinistro del Cristo, in attesa del giudizio; sta in posizione incerta fra i due versanti (analoga ad una figura di ignudo dipinta da Giotto mentre si aggrappa alla base della croce per non essere trascinato a sinistra fra i dannati), immagine di speranza nella misericordia del Crocefisso. Sia a Viboldone che a Padova la tematica del Giudizio è associata a quella della Misericordia, per la presenza della croce e delle altre reliquie della passione e per l’atteggiamento del Cristo che mostra le ferite, un gesto legato alla redenzione dell’umanità: in particolare ci sembra che il volto del Cristo di Viboldone abbia una grande dolcezza rispetto alla severa immagine giottesca.

In basso a destra (a sinistra di chi guarda) vediamo la schiera ordinata degli eletti, il viso sereno e splendente, rivolti al Giudice in atteggiamento di preghiera ( dai loro abiti distinguiamo laici e appartenenti a ordini religiosi, uomini e donne, per noi non identificabili), e una figura in fondo al gruppo inginocchiata nella quale possiamo riconoscere Guglielmo Villa, priore dal 1333 al 1365, anche per la somiglianza della fisionomia con quella scolpita da Balduccio da Pisa o dalla sua scuola sulla lastra della tomba conservata in abbazia; (anche a Padova si ritiene che Giotto abbia dipinto un autentico ritratto del committente Enrico Scrovegni e dell’ecclesiastico, probabile guida teologica degli artisti, che sorregge la cappella offerta alla Madonna).

A sinistra ( a destra di chi guarda) sono i dannati, trascinati da un fiume di fuoco (Daniele 7,10) verso uno stagno di fuoco (Apocalisse 20,15), al centro del quale una grande figura mostruosa, seduta su un dragone (altra figura apocalittica) inghiotte ed evacua i dannati; dalle sue orecchie escono due serpenti (il serpente della antica colpa) che afferrano una donna e un uomo con la tiara in capo ( secondo alcuni riferimento a situazioni del tempo che coinvolsero il Villa, un riferimento di attualità abitualmente utilizzato anche da Dante nel suo Inferno); sono descritti in modo vivace vari peccati, come quello dell’avaro o usuraio con un sacco sulle spalle, trascinato da un ricco e spinto da un demone, e il peccato di simonia del prelato che vende il berretto di vescovo a un altro inginocchiato, e vari e dettagliati supplizi che ricordano le pene dantesche (che puntualmente ritroviamo a Padova); al di sotto dell’inferno la figura di un ignudo che si risveglia all’interno di una caverna senza uscita conclude la scena degli inferi. Si tratta di un insieme di grande e terribile realismo, nel quale il dolore e il caos si contrappongono alla gioia e all’ordine degli eletti.

Ci giriamo verso le due pareti laterali: a destra nella parte superiore la bellissima immagine della Vergine, più grande delle altre figure (e più piccola del Cristo, secondo un preciso linguaggio simbolico): è racchiusa in una mandorla d’oro, con un abito candido dai bordi d’oro, con una corona regale, rivolta in ginocchio verso il Figlio con le mani incrociate sul petto (risplende di luce come un astro, è immacolata e regina, obbediente e umile come nel Magnificat, in atteggiamento di orante); Maria guida verso il Cristo la processione di donne sante , probabilmente le donne dell’antico testamento, precedute da una anziana S.Anna (?). La presenza sulla parete di fronte di Giovanni Battista in posizione analoga alla Madonna ci dice che siamo in presenza dell’antica immagine bizantina della Deesis.

Divisi dalla finestra aperta nella parete, dopo le donne compaiono sei apostoli seduti su troni, speculari agli altri sei che siedono nella parete di fronte, disposti in semicerchio (come a Padova) a chiudere lo spazio di fronte al Giudice. Secondo la promessa del Cristo gli Apostoli sono raffigurati mentre giudicano le dodici tribù di Israele (Matteo 19, 27-28). Di fronte sulla parete sinistra rispetto al Giudice, Giovanni il precursore inginocchiato, con una mano sul petto e la destra benedicente con le dita piegate a indicare il nome di Cristo: lo segue la processione degli uomini dell’Antico Testamento, Abramo (gli spunta la spada del sacrificio sotto il mantello), Noè (con il modellino dell’arca), forse Isacco (il giovane senza barba dietro Abramo) e altri; al di là della finestra gli altri sei apostoli in trono.

In entrambe le pareti, sopra i cortei di uomini e donne dell’Antico Testamento e sopra gli apostoli, la fitta schiera delle legioni angeliche disposte come a battaglia con scudi, vessilli, elmi e lance, rende omaggio al Cristo (a Padova la scena è ancora più evidente, con le nove categorie angeliche): tutto converge verso il Cristo, angeli e esseri umani appartenenti o meno ad Israele, l’antica e la nuova era, passato presente e futuro, tutto in Lui viene riepilogato (“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine” - Ap. 22).

Rispetto a Padova, a Viboldone compare una novità: nelle pareti laterali, sotto le scene descritte, sono raffigurati i quattro dottori della chiesa, in immagini ricchissime di dettagli ma purtroppo molto rovinate; al di sotto nei pennacchi ci sono tondi con santi, anch’essi in parte scomparsi. Nella lunetta a destra, sotto Giovanni, compare S.Gerolamo (?) in cattedra con due monaci e con un’ accurata descrizione dello studio con libri, leggio ecc. che sembra precorrere certe descrizioni quattrocentesche; dall’altra parte della parete la immagine sbiadita di S.Gregorio (?); di fronte sulla parete a sinistra di chi guarda, la bella immagine di S.Agostino in cattedra e dall’altra parte i resti dell’affresco con S.Ambrogio (?) che strattona un vescovo (ariano ?). La raffigurazione dei quattro dottori è molto frequente in quest’epoca, accanto a quella degli evangelisti, ma il suo insolito inserimento nel giudizio può venire interpretato come la descrizione della funzione della Chiesa - indicata attraverso i suoi dottori- di comprendere e spiegare le scritture, ammaestrando le genti nel nome di Gesù, fino al Suo ritorno nella seconda venuta alla fine dei tempi.


Storia degli affreschi di Viboldone
L’affresco del Giudizio insieme con quello della Madonna e dei Santi decora le pareti del tiburio nella zona più antica della chiesa, quella edificata dal 1176. La campagna di affreschi iniziò probabilmente subito dopo il completamento della chiesa ad opera del Villa: alla base del trono della Madonna col Bambino è rimasta la data 1349, e secondo la maggior parte degli studiosi gli affreschi del giudizio sarebbero immediatamente successivi a questa data. Dopo la soppressione del ramo maschile degli Umiliati (1571) i Benedettini Olivetani (a loro volta soppressi nel 1773) occuparono l’abbazia e, forse in occasione della trasformazione del presbiterio, ricoprirono di intonaco gli affreschi preesistenti. I primi affreschi furono riportati alla luce a metà ottocento, quelli del Giudizio a inizio novecento e solo trent’anni dopo la parete fu completamente liberata dall’intonaco che li copriva; successivamente gli affreschi vennero restaurati più volte, l’ultima nel 1992/93. Nonostante tutte le traversie subite sono nel complesso ben conservati - salvo le zone fra i Dottori sotto le finestre - sia pure con lacune e con la perdita di finiture a secco, delle parti in metallo (ad es. nelle trombe del giudizio o nelle aureole) e soprattutto del prezioso colore azzurro (che non poteva essere dato a fresco) dei cieli, che ora appaiono scuri o rossastri per la preparazione sottostante della parete: l’effetto finale doveva essere coloristicamente più vivace e più vicino a quello della cappella di Giotto.

I precisi riferimenti al giudizio di Padova fanno ritenere che il pittore di Viboldone li conoscesse, direttamente o tramite disegni, ma non si hanno documenti che ci rivelino il nome dell’artista operante nella badia umiliata: la maggior parte degli studiosi attribuisce gli affreschi a Giusto de’Menabuoi, pittore fiorentino documentato a Padova dal 1370 fino alla morte nel 1391. A Giusto oltre agli affreschi del Giudizio vengono riferiti quelli con storie veterotestamentarie della prima campata sinistra di Viboldone e quelli di S.Maria di Brera a Milano; a questi ultimi accanto a Giusto lavora anche il pittore della Madonna di Viboldone dipinta nel 1349 di fronte al Giudizio.
Infine, nel notare affinità e differenze fra Padova e Viboldone conviene soffermarsi sul volto del Cristo del Giudizio, per osservare come la severa immagine del Giudice di Giotto sembra tramutarsi a Viboldone nella dolce immagine del Misericordioso.

 

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